L’impatto di Covid-19 sul lavoro delle donne in cinque punti

Le categorie più colpite dall’emergenza sanitaria sono state quelle che già erano lavorativamente più svantaggiate: le donne, i giovani e gli stranieri. Le donne che hanno perso il lavoro nel 2020 sono il doppio rispetto ai colleghi uomini. Questo da un lato perché occupano più spesso posizioni lavorative meno tutelate, ma dall’altro perché sono impiegati nei settori che sono stati più colpiti della crisi. Quest’ultimo è un aspetto su cui dovremo riflettere.

Iniziamo ad avere i primi dati solidi sull’impatto della pandemia sul mercato del lavoro, o meglio sulle categorie più fragili, quindi della crisi in termini di disuguaglianze. Molto è stato detto, diversi numeri provvisori sono stati diffusi negli scorsi mesi, che provavano a fare sintesi, ma la sintesi ha bisogno di analisi, prima. E di dati “granulari” come si dice, cioè dettagliati. Parlare di “impatto di COVID-19 sul mercato del lavoro” in termini generali di “lavoratori” non permette di capire la cosa fondamentale: chi è rimasto davvero indietro.

Il rapporto appena pubblicato da Istat in collaborazione con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Inps, Inail e Anpal dal titolo Il mercato del lavoro 2020. Una lettura integrata, cerca di andare in questa direzione.

Dal documento emergono 5 elementi che riguardano l’occupazione femminile.

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Ansia e depressione: come si misura la salute mentale? Una prima analisi della letteratura scientifica

A quanto pare dobbiamo sfatare un luogo comune: l’impatto del lockdown (il primo) in termini di ansia e depressione è stato minore di quanto pensiamo e leggiamo. In questi mesi ci siamo chiesti più volte a Infodata quanto fosse reale la percezione di disagio che viene raccontata. Che nasconde un’altra questione: come si misura bene la salute mentale?

Lo abbiamo chiesto in una lunga chiacchierata, ad Angelo Picardi, psichiatra e psicoterapeuta, che lavora nel Centro di riferimento per le Scienze Comportamentali e la Salute Mentale dell’Istituto Superiore di Sanità, che in queste settimane ha concluso un lungo lavoro di analisi della letteratura scientifica emersa negli ultimi mesi, per capire che cosa si può davvero dire e che cosa rimane invece mera aneddotica. Il risultato è che la maggior parte dell’enorme, davvero enorme, mole di ricerche sull’impatto della pandemia sulla salute mentale non ha grande qualità metodologica. Per i campioni non troppo rappresentativi, per l’utilizzo di protocolli di raccolta dati non sempre validati, per la fretta con cui sono stati raccolti e analizzati i dati.

Gli studi dovrebbero essere longitudinali

La maggioranza degli studi che sono usciti sono trasversali (si dice in gergo medico) cioè intervistano persone per la prima voltaponendo domande sul proprio stato di salute in un dato momento, in questo caso per esempio durante o dopo il primo lockdown. “In questi casi è facile che si registrino alte percentuali di rispondenti con ansia o depressione ma è difficile capire se il fenomeno si è generato o acuito in relazione alla pandemia. Servono invece studi longitudinali, dove si intervistano le stesse persone nel corso del tempo sugli stessi aspetti della vita, per intercettare i reali cambiamenti nel loro stato di salute.” Ci sono stati per esempio dei paesi  – spiega Picardi – che negli ultimi decenni hanno strutturato delle coorti di popolazione, le hanno seguite nel tempo, garantendone la rappresentatività, investendo del denaro per garantire a tutti l’accesso al computer e a internet, anche a chi era in difficoltà economiche, per non rischiare di perdere questa importante parte del campione.

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Anche nella sanità le donne guadagnano meno degli uomini

Se vi recate in un centro per la fisioterapia e vi trovate davanti un neolaureato e una neolaureata, sappiate che il primo guadagna 200 euro netti in più al mese della seconda, senza particolari meriti. Un neo-logopedista percepisce 133 euro in più di una collega, un igienista dentale 119 euro mensili aggiuntivi, un infermiere 84 euro in più.

