«Come ordinare una biblioteca» di Roberto Calasso

Un piccolo scrigno, Calasso, come sempre, anche in questo suo ultimo libretto, che raccoglie uno scritto inedito e altri tre interventi già apparsi, ma che insieme hanno un loro compimento, incarnando appieno quello che il libro prova a spiegare: come saper accostare ogni libro della propria biblioteca al suo prossimo, per unire fisicamente e materialmente le corrispondenze che sole costruiscono la nostra identità di possessori di quella biblioteca.

Leggere Calasso è come entrare in un’altra epoca, come viaggiare per una Venezia che non c’è con Mr Silvera, l’ “amante senza fissa dimora” di Fruttero e Lucentini.

“Il concetto di collana appartiene alle alte speculazioni editoriali – e in quanto tale viene ignorato da molti editori, soprattutto in Inghilterra e in America, così come alcuni filosofi ritengono che la grazia sia una questione non di loro competenza.”

“E soprattutto danno l’impressione che, per chi li legge, la lettura sia un’attività sporadica – e non continua, come il respiro. Questo è il discrimine. Il lettore vero sta sempre leggendo un libro – o due, o tre, o dieci – , e la novità arriva come un disturbo – talvolta irritante, talvolta gradito, talvolta anche desiderato – all’interno di quella attività ininterrotta.”

“Ogni lettore vero segue un filo (che siano cento fili o un filo solo è indifferente). Ogni volta che apre un libro riprende in mano quel filo e lo complica, imbroglia, scioglie, annoda, allunga. «Ogni riga letta è di profitto» come disse il Cinese raccontato da Hoffmannstal mentre stava in fila nell’attesa dell’esecuzione capitale, durante la rivolta dei Boxer. L’intrecciarsi delle letture nello stesso cervello è una versione impalpabile di quelle reti neurali che fanno disperare gli scienziati.”

“Il feticismo, per essere salutare, implica l’uso, il contatto. Come ha scritto Kraus, «sotto il sole non c’è essere più infelice del feticista che brama una scarpa da donna e deve contentarsi di una femmina intera».

“Strana sensazione, quando si aprirà quel libro. Da una parte il sospetto di aver anticipato, senza saperlo, la propria vita, come se un demone sapiente e malizioso avesse pensato: «Un giorno ti occuperai dei Bogomili, anche se per ora non ne sai quasi nulla». Dall’altra un senso di frustrazione, come se non fossimo capaci di riconoscere ciò che ci riguarda se non con un grande ritardo. Poi ci si accorge che quella doppia sensazione si applica anche a molti altri momenti della nostra vita. Valery una volta ha scritto che «Siamo fatti di due momenti, e come dal ritardo di una “cosa” su se stessa»”.

“E il movimento della mano che scrive su carta è una estrema, miniaturizzata variante di quello della mano che disegna. Mentre il ticchettio della mano che digita è assimilabile a quello di un orologio”.

“Quando Isaiah Berlin si congedava per andare alla British Library non diceva «Vado a lavorare», ma «Vado a leggere»”.

“L’insistenza di Naudé perché la biblioteca ideale fosse utile a chiunque non era dovuta a un suo slancio di benevolenza, ma all’impulso di espandere una ossessione verso ogni angolo, in modo da farla apparire – dopo tutto – normale”.

“«No disturbare che per cosse utili»: questa scritta si leggeva nella bottega di Aldo Manuzio a Venezia.”

“Non credo che si debba annunciare la rivista sulla stampa con gran chiasso e definirla in partenza. Sono dell’idea che non sia utile menzionare i nomi dei direttori in copertina… La mia idea sarebbe che non dovremmo avere l’aria di essere rivolti verso il pubblico, e come se fossimo in piedi su un palcoscenico. Ma che sembriamo trovarci fra di noi, con il pubblico autorizzato a guardare dalla finestra”. [Marguerite Caetani, progettando ‘Commerce’, rivista, aprile 1924]

“Ormai gli scrittori sono considerati come un settore dei produttori dei contenuti e molti se ne appagano. Ma questo presuppone l’obsolescenza della forma. E dove non c’è forma non c’è letteratura”.

