Università, solo un’autrice ogni due autori ha pubblicato articoli scientifici

Un articolo pubblicato a fine novembre su The Lancet Global Health è lapidario: si continua a registrare un persistente divario di genere nell’editoria accademica. Solo un autore su tre che ha pubblicato sulla rivista dal 2013 al 2018 è donna. Sebbene il numero di autrici sia cresciuto in modo sostanziale dagli anni Sessanta a oggi, e il numero grezzo di pubblicazioni stia diventando sempre più uniforme quanto al genere, gli uomini continuano a dominare le ambite posizioni del primo e dell’ultimo autore (che in un articolo scientifico sono lasciate alla persona che ha dato il maggiore contributo alla ricerca o al coordinatore). Sono di più anche i singoli autori uomini, che le singole autrici. Si tratta di un tema cruciale dal momento che l’avanzamento della carriera accademica è in gran parte guidato dalla ricerca peer-reviewed, dove il numero di pubblicazioni e il grado degli autori rappresentano importanti indicatori di produttività e qualità.

Le differenze di genere nell’editoria accademica sono influenzate da sistemi iniqui che continuano a svantaggiare le donne e gli autori nel campo della salute globale” concludono gli autori. “Le donne hanno meno probabilità di ottenere finanziamenti.”

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Dossier su Le Scienze sulla salute riproduttiva della donna

Morti da parto forse evitabili, basso uso di contraccettivi e disinformazione: in Italia la salute riproduttiva delle donne ha qualche problema
Un recente rapporto ha mostrato che in Italia la mortalità materna è più elevata rispetto a quanto si ritenesse in passato. E che molte di queste morti forse si sarebbero potute evitare se l’assistenza fosse stata più appropriata.

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Stereotipi di genere, ecco dove resistono di più fra le donne

Si è parlato molto nei giorni scorsi del sondaggio di Istat sugli stereotipi di genere sul ruolo sociale della donna e sulle ragioni che “provocano” la violenza, rilevando come questi stereotipi siano ben radicati anche fra la stessa popolazione femminile. Un aspetto che ha colpito molto noi di Infodata è il dettaglio regionale: in molte regioni sono di più le donne concordi con certi stereotipi legati alla violenza o anche solo al ruolo sociale subalterno della donna, rispetto agli uomini. E no: non si tratta di un gradiente nord-sud. In alcune regioni del nord la consapevolezza sulla violenza fra le donne è molto minore che in molte aree del meridione.

L’affermazione che ha fatto più scalpore è quella riguardante la relazione fra ciò che la donna indossa e un conseguente atto di violenza: “le donne possono provocare la violenza con il loro modo di vestire”. Complessivamente la percentuale delle donne che è molto/abbastanza d’accordo con questa affermazione supera (di poco, ma supera) quella degli uomini. Vi sono tuttavia regioni dove gli uomini sono molto più d’accordo con questa affermazione che le donne (Sardegna, Basilicata, Umbria) ma vi sono anche regioni in cui le donne sono molto più d’accordo degli uomini su questa affermazione (Calabria, Veneto e Trentino Alto Adige).

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Al Sud una donna su cinque con almeno un figlio non lavora. La media europea è il 3,7%

Una donna su dieci con almeno un figlio non ha mai lavorato, per dedicarsi completamente alla cura dei figli, la media europea è del 3,7%. Al sud ha fatto questa scelta una donna su cinque con almeno un figlio dichiara di non aver mai lavorato per potersene prendere cura.

Lo raccontano dati Istat pubblicati in questi giorni, relativi alla difficoltà di conciliazione di lavoro e vita personale di 63 mila famiglie e di circa 80 mila persone tra 18 e 64 anni residenti in 1.264 comuni distribuiti in tutte le province italiane.

Avere un figlio cambia molto di più la vita professionale di una donna rispetto a quella di un uomo. Il tasso di occupazione dei padri dai 25 ai 54 anni, classe di età in cui è più alta la presenza in famiglia di figli con meno di 15 anni, è dell’89,3% mentre per gli uomini senza figli coabitanti è pari all’83,6%. Il tasso occupazionale delle mamme che lavorano è invece molto maggiore (seppur del 15% inferiore a quello maschile) delle donne senza figli: il 57% contro il 72%. Se i bambini sono in età pre scolare i tassi di occupazione  femminili sono ancora più bassi: 53% per le donne con figli di 0-2 anni e 55,7% per quelle con figli di 3-5 anni. Nel frattempo la quota di chi resta fuori dal mercato del lavoro è più bassa per i padri rispetto agli uomini senza figli (il tasso di inattività è rispettivamente 5,3% e 9,1%) e più alta invece per le madri (35,7% contro 20,3%).

Per il lavoro delle madri – poi – è cruciale il titolo di studio: il divario con le donne senza figli scende da 21 punti percentuali se il titolo di studio è basso a 3,7 punti se pari o superiore alla laurea. Complessivamente sono occupate otto madri laureate su dieci contro poco più del 34% di quelle con titolo di studio pari o inferiore alla licenza media.

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