L’11 febbraio 2021, in occasione della Giornata Internazionale su Donne e Scienza, il consorzio Almalaurea ha pubblicato i dati sul divario retributivo fra laureati e laureate nelle professioni sanitarie. No, non è “colpa” del fatto che gli uomini fanno statisticamente più carriera delle donne e quindi guadagnano di più: qui parliamo di 18.249 neolaureati di primo livello nel 2018 contattati nel 2019 a un anno dal conseguimento del titolo. 9 ragazzi e ragazze su 10 infatti non si iscrivono a un altro corso di studi terminata la laurea triennale in questo ambito.
I dati riguardano 22 diverse professioni sanitarie (sono esclusi ovviamente i laureati in Medicina che hanno un percorso di studi di sei anni), in contesti professionali sia pubblici che privati.

Nel 2019 i neolaureati guadagnavano a un anno dalla laurea in media 1.313 euro (si parla qui di retribuzioni mensili nette). Va precisato però che oltre un quarto dei ragazzi e delle ragazze (il 26,6%) lavora part-time, guadagnando in media 921 euro, contro i 1.458 euro di chi lavora a tempo pieno già a un anno dalla laurea. Nel complesso gli stipendi sono leggermente in crescita rispetto al 2014, anche se non siamo ancora riusciti a recuperare la caduta dovuta alla crisi del 2008. Tra il 2008 e il 2014, infatti, le retribuzioni dei laureati nelle professioni sanitarie erano diminuite del 24,8%.
Il problema è che 7 neolaureati su 10 sono donne (addirittura 9 su 10 in Ostetricia, Infermieristica Pediatrica, Logopedia e Terapia della Neuropsicomotricità dell’Età evolutiva), ma le ragazze guadagnano in media1.283 euro netti mensili mentre gli uomini 1.387. 100 euro in uno stipendio di questa grandezza significa che i ragazzi percepiscono l’8,1% di soldi in più. Non bisogna nemmeno essere sconcertati: nel complesso dei laureati di primo livello, quindi non solo nel contesto sanitario, gli uomini percepiscono il 18% in più delle donne (1.334 e 1.131 euro, rispettivamente). Oh yes.

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Pap test, Hpv test, mammografia: quanti screening abbiamo perso nel 2020?

A marzo e ad aprile 2020 lo stato di emergenza ci ha costretti a interrompere tutte le attività di screening di routine a livello nazionale: pap test e HPV test, mammografie e screening per il tumore del colon-retto. Da maggio però gli screening sono ripartiti, ma i ritardi non sono stati colmati, tranne in parte in alcune regioni, e il risultato è che si stima – stando alle medie degli anni precedenti – che siano state “perse” 2.383 diagnosi di lesioni pre-cancerose alla cervice, 2.793 alla mammella e 1.168 carcinomi e 6.667 adenomi avanzati al colon-retto.
Sono i dati che emergono dal secondo rapporto dell’Osservatorio Nazionale Screening (ONS), che copre i primi nove mesi del 2020, condotto attraverso una survey inviata da compilare alle regioni (non hanno risposto la Basilicata e 2 su 5 programmi della Calabria). La terza survey verrà avviata a gennaio 2021. Nel caso delle lesioni alla cervice e al colon, si tratta solitamente di lesioni precancerose (che è l’obiettivo de programmi di screening), e quindi – scrive il rapporto – i ritardi, se recuperati, non dovrebbero compromettere pesantemente lo stato di salute complessivo.

Ben oltre il 40% di prestazioni perse (oltre il 50% per il colon)
Nel primo rapporto dell’ONS venivano riportati i dati fino a maggio 2020, mentre ora si possono esaminare i due trimestri pandemici, fino a settembre 2020, e soprattutto questa volta sono stati presi in considerazione anche gli inviti o gli utenti contattati. Quando si analizzano i dati sullo screening bisogna infatti guardare due elementi: il numero di persone invitate (no, l’invito non arriva a tutti gli aventi diritto) e la percentuale di chi ha aderito. La pandemia ha agito su entrambi questi numeri: non solo su quello “strutturale” degli inviti, ma anche sulla propensione delle persone a presentarsi, fattore cruciale, dato che lo screening funziona su adesione. La propensione è stata misurata attraverso il rapporto fra la percentuale di diminuzione degli inviti e quella di esami effettuati.
Si stima (confrontando i dati 2019) che abbiamo perso il 40% degli inviti per lo screening del tumore alla cervice, sia come Pap test (con cadenza triennale) che HPV test (con cadenza quinquennale), a seconda delle regioni. Si tratta di oltre un milione di inviti persi (1.162.842). Anche la propensione alla partecipazione si è ridotta del 17%.

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