Una nuova vita per la telemedicina?

Il distanziamento fisico ha aggiunto un notevole elemento di complessità alla medicina, non solo in relazione alla gestione dei pazienti Covid-19, ma anche nel rapporto con i malati cronici. Il paese si è trovato in pochissimo tempo a dover accelerare processi di digitalizzazione che negli ultimi anni erano avanzati molto lentamente, utilizzando strumenti non sempre idonei a garantire le accortezze in termini di privacy.
Telemedicina non significa effettuare le videochiamate su Whatsapp con il proprio telefono personale, né scannerizzare documenti da firmare su carta e da inviare via email. La digitalizzazione dei processi è tutt’altra cosa: è investire in infrastrutture sicure che permettano uno scambio di informazioni sensibili completo, l’invio di documentazione senza passare per una stampante, l’accelerazione della burocratizzazione dei servizi, non un loro aumento. Digitalizzare deve significare facilitare il lavoro degli operatori e la gestione della malattia da parte dei pazienti. Digitalizzare significa inoltre empowerment del malato: formarlo sull’utilizzo di questi strumenti innovativi, in modo che sia il meno possibile dipendente dal supporto del caregiver, che in tempo di lockdown non sempre poteva garantire la propria presenza.
L’Italia si è trovata sostanzialmente impreparata dal punto di vista della digitalizzazione per far fronte tutta insieme a questa pandemia. Il 23 marzo 2020 il Ministero per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione all’interno di “Innova per l’Italia”, ha invitato il mondo dell’impresa e della ricerca a individuare soluzioni tecnologiche “già realizzate e disponibili per l’implementazione in tempi estremamente brevi e compatibili con l’emergenza” sia per garantire la teleassistenza di pazienti a domicilio Covid-19 sia per chi sta affrontando altre patologie croniche.
Ci sono state zone dove sono stati fatti molti passi avanti, ma in assenza di una cabina di regia ministeriale. Alcune regioni si sono attivate di più, altre di meno, a seconda della situazione di partenza. Ma soprattutto, ogni singola struttura ha deciso se mettere in piedi un proprio servizio.
Un tentativo di mappatura di ciò che è stato fatto in questo periodo proviene dall’Alta scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica di Milano, che ha pubblicato un rapporto aggiornato all’8 maggio (ma in costante aggiornamento) dal titolo Analisi dei modelli organizzativi di risposta al Covid-19. Dal 1 marzo a maggio il gruppo ha contato 108 iniziative di “soluzione digitale” adottate dalle Aziende Sanitarie Italiane: 14 in Lombardia, 12 in Toscana, 11 in Piemonte, Veneto e Puglia, 10 nel Lazio, 6 in Abruzzo e Campania, 5 in Liguria, 4 in Emilia Romagna, Trentino Alto Adige e Sicilia, 3 in Umbria e Marche, 2 in Sardegna e 1 in Basilicata.
Importante è la definizione di “iniziativa”. Il computo di 108 iniziative significa che se una medesima struttura ha avviato un servizio di telemedicina per 4 patologie, si contano 4 attività. È evidente dunque che 108 iniziative sono un numero esiguo nel panorama nazionale.

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Cosa abbiamo fatto durante il lockdown?

Durante il lockdown, la Fase 1 della gestione della pandemia, in Italia ha lavorato il 16,7% della popolazione maggiorenne, la metà rispetto a quanto emergeva da indagini analoghe, che indicano circa un 34% di persone impegnate in attività̀ lavorative nel corso della giornata. Il 28% delle donne ha lavorato meno del solito (fra le occupate), contro il 23% dei maschi. Il 44% di chi ha lavorato lo ha fatto da casa, e solo il 28% è uscito per fare una passeggiata, andare a lavoro, fare la spesa. Insomma vi raccontiamo con i numeri che cosa abbiamo fatto durante il lockdown. L’articolo integrale su #24+ edizione premium del Sole 24 Ore.

