Non è Natale senza i libri di scienza giusti

Eccoci anche quest’anno, pronti per regalare piacevoli letture natalizie ai nostri cari, e a noi stessi. OggiScienza come ogni anno vi propone i libri più interessanti pubblicati negli ultimi mesi, in tutti gli ambiti della scienza: dalla fisica alla psicologia, all’etologia, alla medicina.

Buchi neri, big data e reti

Il 10 aprile scorso, alle 15:00 ora italiana, Sheperd S. Doeleman, detto Shep, ha mostrato al mondo la prima immagine di un buco nero. Un evento seguito in diretta internazionale, destando meraviglia e diventando in breve tempo uno dei post più virali di sempre nei social media. Ma come si è arrivati, dopo un secolo dalla teoria della Relatività di Einstein e decenni di lavoro, a ottenere finalmente la prima immagine, sfocata, di un buco nero? La storia la racconta Seth Fletcher ne L’ombra di Einstein. Un buco nero, un gruppo di astronomi e la sfida per vedere l’invisibile, edito da Bollati Boringhieri.

Le formule certamente sono importanti, ma non sempre funzionano, soprattutto nella vita reale. Troppo spesso, per esempio, aver raggiunto un buon risultato non è sufficiente per ottenere un successo. Albert-László Barabási, uno dei maggiori esperti mondiali di scienza delle reti, si è proposto di trovare delle leggi che potessero essere davvero utili per la realizzazione personale. Ne La formula. Le leggi universali del successo (Einaudi), sfruttando la potenza dei big data e utilizzando alcuni casi esemplari tratti dai campi più diversi (dal Barone Rosso a Jean-Michel Basquiat, da Kind of Blue di Miles Davis a Marcel Duchamp e Tiger Woods), Barabási rivela i principi scientifici e le regole non dette che stanno alla base del successo, delineando infine le cinque leggi che governano il fenomeno e spiegandoci come queste possono essere usate a nostro vantaggio.

Animali: lutto e specie estinte

Il terzo libro imperdibile in questo Natale è La malinconia del mammut. Specie estinte e come riportarle in vita, di Massimo Sandal (Il Saggiatore) che racconta la grande storia delle estinzioni e i modi in cui stiamo provando a riportare in vita specie scomparse, come lo stambecco dei Pirenei scomparso cento anni fa che stiamo “risuscitando” attraverso campioni di cellule conservate in azoto liquido. E anche per i dinosauri forse qualcosa si può fare…

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Mi sono iscritta a WT:Social. Chi trovo? (Se non sapete che cos’è leggete questo post)

Mi sono appena iscritta a WT:Social per questo esperimento social(e) di socialné che ha come elemento differenziante il fatto di condividere solo notizie factcheckizzate. È un social fondato da poco (e in fase beta) aperto dal fondatore di Wikipedia.

Trovo qualcuno di voi?

Se non sapete che cos’è, vi consiglio questo articolo di NinjaMarketing e questo di Wired. In buona sostanza è simile a Facebook come struttura: con gli amici e i followers, ma si interagisce all’interno di gruppi (subwiki) a cui ci si iscrive. Si può anche crearne di nuovi, io per esempio ho creato il gruppo DataJournalism, dato che non c’era.

Per iscriversi non serve pagare nulla, anche se la logica di mantenimento del social è no ADV, sì donazioni. Si può fare abbonamento mensile a 12 euro o annuale a 90 euro. Ma – di nuovo – al momento non è obbligatorio, perché da quanto capisco ora per loro l’importante è avere nuovi membri.

La logica di iscrizione è un po’ strana. Se semplicemente ti iscrivi senza che nessuno ti inviti il social ti propone l’abbonamento per procedere, e ti mette in coda come al super, mentre se sei invitato e inviti a tua volta puoi sorpassare la fila e iscriverti gratuitamente.

Se volete iscrivervi potete usare il mio link di invito, cioè iscrivervi aprendo il social da questo link.

A me viene sempre in mente il vecchio adagio “se qualcosa è gratis è perché la merce sei tu”.

(Se poi non piace come social ci si può sempre cancellare eh)

 

«Come si fanno le cose» di Antonio G. Bortoluzzi

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Caro Antonio,
sarà stato il 1998, forse il 1997, me lo ricordo come fosse ieri, anche perché era la prima volta (e fu l’ultima) che le maestre ci portavano a vedere come funzionava un lavoro. Che probabilmente la maggior parte di noi avrebbe svolto in futuro, vivendo in un luogo così segnato dalla Zona Industriale, con le lettere maiuscole. La destinazione era tre chilometri più in giù, a Fortogna: il Cotonificio. Non ricordo più il nome, era lungo, lo avevo imparato a memoria, ma sempre vent’anni sono passati.
La gita però la ricordo distintamente: la fabbrica era deserta, non c’erano lavoratori, tutto era immobile, tranne noi bambini con qualcuno che ci faceva da guida tra le macchine enormi. Ricordo benissimo che ero a bocca aperta davanti alle rocche di filo che erano giganti rispetto al rocchetto che usava mia nonna per imbastire con la macchina da cucire. Ricordo l’esatto momento in cui ho imparato la parola ‘rocche’: la rocca che fissavo era verde bottiglia. Mi sono immaginata lì “sot paron’ mentre facevo girare tutto questo filo tornando la sera a casa dai miei figli e nel fine settimana salivo in casera, in un Grisol così simile a Piàie… Mi era piaciuto il Cotonificio. È uno dei ricordi più chiari che conservo di quegli anni.

