Schemi in-sensati e holzwege

Scrivo un sabato mattina caldo, con una nuvola che copre un po’ il sole, e che rende il mio terrazzo un luogo calmo. C’è silenzio, sento tutta la diversità degli uccellini: un flauto, un oboe, un clarinetto. Nessun fagotto per ora.
Da bambina adoravo un gioco che andava molto di moda, forse qualcuno lo ricorderà: Polly Pocket. Microcosmi racchiusi in una conchiglia di plastica di dieci centimetri di diametro, con dentro una piccola casa, una piccola città, una piccola spiaggia. Io ne avevo una a forma di teiera con dentro famiglie di conigli con a loro volta piccole teiere. Con il tempo ho capito che mi affascinava pensare di poter guardare i movimenti dall’alto senza essere vista, quell’insensata cura de’mortali, scriveva bene Dante.

Sono giorni strani, difficili da sopportare per noi vecchia umanità. È incredibile come ci affanniamo a cercare uno schema, a chiedere aiuto ‘psicologico’ per affrontare questo fermo immagine. È umano, ma incredibile, forse in-sensato. Fra le persone che conosco i meno afflitti sono i malati, quelli che erano malati da prima, quelli che si sono dovuti confrontare da tempo con la sofferenza dell’orizzonte. I più fortunati hanno già visto che questo orizzonte è aperto, altri – lo spero – lo vedranno.
Sto leggendo Holderlin in questi giorni. Chissà perché mi è venuta voglia, non mi ha mai preso completamente, invece ora sì. Che bello che esista la biblioteca digitale, dove possiamo prendere in prestito anche gli ebook. C’è un piccolo componimento intitolato Sofocle: Molti cercarono invano di dire la gioia con gioia/Qui lei infine mi parla, qui nel dolore si mostra. (Viele versuchten umsonst das Freudigste freudig zu sagen/ Hier spricht endlich es mir, hier in der Trauer sich aus.)
Cerchiamo schemi che ci tranquillizzino, cammini psicologicamente ben tracciati. Per me invece siamo gettati nel bosco, dove percorriamo ognuno il proprio sentiero interrotto, il proprio holzweg. Scriveva il puntuto Heidegger (e niente, mi conforta il pensiero di matrice tedesca, ma chi lo avrebbe detto!): “Lo holzweg ha una mèta, e precisamente il cuore del bosco, dove si trova la legna”. Basta citazioni, promesso.

Leggo qua e là di tentativi di accostamento, a Chernobyl, alla guerra, alla vita nei ghetti, addirittura ai campi di concentramento (per favore, I would prefer not to. Mentivo, altra citazione). Giusto ieri un amico mi parlava di quando viveva in Serbia sotto le bombe della Nato, nel 1999. Fra qualche giorno ricorre l’anniversario del bombardamento di Belgrado, che durò 78 giorni. Non è nulla di simile, – racconta – lì c’era la paura atroce, ma ci si trovava, si faceva festa, si cantava sotto le bombe. Ed era prima di internet.
L’umanità ha delle risorse incredibili, ma schemi no, non credo. Qualche supporto materiale aiuta, ma questa ricerca dello schema che ci salva è illusoria. Sempre Holderlin scriveva “Là dove c’è il pericolo/ cresce anche ciò che salva (Wo aber Gefahr ist/waechst das Rettende auch).
Penso abbiamo tanta esperienza di adattamento, ma nessuno schema che sia riuscito ad abbracciare questa complessità, questa forza dirompente.
Mi vengono in mente i fenomeni storici che conosco, dai più antichi, le enormi campagne belliche, le prigionie, gli assedi. Quanti assedi l’essere umano ha vissuto! A gennaio, alla vigilia di tutto, senza saperlo, leggevo un libro straordinario, Momenti fatali, di Stefan Zweig. Uno dei racconti si intitola La conquista di Bisanzio, e racconta come quel 29 maggio 1453 ha cambiato le sorti della Storia del mondo. “La cosiddetta Kerkaporta – per un’inconcepibile negligenza è rimasta aperta. […] L’umanità non potrà mai valutare appieno le dimensioni dell’immane sciagura che in quell’ora fatale ha fatto irruzione attraverso la Kerkaporta, né mai saprà quanto è andato perduto per il mondo dello spirito con i saccheggi di Roma, Alessandria, Bisanzio”.