“A distanza di quasi due secoli, il libraio di oggi è un destinatario naturale della celebre osservazione di Goethe, in una lettera a Eckermann del gennaio 1827, secondo cui il mondo stava entrando nell’età della Weltliteratur, ovvero della «letteratura universale», dove ciò che contava non era più il luogo d’origine degli scritti ma la loro destinazione: la letteratura, senza ulteriori aggiunte”.

 

E già che siamo avvolti da questa profumata atmosfera, vale la pena leggere anche I libri unici, sempre di Calasso. Sono poche pagine, ma è il senso di che cosa è Adelphi da sessant’anni. Non a caso queste righe sono linkate nel racconto di come è nata Adelphi sul sito web della casa editrice.

Sostenibilità è avere spazio, per tutti

In questi giorni ho visto questo splendido documentario che si intitola Nuovo Cinema Paralitico, titolo che strappa inevitabilmente un sorriso. “Il progresso! Sempre tardi arriva“, dice Alfredo in Nuovo Cinema Paradiso, stupendo film di Giuseppe Tornatore, uscito nel 1988, che è anche l’anno in cui sono nata io.

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L’autore di questo docu-film a puntate, insieme a Davide Ferrario, è Franco Arminio, un…poeta, paesologo, filosofo, uomo saggio, a mio avviso. Uno che ha scritto poesie per sé, condividendole per anni su internet (me lo ricordo bene), quando ancora internet era un luogo dove si andava la sera, sedendosi al pc fisso. Un poeta che è diventato famoso perché tanti, sempre di più, l’hanno amato, non per una decisione editoriale.

Quando lo cito riporto sempre un suo verso puntuale:

Le persone si incontrano per rinascere. Nascere non basta mai a nessuno.

Arminio (come vorrei poter scrivere “Franco” ma non oso, perché non ho ancora mai avuto la fortuna di conoscerlo), ha una missione fissa, cristallina: raccontare la vita dei paesi. La vita nei piccoli centri c’è, eccome. Lo fa raccontando i suoi paesi del profondo sud, ma io, che sono cresciuta in paesi del profondo nord Dolomitico, sento un’assonanza incredibile con i suoi versi.

In questi due mesi difficili il luogo è diventato centrale nelle nostre percezioni, prima ancora che nei nostri pensieri. Credo che ci siamo resi conto di quanto il luogo che abbiamo scelto può starci stretto. Per la prima volta nella nostra vita (per molti di noi, almeno) non abbiamo potuto evadere, e a dirla tutta, non possiamo evadere nemmeno ora, in questa fase due transitoria. Io questa sensazione l’ho vissuta meno, abitando in una piccola cittadina verde delle Dolomiti Bellunesi, ma ho amici che hanno sofferto molto in questi mesi, e ammetto di aver provato molta pena per loro. Al tempo stesso dentro di me speravo, e spero, che qualcosa si risvegli in molti di loro, nel cercare per sé un luogo più ampio, più sostenibile, per dar respiro ai giorni. Un luogo per noi, un luogo di comunità.

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Campesine di Longarone, 5 maggio 2020

Spero che sia anche un’occasione per le istituzioni locali per investire nella sostenibilità delle nostre grandi città. Oramai è un mantra, ed è doveroso. Ho visto diverse fotografie sui social in questi giorni di Bosco Verticale a Milano. L’inquadratura mostrava in primo piano un prato fiorito e sullo sfondo i palazzoni verdi di Stefano Boeri. Se posso essere onesta però, vedevo più poesia nelle parole estasiate dei milanesi, che nella foto stessa. Bosco Verticale è forse il verde più classista d’Italia, che ci mostra con sfacciataggine che la natura è diventata un bene di lusso: più sei benestante, più te lo puoi permettere.

Nelle piccole comunità invece avviene il contrario: tutti hanno la medesima disponibilità di natura e spazio, alla stessa distanza. C’è chi ha un giardino privato e chi no, ma da Belluno centro città, in 10 minuti si è in mezzo a boschi stupendi. Un po’ come la scuola. Da provincialotta ho realizzato solo all’università che nelle grandi città le scuole sono “gerarchizzate” sulla base del gradiente economico: i più ricchi studiano con i più ricchi, e via dicendo. E lo diceva già Marx che il povero e il ricco non potranno mai avere la stessa percezione del benessere della propria comunità reale. Nelle piccole città come la mia, invece, il figlio del facoltoso dentista frequenta la stessa classe della figlia dell’operaio in occhialeria. È normale così.

