Sono aperte le iscrizioni a Healthcom Program (scarica il nostro ebook gratuito!)

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Cari amici,
ci siamo!!! Le iscrizioni alla seconda edizione di HealthCom Program (giugno-dicembre 2020) sono aperte —>  QUI

In questa fase di lancio abbiamo 3 novità:

📕 Il nostro mini #EBOOK “I 10 errori della comunicazione sanitaria online”. Lo puoi scaricare gratuitamente qui.
✏️ Stiamo finalizzando gli argomenti da trattare in ogni lezione, ma siccome crediamo che un corso come questo debba essere il più possibile modulato sull’utente e sulle sue specifiche esigenze, abbiamo pensato di chiedere a voi di aiutarci a costruire il programma della prossima edizione, compilando entro il 15 marzo 2020 un piccolo QUESTIONARIO (ti ruberà solo 1 minuto!)
🙋‍♀️🙋‍♂️ Infine, quest’anno abbiamo deciso di aprire il gruppo Facebook HealthCom Program – Class anche alle persone solo interessate al corso e agli argomenti trattati.
Date un’occhiata se ti va, e mandateci pure i vostri spunti!
E se vi sembra utile, fate girare! A breve ulteriori novità!

Ostetricia sociale per tenere viva una comunità

Per cinquant’anni il governo canadese ha forzato le donne Inuit, minoranza etnica che da secoli vive in una remota area a nord ovest del paese, a recarsi a sud, lontano dunque dalla loro terra di origine, più povera e con meno infrastrutture, per partorire i propri figli. La ragione dichiarata per la pratica, iniziata nei primi anni ’70, era di migliorare i tassi di sopravvivenza alla nascita e ridurre le complicanze nelle comunità remote senza ospedali e con cure prenatali limitate. Per molte donne indigene però, questa politica ha trasformato la gravidanza in una malattia, privando le donne inuit delle cure con i metodi tradizionali di cui si fidavano, che conoscevano. Avendo lasciato le loro comunità molto prima delle loro scadenze, esse hanno trascorso settimane lontano dalle loro famiglie per partorire in un ambiente sconosciuto, curate da medici e infermieri che non parlavano la loro lingua madre.

Negli ultimi anni si è iniziato a cambiare rotta: sono state potenziate le infrastrutture locali e tre donne inuit su quattro oggi partoriscono i propri figli in una clinica nella città natale, guidata da ostetriche anch’esse Inuit. Il New York Times ha pubblicato questa lunga storia che offre importanti spunti di riflessione sulle politiche sanitarie legate alla maternità, come veicolo per tenere viva una comunità, a partire dal benessere delle sue donne. Il risultato è che, investendo in politiche locali, formando la gente del posto, gli output sanitari sono migliorati incredibilmente, mostrando oggi tassi di mortalità non peggiori rispetto al resto del paese.

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Il 43% dei ricercatori ha vissuto episodi di bullismo: la denuncia di Nature

La rivista Nature è perentoria: ambienti altamente competitivi e ostili stanno danneggiando seriamente la qualità della ricerca. È il frutto di un ampio sondaggio, condotto da Wellcome, un noto ente britannico che finanzia la ricerca scientifica, con sede a Londra, che prima di ragionare su come investire risorse per migliorare gli output scientifici si è chiesto se forse non fosse il caso di capire come sta chi la ricerca la deve progettare e mandare avanti ogni giorno.

Così è nato questo sondaggio su oltre 4300 ricercatori provenienti da 87 paesi, tre quarti dei quali occupati nel Regno Unito, dal quale è scaturito il rapporto What Researchers Think About the Culture They Work In (Cosa pensano i ricercatori del contesto culturale in cui si ritrovano a lavorare). In tutto il mondo si fa un gran parlare di “eccellenza scientifica” come driver di sviluppo sostenibile. Secondo quanto riporta Nature, la Germania prevede di spendere 533 milioni di euro all’anno per la sua strategia di eccellenza nell’ambito della ricerca scientifica, il Regno Unito 2 miliardi di sterline di finanziamenti pubblici. “Without human insights, data and the hard sciences will not meet the challenges of the next decade” scrive sempre il 15 gennaio sulle pagine di Nature, Hetan Sha CEO della British Academy.

I risultati sono – appunto – molto seri: le logiche negli ambienti di lavoro sono per lo più percepite come negative da parte degli scienziati. Circa l’80% dei partecipanti ritiene infatti che la concorrenza abbia favorito condizioni di lavoro scoraggianti, come orari di lavoro non controllati, scarsa sicurezza rispetto al proprio futuro professionale e conseguenti guerre all’ultimo finanziamento. Due terzi degli intervistati hanno affermato di lavorare per più di 40 ore alla settimana, il 30% addirittura più di 50 ore, e che gli aspetti negativi di questa logica non sono compensati dalla sicurezza di mantenere il proprio lavoro e dalla capacità di lavorare in modo autonomo, flessibile e creativo. A malapena il 30% degli intervistati ritiene di avere una carriera solida.

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Le donne che “fanno un passo indietro” sul lavoro finiscono ai limiti della povertà

Un’operaia del tessile che andrà in pensione nel 2021, con 57 anni di età e 42 anni di contributi, avendo scelto per ragioni familiari un sistema part time per circa 10 anni della sua vita, andrà in pensione con poco più di 800 euro al mese, a fronte di una paga mensile attuale di 1300 euro. Scelta? Sì. Consapevole delle conseguenze a lungo termine di un’abitudine? Spesso no. Basta poco: uno, due figli, un marito o compagno con un salario medio, intorno ai 1600 euro mensili, un mutuo o un affitto, l’impossibilità di avere aiuto dai nonni, o perché lavorano anch’essi, perché non ci sono più, o perché non ci sono mai stati. Servizi di doposcuola inesistenti o molto costosi, con orari che creerebbero più problemi che soluzioni, in caso di turni sul lavoro. E l’abitudine di accettare questa scelta come un passaggio quasi obbligato.

Gender pay gap e salari bassi

C’è la povertà, e c’è la povertà delle donne, che assume caratteristiche aggiuntive: il part time e la retribuzione oraria inferiore rispetto all’uomo. Due fattori che si intersecano con un terzo grosso problema, che travalica il genere: quello dei salari bassi. In Italia il 28,9% dei lavoratori dipendenti guadagna meno di 9 euro lordi l’ora, si apprende dall’ultimo rapporto annuale di INPS del luglio scorso. Non basta parlare genericamente di “donne che lavorano” se l’unica crescita che riguarda il lavoro femminile è il part-time.

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