Ora, fra coloro che si sono presi il tempo di arrivare alla fine, ci sarà chi starà scuotendo la testa, pensando che non so quel che significa questa frustrazione. Lo so, lo so che i bambini urlano, saltano fra le mura, che guardarsi in faccia senza il velo della routine può essere uno sguardo insostenibile. Che nelle nostre giornate saper respirare come ci insegnano nei corsi di training autogeno ci aiuta. Io lo so bene.
Non minimizzo le conseguenze attuali. Invito a riflettere su un altro piano, per meditare insieme dal di fuori della teiera per provare a trovare pace, accettando quel che accade e vivendo giorno per giorno, infilando gli eventi in una prospettiva più ampia. Come fanno gli ammalati, che hanno già visto qualcosa che la maggior parte di noi, fortunati, ancora non ha potuto mettere a fuoco.
Per favore dunque, non fatemi commenti del tipo “qua viviamo in 50 metri quadri e mio figlio fa i capricci”.

 

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Cosa ho letto, e amato, nel 2019

Ogni fine anno Goodreads propone “Il tuo anno in libri“, giocando di buona grafica, facendoti immaginare sprofondata in una poltrona morbida e logora, con cuscini e coperte fatte a mano, coloratissime e incoerenti l’una con l’altra, davanti al camino. Dentro, un te fumante che si mantiene in una teiera rotonda, stoviglie smaltate bianche e blu, fiori secchi ben sistemati, raccolti durante le ultime passeggiate autunnali nel bosco vicino a casa. Fuori, profumo di legna umida che riposa, l’orto che fa altrettanto, tramonti meravigliosi da godere alla finestra.

Bon, basta. Ci siamo capiti: i copy di Goodreads sanno il fatto loro. Poi cadono nell’entusiasmo algoritmico, dicendoti quante pagine hai letto, quale è il libro più popolare che hai scelto (in termini di letture, like, ecc), la media dei tuoi “voti” ai libri. Tutte cose che non hanno alcun significato, perché non è proprio vero che ogni cosa che possiamo misurare la dobbiamo misurare davvero.

Tuttavia, rimane per me un appuntamento interessante per abbracciare in uno sguardo il cammino fatto quest’anno. Sì, lo so che Amazon dialoga con Goodreads e processa i miei gusti per propormi libri che potrebbero interessarmi, ma ogni volta che sento questa obiezione mi sembra un tradimento dei lettori (le persone molto attive su Goodreads sono necessariamente lettori forti, non dico solo come numero di libri letti, ma come attitudine allo studio). Il lettore non legge per intrattenersi, non solo almeno. Legge perché sta seguendo un suo cammino di scoperta delle proprie categorie, e pertanto le proposte di Amazon vengono anch’esse processate dal nostro cervello.

Tornando al mio 2019, ho letto delle poesie meravigliose, approfondendo per esempio Giovanni Raboni Passa il tempo, ci sentiamo/ più grandiosi ogni giorno: però/ siamo sempre la gente che tira su il sopracciglio/ o si gratta la punta del naso, continuiamo
a pensare che tipi così (quello/ che striscia e non ha palbebre quello che fa/ l’amore con le forchette e con la corda) siano/ rispetto a noi, qualcuno – a non capire/ che c’è abbastanza posto per ciascuno di loro/ in ciascuno di noi. Ho letto il nuovo libro di Patrizia Valduga (di cui Raboni era compagno) , dedicato alla mia Belluno e soprattutto ho parlato con Patrizia, che mi ha detto avevo lo sguardo di una donna greca, cosa che mi giocherò per tutta la vita. E poi finalmente ho letto tutta la poesia di Wislawa Szymborska, una e trina, immensa, immensa enciclopedia dell’animo umano. Ma non in ordine alfabetico, perché la ricerca di sé non è lineare. Mal preparata all’onore di vivere/ reggo a fatica il ritmo imposto dell’azione/ Improvviso, benché detesti improvvisare/ Inciampo a ogni passo nella mia ignoranza/ Il mio modo di fare sa di provinciale/ I miei istinti hanno del dilettante/ L’agitazione, che mi scusa, tanto più mi umilia/ Sento come crudeli le attenuanti. Poi c’è tutta la poesia che ho letto online, e che mannaggiammè non posso ritrovare, perché sono pigra a prendere appunti.