I bianchi si laureano ancora molto più dei neri. Il gap etnico dell’università americana oggi

Si stima che nel 2020 circa il 65% dei posti di lavoro americani richieda una qualche forma di istruzione universitaria, rispetto al 28% del 1973. In generale, i tassi di disoccupazione sono più bassi per le persone con un livello di istruzione superiore, e i loro salari sono più alti.

Rispetto ai diplomati, i laureati triennali hanno quasi due volte meno probabilità di essere disoccupati e guadagnano circa 25.000 dollari in più ogni anno. Inoltre, chi possiede una laurea triennale, guadagna in media quasi 1 milione di dollari in più nel corso della propria vita rispetto a chi non ha frequentato il college.

La cosa interessante è che non si tratta solo di un vantaggio individuale. Questi aspetti economici personali comportano maggiori benefici per la comunità: un aumento delle entrate fiscali e una minore dipendenza dall’assistenza pubblica o dai programmi di “rete di sicurezza sociale”. Inoltre, un aumento dei livelli di istruzione per tutti è associato a meno criminalità e detenzione, a una migliore salute pubblica, a più volontariato, e a più contributi filantropici.

Eppure, nel 2018 possiede un Bachelor (corrispondente alla nostra laurea triennale)  il 16% degli afro-americani e il 13% dei latini, contro il 24% degli americani bianchi caucasici adulti. E mano a mano che sale il livello di istruzione, aumenta il gap etnico. Ha un Master Degree il 10,7% dei bianchi, il 7% degli afro-americani e il 4,1% dei latini; un dottorato il 2,3% dei bianchi, l’1,2% degli afro-americani e lo 0,6% dei latini. In numero assoluto nel 2018 hanno una laurea magistrale oltre 15 mila bianchi e appena 1800 afro-americani adulti e 1300 latini. Hanno un dottorato 3218 bianchi e solo 300 afro-americani e 193 latini.

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Stati Uniti: ecco le città dove la segregazione etnica è ancora presente, anche a scuola

È l’area metropolitana di Milwaukee-Waukesha, in Wisconsin a registrare il più alto indice di segregazione residenziale fra le città statunitensi, seguita da New York, Chicago e Detroit.

La segregazione etnica negli Stati Uniti come forma di disuguaglianza sociale è ancora ben radicata, anche nelle grandi metropoli del paese. Un indicatore demografico che viene utilizzato dai sociologi come misura di segregazione è il dissimilarity index, che indica la regolarità con cui due gruppi sono distribuiti su due aree geografiche che compongono un’area più grande. Alivello nazionale, questo indice fra i bianchi e i neri – che varia da 0 (completa integrazione) a 1 (completa segregazione) – pari a era 0,526.

A Milwaukee l’indice è di 0,798, con una popolazione nera pari a meno di un terzo di quella bianca. A New York, la seconda metropoli con la maggiore segregazione, l’indice è pari a 0,768 con una proporzione di un nero ogni 3 bianchi. A Chicago la proporzione è di 1,5 neri per 5,1 bianchi con un indice di dissimilarità di 0,753.

Ma al di sopra della media nazionale troviamo anche  Detroit, Celeveland, Buffalo, St. Louis, Philadelphia, Los Angeles, Pittsburgh, e anche Boston- Cambridge. Indianapolis, Birmingham, Baltimora, Miami, New Orleans, San Francisco, Atlantic City, Memphis, Houston, Atlanta, Dallas, e Minneapolis, la città dove è stato ucciso George Floyd il 25 maggio 2020. Lì il tasso di segregazione fra comunità bianca e nera p di 0,551.

I dati provengono dall’Ufficio censimento degli Stati Uniti. Si osservano forti differenze tra le varie regioni del paese. Le aree del nord-est e del Midwest industriale hanno registrato i più alti livelli di segregazione etnica con una segregazione tra neri e bianchi più bassa  nel sud e in alcune parti degli Stati Uniti occidentali.

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