Te lo dico perché mentre leggevo questo tuo libro “Come si fanno le cose” (Marsilio), io sono tornata lì dentro, nel 1998, vivendo quella mia vecchia proiezione d’infanzia. Ero io che guadavo torva Massimo litigare con Valentino alla Filati Dolomiti. Anche per questo, come ti ho scritto in privato l’altra sera, mi sono commossa. Mi sono ritrovata interamente, ma proprio sangue compreso, nelle intuizioni di Valentino e ho riconosciuto in tanti conoscenti l’amarezza di Massimo. Il tuo libro è una catarsi necessaria, una riflessione che spero tanti operai e tanti impiegati abbiano modo di fare, proprio leggendo il tuo libro. Alienazione e libertà, forse il confine non è solo qualcosa che arriva da fuori di noi, dall’assenza di una campanella. Però è anche vero che ci sono piccole cose, apparentemente insignificanti appunto come una campanella, che possono uccidere lungo un vita.
Forse mi sono commossa proprio perché mi ha riportato alla mente tanti sguardi appesantiti che in questi anni ho incontrato.

Spero lo leggano in tanti, intanto grazie per aver raccontato il nostro piccolo mondo, le tante Vite agre, e il “varco”.
‘Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende …)

«L’oppio del popolo» di Goffredo Fofi

Ho finalmente finito quest’ultimo libro di Goffredo Fofi, L’oppio del popolo (Elèuthera editrice). Come sempre con Fofi mi viene spontaneo mettermi sulla difensiva, perché come chi lo conosce bene sa, Fofi è una cavolo di balestra. Ha la capacità di farmi sentire sempre una stupidotta, ed è per questo che lo cerco, anche se talvolta lo trovo esagerato.
Sarò strana, ma provo un certo piacere quando persone come Fofi mi fanno sentire una stupidotta, non tanto perché condivida ogni suo attacco alla contemporaneità tecnologica, ma perché penso che una revisione periodica delle cose che diamo per scontate anche nel lavoro, un ritirarci in basso, faccia bene al pensiero e all’azione.

foofu

Il libro è un attacco all’industria della cultura, e più nel dettaglio all’industria della comunicazione della cultura, che è l’alveo entro cui talvolta anche io mi muovo, e in cui vi muovete anche voi che siete nella mia bolla. Vogliamo arrivare a più persone possibile, che in tanti (un tanti più delle volte non quantificato, quindi non misurabile, quindi insoddisfacibile per natura) amino un quadro, un libro, una fotografia.
La tesi di Fofi è che alla comunicazione manchi il “noi”, che essa produca solo tante monadi, tanti io. I-o, i-o. Non c’è democrazia vera e propria nelle riviste letterarie, dice, nelle università e nel Sistema che produce scrittori di successo, e mica è colpa degli scrittori, spesso bravi. Il problema è che c’è tanto tanto tanto, e il tanto rende automi. Dice. Su questo per me ha ragione.

Non mi piacciono molto le generalizzazioni né le tesi a priori, e Fofi ne fa molte. “E se la cultura, in tutte le sue forme non radicali che non guardano all’origine dei mali e non ne cercano il rimedio, non fosse altro, oggi, che lo strumento privilegiato del demonio, lo strumento di cui il potere si serve per asservirci, per farci accettare l’inaccettabile?” (p.17). Il “contro” di Fofi è una cultura, una comunicazione, un’arte, che platonicamente si fondino sul perturbante invece che sull’intrattenere e sul dilettare.
Sul “dominio del potere” come vessillo impersonale sono sempre cauta. Ma la domanda che mi fa sentire una stupidotta è sempre questa: perché siamo così ossessionati dal comunicare la cultura? Io personalmente me lo chiedo spesso mentre lo faccio. Fofi, lucidamente e onestamente ci fa osservare che non c’è altra possibile prospettiva lucida e onesta sul nostro oggi che non sia nichilista. Abbiamo pisciato troppo fuori dal vaso, quel che è fatto è fatto. Non si torna indietro pacificamente. “Dalla tentazione del nichilismo ci si difende solo con un atto di sfida” scrive, e di ritorno alla cultura come politica pratica (da polis, bla bla). Quella per lui è radicalizzazione: non i dettami da agenzie internazionali, non le soluzioni pret a porter individuali. Certo, la prospettiva di Fofi non è evidence-based, bisogna dirlo. Non è una scienza sociale, la sua.
Ecco, per quanto l’abbia trovato un po’ stucchevole in diversi passaggi, una pit stop con Fofi è sempre un’ottima occasione per noi comunicatori per chiederci, ma in maniera costruttiva mentre progettiamo un piano editoriale: ma che caz stiamo a comunicà?

(Ditemi se l’espressione di Dora non riassume perfettamente il mio sbrodolo)