Per motivi “accademici”, il mio 2019 è stato zuppo di storia, antropologia, filosofia, sociologia delle religioni: ebraismo e islam su tutti. Se si è intellettualmente onesti e non meri tech-enthusiasts dell’ultima ora, non si può non considerare la religione (come categoria) una chiave di lettura della nostra storia. Ho letto dei Midrashim, in particolare ho approfondito la storia di Giona, per la prima volta. Uno sguardo un po’ diverso sulla Bibbia, e ho capito perché dovremmo studiare un po’ tutti antropologia prima di immetterci come adulti nel mondo, anche se forse ciò che conta è aver fatto un po’ di percorso prima, aver incontrato Lo Straniero, altrimenti come in Durkheim, rimane tutto un esercizio di stile. Ci sono volute più di 1000 pagine Einaudi ma ho intravisto il nodo che nell’altissimo Medioevo connetteva ebrei, musulmani, ellenisti e cristiani.

Poi ci sono i miei amati gialli. Nel 2019 ho letto il miglior enigma della mia vita (tranne quello sull’amare e essere riamati per sempre, che rimane #1): Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle, e ho proseguito nel mio obiettivo di leggere tutto Leo Malet. Mi manca poco adesso, anche se poi Nestor Burma  e la sua Parigi mi mancheranno tantissimo, mentre continuo a non avere nostalgia di Simenon, ma siccome mi sento fuori dal coro, ogni tanto ci provo ad amarlo. Ho anche letto una grossa fetta di Deer Biggers, perché Charlie Chan è uno spasso. Mi sono sforzata di scoprire nuovi giallisti contemporanei, ma continuano a non darmi gioia come Agatha, Conan, van Dine, di cui purtroppo ho già letto tutto. L’unico incontro davvero simpatico è stato quello con la super Zia Poldi in una Sicilia alcolica e gialla.

Non so se vi capita, ma ci sono autori di cui avete bisogno, ogni tanto. Necessari, ma con un ritmo tanguero, dove non senti il bisogno di divorare ogni loro parola subito, come invece mi capita con Malet o Wislawa. Per me lui è Mario Vargas Llosa, genio assoluto, erotico stomp. Quest’anno ho letto I quaderni di Don Rigoberto, e non ho null’altro da dire, se non che conosco meglio il mio profumo. Ho letto anche Crocevia, il suo ultimo libro, come un’anticamera.

Il viaggio. Io non amo viaggiare, o meglio, mi piace camminare, ma non stare in mezzo alla folla, o con persone a cui devi spiegare i perché. Mi piacciono i luoghi solitari e vicino a casa, penso perché si concilia con la mia mania del voler sempre e comunque dormire a casa mia, a costo di lunghi viaggi di rientro. Leggo periodicamente Paolo Rumiz, che sa viaggiare in questo modo, e che mi permette di non farlo io. Il Filo Infinito racconta il suo peregrinar per monasteri benedettini cercando Europa, e senza dubbio mi ha aiutata a definire il mio lavoro giornalistico di quest’anno, dove ho scritto molto molto molto di giustizia sociale. Chissà se si è visto. Rumiz ci aiuta a capire che possiamo cogliere  un insegnamento da ogni simbolo, anche religioso, se lo interpretiamo come una metafora del nostro agire verso gli altri e per capire cosa conta sul serio. Ci si sente, il che è cento volte meglio che capirsi. Forse non c’è niente di peggio che una lingua comune per creare malintesi/ Mostrare uno zelo buono, per non incartarsi nel lavoro/ Ma quanta fatica stare nel mondo lavorando sulle parole contrarie in perenne stato di allerta.

Questo discorso è uno dei miei leitmotif degli ultimi anni, e anche Teologia per tempi incerti di Brunetto Salvarani, mi ha dato una mano a inquadrare alcuni aspetti, per esempio ho realizzato con questo testo che nel 2020 i miei lavori useranno più la parola “umiliati” e meno “oppressi”. In questi giorni ho letto Una segreta complicità, le lettere che si sono scambiati Mircea Eliade ed Emil Cioran in quarant’anni di vita: Ogni cosa che non sia poesia, musica o mistica, è tradimento. Consiglio: regalatevele, e fate in modo di avere almeno un amico che sia un compagno di viaggio di questo tipo.