“Concedetevi una vacanza / intorno a un filo d’erba […]/ Abbiamo bisogno di contadini, / di poeti, di gente che sa fare il pane, / che ama gli alberi e riconosce il vento. / […] Oggi essere rivoluzionari significa togliere / più che aggiungere, rallentare più che accelerare, / significa dare valore al silenzio, alla luce, / alla fragilità, alla dolcezza”.

I parchi. Sono fondamentali ma io non penso che bastino. Ho sempre trovato i parchi urbani delle gabbie dorate, con qualche albero, e penso – ma magari sbaglio – che forse in molti si siano resi conto in questo momento dove siamo assetati di evasione  che in fondo i giardinetti sono un’illusione.

Chiaro: non ci sono molte alternative oggi nelle grandi città, e meno male che ci sono i parchi come propaggini dei nostri angusti bilocali. Onestamente non credo che la soluzione passi solo per aumentare le aree di verde urbano controllato, le aree attrezzate, se anche noi siamo sempre di più ad accalcarci sulle stesse zolle. Io spero ci venga anche voglia di rallentare l’inurbamento coatto, di de-urbanizzarci. Che guardiamo oltre il confine ridistribuendoci nei centri più piccoli, dove la vita è piena, davvero, specie al giorno d’oggi, e dove molte persone possono svolgere la propria professione. Non può valere per tutti, evidentemente, ma per molti sì.

In questi mesi ho osservato amici rendersi conto improvvisamente che la vita in una grande città, con i tanti comfort a portata di mano, ha anch’essa un prezzo da pagare. Noi “provinciali” siamo nati con la consapevolezza di dover pagare la partecipazione a grandi eventi con il nostro tempo, di non avere a disposizione tutto il desiderabile entro mezz’ora da casa. Parlo dei tempi di viaggio per esempio. Una grande mostra a Milano da qui significa 6 ore di treno all’andata e 6 al ritorno, da sempre. Un super concerto, idem. L’Università a Firenze ha implicato per me grossi sacrifici, anche economici, rispetto ad altri amici.

Prima c’era l’illusione del weekend fuori porta, mentre oggi la città ha mostrato la sua incapacità di soddisfare completamente un bisogno di spazio, di aria, di vita lenta. Mi fanno arrabbiare le persone che vedo correre per le vie di Milano senza mascherina, affollare le panchine dei parchi il 7 maggio senza protezione, ma ammetto anche che sono felice di leggere in loro questo bisogno di spazio, di rompere i confini della gabbia. Resta da capire se rimarrà la lucida consapevolezza di un attimo, o se sarà il motore per una rivoluzione, almeno personale.

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Lo ‘Scalpelin’ Giorgio Zoldan, Castellavazzo

Una rivoluzione che porti con sé anche il modo in cui pensiamo alla sostenibilità dei luoghi rurali, che non passa per intensificare il turismo di massa, per le seconde case, per il weekend fuori porta della montagna fasulla.  Al mio paese di origine, Longarone-Castellavazzo, in provincia di Belluno, non ci sono gli scuri di legno rosso con gli intagli a forma di cuore come in cartolina. Abbiamo case normali, con orti operativi, anche brutti, volgari, reali. Abbiamo i portici con le incisioni che i nostri Scalpellini hanno inciso nei secoli come atto di abbellimento nostro, interno e interiore, non per le fotografie dei passanti. Abbiamo i sentieri in montagna sempre puliti, per noi che ci andiamo, perché i nostri bambini che escono a scorazzare non mettano i piedi in fallo, magari pestando una vipera. Che – per inciso – non attacca mai se non viene spaventata da noi. Quindi ci si rispetta a vicenda. Abbiamo le sagre paesane, una per frazione, per divertirci fra di noi, non per il turista che passa per di là. Abbiamo il nostro museo del Vajont, abbiamo chi dipinge e scrive poesie sul Disastro, per ricordare a noi il nostro dolore, prima di tutto, e poi per raccontarlo agli altri. Abbiamo un gruppo di paesani che da anni crea un presepe unico nel suo genere, inscenando la natività nelle case del paese, ricostruendole mattone per mattone, e dove i personaggi sono le persone amate da tutti che non ci sono più. Abbiamo il parroco-infermiere, che il venerdì santo ha chiesto al sindaco di aiutarlo a portare la croce per il paese in modo che tutte le persone che ci tenevano potessero pregare. E il sindaco, che è pure presidente della Provincia con i relativi impegni, si è tolto le fasce e, da amico, lo ha aiutato. Abbiamo una frazione, Igne, che ogni anno da sempre organizza l’Infiorata, che è impossibile da descrivere da quanto è bella, e che richiama tante persone, ma soprattutto la si fa per noi.

