Come contrastare l’epidemia di violenza sulle donne? Ancora scarse le informazioni sull’efficacia dei trattamenti

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Ad allarmare, quando si parla di violenza sulle donne – violenza di qualsiasi tipo, fisica e mentale – non è solo la prevalenza, ma anche la cronicità. Statisticamente, una grossa fetta delle donne che è stata vittima di violenza una volta lo sarà ancora, e in molti casi per molto tempo. E nella maggior parte dei casi  a perpetrare la violenza è il partner.

Una relazione su tre nel mondo (dato WHO, 2013) ha incluso una qualche forma di violenza, e non parliamo solo di paesi in cui i diritti della donna non sono ancora equiparati a quelli dell’uomo nemmeno sulla carta: nei paesi ricchi, circa una donna su 4, il 23%, ha sperimentato violenza da parte del partner, e il 12,6% da parte di sconosciuti. Sono numeri agghiaccianti, perché mostrano senza troppi giri di parole che non siamo ancora riusciti a frenare questo fenomeno, nonostante i progetti messi in piedi, le raccomandazioni delle Organizzazioni Internazionali, le campagne che ciclicamente ci propongono i mass media.

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Il labile confine tra riservatezza ed esposizione

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È innegabile che l’uso dei big data offra potenzialmente opportunità enormi anche per il settore sanitario e che stiano rivoluzionando il nostro modo di essere cittadini e pazienti. Flussi sempre maggiori di dati permettono di definire trend e tendenze, intercettare i bisogni dei cittadini, anticipare eventuali problemi nell’ambito della sanità pubblica, per esempio di carattere epidemiologico, per non parlare dei conseguenti vantaggi in termini di costi. L’aggettivo “big” si applica, infatti, al concetto di informazione in tre direzioni: dal punto di vista del volume di dati che si possono raccogliere (quantità), dell’alta variabilità di queste informazioni (cioè dalla provenienza contemporanea da più fonti) e, infine, dalla velocità con cui i dati possono essere raccolti, condivisi e interpretati.

Tuttavia, big è anche il divario fra le emergenti opportunità che questo paradigma porta con sé e la nostra capacità di far fronte ai problemi che esso ci pone, per primi quelli riguardanti la sicurezza e la privacy del titolare dei dati, che rimane sempre l’individuo. È importante precisare che privacy e sicurezza non sono sinonimi: la sicurezza è essenziale per garantire la privacy. Stiamo vivendo in un mondo a due velocità, dove la “gara” fra le tecnologie pensate per garantire la sicurezza dei sistemi informatici in termini di privacy e l’attività di hacker e truffatori assomiglia a quella fra Achille e la tartaruga. Per non parlare dei problemi strutturali intrinsechi all’utilizzo di sistemi informatici per lo stoccaggio e il trattamento dei nostri dati, per esempio quelli che scegliamo più o meno consapevolmente di condividere attraverso app e device.

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Collaborazioni internazionali: ecco la classifica di Nature. E l’Italia primeggia nella fisica

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La collaborazione internazionale fra centri di ricerca oltre a essere senza dubbio un punto di forza per un paese, ci fornisce il polso della situazione su diversi aspetti della ricerca stessa, fra cui quello geopolitico, cioè capire come si stanno muovendo le forze in gioco sulla plancia mondiale. Oltre a dirci se come paese stiamo facendo abbastanza. Per fare un esempio, dai dati emerge che gli Stati Uniti e la Cina stanno hanno all’attivo numerose collaborazioni nell’ambito delle scienze ambientali e del global warming.

La rivista Nature ha pubblicato in questi giorni una piattaforma ricca di dati, navigabili in modo semplice e interattivo, che raccontano il mondo delle collaborazioni scientifiche fra i diversi paesi del mondo, proponendo una classifica delle 100 istituzioni più “virtuose” in questo senso, secondo il Nature Index, che misura le occorrenze delle affiliazioni degli autori di articoli pubblicati sulle 68 maggiori riviste scientifiche mondiali fra il 1 settembre 2015 e il 31 agosto 2016.

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Conto alla rovescia per gli effetti del clima sulla salute

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L’hanno chiamato The Lancet Countdown, il conto alla rovescia, l’iniziativa multidisciplinare lanciata questa mattina in occasione di COP22 sul clima che si sta svolgendo in Marocco. Obiettivo: monitorare e analizzare gli impatti dei cambiamenti climatici sulla salute delle popolazioni. Un’iniziativa enorme, che vedrà il contributo di 48 esperti di spicco provenienti da tutto il mondo e di 16 istituzioni partner, da quelle che operano a livello locale, fino alle organizzazioni internazionali, fra cui le Nazioni Unite stesse, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la World Meteorological Organisation (WMO).

Una sfida epocale e più che mai necessaria, nel momento in cui le maggiori organizzazioni mondiali – WHO in testa – concordano sul fatto che il cambiamento climatico è IL problema sanitario del XXI secolo. “The Lancet Countdown” giunge infatti in un momento cruciale per la cooperazione internazionale e l’azione nazionale sui cambiamenti climatici, dopo la ratifica dell’accordo di Parigi e il lancio dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sugli obiettivi di sviluppo sostenibile a livello mondiale.

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