Ho iniziato, ma sono lungi dall’aver finito, Vita e Destino di Vassily Grossman, mentre ho letto tutto d’un fiato, spinta da ragioni sentimentali alla fine inutili, lo ammetto, La Variante di Luneburg, di Paolo Maurensig. Ma era ora, quindi bene così. La cosa curiosa è che quando incontro il Sentimento c’è sempre di mezzo Maurensig in qualche modo, direttamente o no. L’ultima volta era Canone Inverso, ed è ancora. Ho anche scoperto – finalmente, grazie alla dritta di un amico – chi era Anne Marie Schwarzenbach, grazie alla penna fine di Melania Mazzucco. E oggi, con i nostri mezzi, possiamo essere con più agio un po’ più tutte Anne Marie, e saremmo tutte più tolleranti le une con le altre.

Ho letto Fofi e un po’ di sano anarchismo culturale, che ci riporta in carreggiata, e il dolce acuto racconto di Antonio Bortoluzzi Come si fanno le cose. Dico dolce perché racconta la mia terra e i miei ricordi, e intanto ha aggiunto dei tasselli circa il percorso verso l’essenziale di cui sopra. Ho letto delle storie di relazioni, come lo spiazzante Il mio anno fra Riposo e Oblio di Ottessa Moshfegh, e Il Cuore non si vede di Chiara Valerio, che non so se ho capito.

Non si offendano i tanti autori letti che non ho citato, è comunque tutto ben catalogato su Goodreads qui, e questo post è già molto lungo.

È stato un bel viaggio il mio quest’anno, anche perché tutti questi Holzwege, questi sentieri interrotti, non sono per aria, ma solcano il mio relazionarmi quotidianamente con gli altri, con la vita vera, nei bar, sul lavoro, alla sagra, agli incontri letterari, nell’intimità dei rapporti.

Per quanto mi riguarda è questo il mio vero lavoro. Mentre il lavoro che si vede, gli articoli giornalistici e bla bla, alla fin fine viene da sé, senza alcun merito creativo da parte mia.

lk

Immagine: Presepe di Castellavazzo (Belluno), dove  rivivono le persone del paese che non ci sono più ma che hanno lasciato una traccia indelebile nella comunità. Questa è la casa dei miei bisnonni, riprodotta fedelmente in scala, così come i miei bisnonni stessi. Maestria di Vittorio Talamini e amici.

 

Scuola, libri e letture: pochi grandi editori controllano il mercato

Negli ultimi vent’anni anche l’editoria italiana è cambiata: sono aumentati i titoli pubblicati ma si è ridotta e la tiratura complessiva. Inoltre, sebbene il nostro paese veda da sempre un pullulare di piccoli editori, sono i Big a crescere maggiormente: 5 titoli su 6 sono pubblicati dai grandi editori, con una forte concentrazione della produzione al Nord. La buona notizia è che il numero di libri pubblicato in Italia cresce: con 75.758 titoli pubblicati, il 2018 ha visto un aumento della produzione dell’1,1% in totale; 1,2% per i grandi; +1,7% per i medi, anche se i piccoli editori hanno registrato un calo del 3,3%.

Ad andare alla grande sono in particolare l’editoria scolastica e quella per ragazzi.  Le opere scolastiche sfiorano infatti il 13% del totale dei titoli e i libri per ragazzi il 9%. Si osserva un aumento della produzione scolastica sia in termini di titoli (+2,8%) che di copie stampate (+11,8%).

Nel complesso sono 1.564 gli editori attivi censiti nel 2018, ma la metà esatta (il 51,1%) ha pubblicato un numero massimo di 10 titoli all’anno, classificandosi come “piccoli editori”, il 33,8% fra le 11 e le 50 opere (si parla in questo caso di “medi editori”), mentre soltanto il 15,2% ha pubblicato più di 50 opere annue. Questi grandi editori coprono quasi l’80% della produzione in termini di titoli e il 90% della tiratura.

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