Sono aperte le iscrizioni a Healthcom Program (scarica il nostro ebook gratuito!)

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Cari amici,
ci siamo!!! Le iscrizioni alla seconda edizione di HealthCom Program (giugno-dicembre 2020) sono aperte —>  QUI

In questa fase di lancio abbiamo 3 novità:

📕 Il nostro mini #EBOOK “I 10 errori della comunicazione sanitaria online”. Lo puoi scaricare gratuitamente qui.
✏️ Stiamo finalizzando gli argomenti da trattare in ogni lezione, ma siccome crediamo che un corso come questo debba essere il più possibile modulato sull’utente e sulle sue specifiche esigenze, abbiamo pensato di chiedere a voi di aiutarci a costruire il programma della prossima edizione, compilando entro il 15 marzo 2020 un piccolo QUESTIONARIO (ti ruberà solo 1 minuto!)
🙋‍♀️🙋‍♂️ Infine, quest’anno abbiamo deciso di aprire il gruppo Facebook HealthCom Program – Class anche alle persone solo interessate al corso e agli argomenti trattati.
Date un’occhiata se ti va, e mandateci pure i vostri spunti!
E se vi sembra utile, fate girare! A breve ulteriori novità!

Autenticità e fake news. A che punto siamo?

Da qualche anno si fa un gran parlare di Fake News e di come combatterle. Il modus operandi segue la logica dei videogiochi: c’è un nemico da sconfiggere (le Fake News, che forse sarebbe meglio scrivere usando le lettere minuscole, quindi fake news), ci sono i cattivi (chi le produce), ci sono i buoni, i paladini che devono non tanto impedire che le notizie false si creino, ma piuttosto evitare che persone inconsapevoli della loro falsità le diffondano, salvando così la Democrazia. Come? Beh, è qui che il gioco si fa difficile. Lo sottolineava ValigiaBlu in un lungo articolato approfondimento del 23 novembre scorso dal titolo “La disinformazione è una bestia dai mille volti: impariamo a riconoscerla” dove questa posizione è espressa molto chiaramente: “Leggi anti fake news sono state proposte nei regimi autoritari per sopprimere il dissenso; i disegni di legge ‘contro l’anonimato’, nati nel migliore dei casi dalla scarsa preparazione di chi presenta tali proposte; e la propaganda continua, incessante, su una non meglio specificata emergenza ‘fake news’, un termine vuoto e inappropriato che è stato di volta in volta utilizzato contro i social network, contro i giornalisti e i media scomodi, contro politici avversari, contro uno Stato, contro i cittadini.”

La situazione si complica quando ci rendiamo conto che forse dovremmo partire mettendo in discussione l’esistenza stessa delle fake news. E se fossero esse stesse un Mito, un nemico che noi stessi abbiamo creato a posteriori per darci una chiave interpretativa di un caos informativo che non sappiamo gestire? È l’opinione, basata sui dati, di Walter Quattrociocchi dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Un lavoro appena postato su ArXiv (che quindi attende la pubblicazione su una rivista scientifica) a firma di Quattrociocchi con Matteo Cinelli del CNR di Roma, Stefano Cresci del CNR di Pisa e Alessandro Galeazzi dell’Università di Brescia, ha analizzato il flusso di informazioni su Twitter durante l’ultima campagna elettorale per le Elezioni Europee analizzando le interazioni fra le fonti di notizie ufficiali, le fonti di notizie false, gli account di politici, di persone dello spettacolo, di giornalisti, nei due mesi precedenti le elezioni. Un campione complessivo di quasi 400.000 tweet pubblicati da 863 account, sfruttando anche le informazioni geolocalizzate. Risultato: le fake news ci sono, ma influenzano il dibattito in misura minore rispetto alle notizie verificate, provenienti dai grandi media (giornali, TV). “I conti mostrano la tendenza a limitare la loro interazione [delle fake news] all’interno della stessa classe e il dibattito raramente attraversa i confini nazionali, ovvero gli account tendono a interagire principalmente con altri provenienti dalla stessa nazione. Inoltre, non troviamo alcuna prova di una rete organizzata di interazioni volta a diffondere disinformazione” racconta a eColloquia Walter Quattrociocchi. Al contrario i punti di disinformazione sono in gran parte ignorati dagli altri attori e quindi svolgono un ruolo periferico nelle discussioni politiche online.