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Venerdì Santo a Castellavazzo (Longarone), 2020

In tutto questo, lavoriamo anche noi, produciamo, creiamo, ci organizziamo. Con tutte le difficoltà comuni di questi tempi incerti.

A olte, ko son sola, fenì de destrigàr,
varde do par le grave, la Piave te l so ndàr.

Me pense, stée a Rivalta e ko vignea gran piove
la seguitéa a slargarse via via, fin sot le krode.

Ko l nas skakà in te i vieri, godée kele brentane:
paréa l busnàr de l diàol, ela la féa matane,

E po ceta l distà la ne ciaméa a dugàr,
pastroci e kastelòt, pò tuti a sguataràr,

ludizi no ghe n era, nodàr no se savéa,
ko i sgrisoi se ndéa intro, mare se la ingiazéa

Beveste a no fenìr, l avéa strano saor,
saor dei primi ani ke l é restà in te l kor.

Adès l é na ruiela straka in te l so pasàr,
par mi l é scnpro bela, parkè l era l me mar.

Marina Sacchet, La Piave*

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Presepe di Castellavazzo 2019. La casa dei miei bisnonni, con i miei bisnonni.

*(trad.mia)

A volte, quando sono sola e ho finito di sistemare la cucina dopo aver mangiato, guardo giù, verso il greto de la Piave, il suo scorrere.

quando abitavo a Rivalta e veniva la pioggia, si allargava [la Piave] fin sotto le montagne.

Con il naso appiccicato alle finestre mi godevo quelle sferzate del vento, sembrava il brontolio del diavolo, e per me era un gioco.

Poi d’estate ci chiamava a giocare [La Piave] pasticci e castelli di sabbia, poi tutti a sguazzare.

Non avevamo giudizio, precauzioni, non sapevamo nuotare, quando i brividi ti penetravano dentro, mamma mia come ci si ghiacciava!

Bevevamo l’acqua del fiume, e che strano sapore che aveva, il sapore dei primi anni che restano nel cuore.

Adesso che [la Piave] è un ruscelletto stanco nel suo andare, per me è sempre bella, perché è il mio mare.

 

No xe Smart Working, xe #MonaWorking

Cossa che no xe al Smart working, e parché me par pì #MonaWorking.
(Cose che ho visto in questi due mesi con amici e parenti che lavorano in fabbrica, in salsa veneta).

– Ho visto aziende chiedere ai dipendenti di lavorare da casa, ma chi non aveva il wifi la chiavetta se la deve pagare da sé, come il telefono. “Però risparmi sulla benzina, quindi ok”.

– Ho visto aziende chiedere ai dipendenti di lavorare solo 4 ore al giorno da casa, ma poi pretendere che il lavoro venga finito entro la giornata, come quando si lavorano 8 ore –> alla fine lavori 4 ore gratis, perché hai paura che un giorno “se ne ricorderanno”.

Problema: se il lavoro che fanno in 3 persone per 8 ore al giorno viene fatto da 3 persone per 4 ore al giorno, di quante persone penserà di aver bisogno un’azienda finita la pandemia?

– Ho visto aziende chiedere ai dipendenti di lavorare “smart” ma poi comunque la pausa la devi fare dalle 10 alle 10.15, iniziare alle 8 in punto e finire alle 17.

– Ho visto aziende chiedere ai dipendenti di lavorare come al solito, ma che essendo “smart working” per contratto non esistono gli straordinari. Pagati.

Ecco, sono solo alcuni esempi.

Ma – e al digo mi che fae smart working da 7 ani: vardé che Smart Working xe n’altra roba. Sto qua me par pì Mona working.
Smart working xe empowerment del lavoratore, xe formasion, xe laorar per progetto e organisarse ‘a vita fra de noi par far funsionar ‘e robe, xe che se ti laori de pi ti pago de pi anca si te se sentà sul cesso mentre che ti produsi de pì del pattuito, fioi!

Bon 1 magio!

E tu, hai esperienze di MonaWorking da segnalare? Puoi farlo su twitter con l’hashtag #MonaWorking o commentando il mio thread o su Facebook commentando il post.

Critiche comprensive. Pazienza e bontà. 

“26 febbraio 1927.
Ci vorrà pazienza ed io pazienza ne posseggo a tonnellate, a vagoni, a case (ti ricordi come diceva Carlo quando era piccino e mangiava qualche dolce saporito? «Ne vorrei cento case»; io di pazienza ne ho kentu domus e prus).

Dovrai tu aver pazienza e bontà, però. La tua lettera invece mi pare che mi ti mostri in tutt’altro stato d’animo. Scrivi che ti senti vecchia ecc. Ebbene, io sono sicuro che tu sei ancora molto forte e resistente, nonostante la tua età e i grandi dolori e le grandi fatiche che hai dovuto attraversare.

Corrias, corriazzu, ti ricordi? Sono sicuro che ci vedremo ancora tutti assieme, figli, nipoti e forse, chissà, pronipoti, e faremo un grandissimo pranzo con kulurzones e pardulas e zippulas e pippias de zuccuru e figu sigada (non di quei fichi secchi, però, di quella famosa zia Maria di Tadasuni). Credi che a Delio piaceranno i pirichittos e le pippias de zuccuru? Penso di sí e che anche lui dirà di volerne cento case; non puoi credere quanto rassomigli a Mario e a Carlo bambini, per quanto io ricordi, specialmente a Carlo, a parte il naso che Carlo aveva allora appena rudimentale.

Qualche volta penso a tutte queste cose e mi piace di ricordare i fatti e le scene della fanciullezza: ci trovo molti dolori e molte sofferenze, è vero, ma anche qualcosa di allegro e di bello. E poi ci sei sempre tu, cara mamma, e le tue mani sempre affaccendate per noi, per alleviarci le pene e per trarre una qualche utilità da ogni cosa. Ti ricordi i miei agguati per avere il caffè buono, senza orzo e altre porcherie del genere?”

Lo scriveva Gramsci, e pochi di noi italiani vivono una situazione paragonabile alla sua.

Molti omissis ieri sera, 26 aprile 2020, nel discorso di Conte sulla Fase 2 del nostro lockdown per il COVID-19. Il maggiore – a mio avviso – riguarda come gestire i figli piccoli se tu devi tornare al lavoro. Tu donna, specialmente.
Tuttavia, nel complesso direi che mi sento sollevata, data la situazione, che ci sia stata l’intelligenza di mantenere saldi certi divieti. Io mi sono comunque svegliata con la contentezza di poter rivedere la mia famiglia dopo due mesi, di poter ripasseggiare nel mio bosco, e guardare le mie montagne a Longarone. Per il resto, il tempo verrà.

Sarà che ho scelto di essere un’ottimista, sempre, positiva fino all’utopia, ma penso che possiamo anche decidere di criticare quello che va criticato, ma anche di essere comprensivi con chi sta cercando di trovare una quadra.
Non sono per nulla contenta di quel che vedo scritto stamane, a partire dalla retorica dello “stanno (chi?) rubando il futuro ai nostri figli” da parte di chi fra noi invece dovrebbe farsi guida, incoraggiamento, sentinella, in questo momento difficile.

Coraggio, che torneremo a danzare, siamo una specie resiliente!

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Henri Matisse, La danza