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L’importanza di comunicare bene in sanità (lettera al direttore di Quotidiano Sanità)

Gentile Direttore,
in questi ultimi anni mi è capitato in più occasioni di essere invitata come relatrice a convegni, workshop, festival, corsi di formazione ECM, per parlare di comunicazione sanitaria, in particolare sui social network. Il più delle volte si è trattato di interventi di un’ora, talvolta di due ore, con l’arduo obiettivo di raccontare perché comunicare la salute sui social media è oggi molto importante in una prospettiva di promozione della salute e prevenzione, e come farlo in maniera efficace.

Ogni volta per me è una bella sfida, dalla quale traggo utili spunti a partire dalle domande che l’uditorio mi pone, che mi aiutano a inquadrare i dubbi, le perplessità. Il risultato è che qualcuno, dopo il mio intervento, mi ferma per chiedermi qualche dritta operativa sull’uso degli strumenti, o la mia email per eventuali consulenze per un progetto in fase di elaborazione. Ma al tempo stesso, ogni volta torno a casa anche con una frustrazione: quella di non essere davvero riuscita a lasciare degli strumenti davvero operativi, su come far sì che l’attività sui social sia realmente efficace. Anche perché il più delle volte i destinatari di questi corsi sono clinici, che non hanno fra i loro compiti la comunicazione, come è ovvio che sia.

Grazie a queste esperienze oggi mi è chiaro che la formazione nell’ambito della comunicazione sanitaria per essere davvero utile a chi ascolta deve fare due cose: darsi tempo, cioè essere pensata non come una giornata di aggiornamento ma come percorso di formazione, e cercare come destinatari anzitutto le persone coinvolte nella progettazione sanitaria.

Sappiamo dalle molte analisi pubblicate (basti pensare ai lavori di E. Santoro e A. Lovari) che le istituzioni sanitarie italiane usano ancora poco gli strumenti di comunicazione digitale. Il punto è che non basta essere presenti sui social, postare dei contenuti o farli diventare virali, per fare prevenzione. La comunicazione se non è integrata (all’intera visione rispetto alla promozione della salute), non è un investimento, ma solo una spesa. Il vero supporto che un consulente può offrire non riguarda come rendere virale un post, ma come esaminarsi, come progettare un’attività di comunicazione. Solo davanti a una serrata progettazione si possono misurare i risultati del proprio investimento, obiettivo per obiettivo, al di là –  mi permetto di dire – del numero di followers o dall’engagement rate.

Nel 2019 ho provato a sottoporre al vaglio dell’esperienza queste due intuizioni. Ho messo in piedi grazie alla collaborazione strutturale di Larin Group (web agency) HealthCom Program, un corso in 10 lezioni di due ore ciascuna, della durata di 6 mesi, specificamente sulla comunicazione sanitaria sui social media, con la particolarità di essere completamente fruibile in webinar, cioè connettendosi in video da remoto. Questo

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[video] Comunicare la salute sui social: che cosa troverete nella prossima edizione di HealthCom Program

Qui è dove io e il mio pallore raccontiamo come è andata la prima edizione di HealthCom Program, conclusa a dicembre (10 lezioni in webinar sulla comunicazione sanitaria sui social media), e che cosa bolle in pentola da qui al 2020.

Spoiler, se non volete sentirmi:
🔹 siamo contenti
🔹 stiamo finalizzando un piccolo ebook gratuito da scaricare
🔹 stiamo studiando nuovi elementi per il corso (per es. TikTok, la marketing automation)
🔹 lanceremo nelle prossime settimane un piccolo sondaggio a risposta multipla dove chi lo desidera potrà suggerire contenuti che sarebbe interessato ad approfondire.

Per il resto, tutte le info qui: www.healthcomprogram.it