Avere un figlio dopo un cancro al seno

Quando riceve la diagnosi di cancro al seno è il luglio del 2007; Sara ha 31 anni. Carcinoma alla mammella non ormono responsivo. All’epoca è una ricercatrice in Oncologia molecolare presso l’Università di Tor Vergata e sa che cosa significa trovarsi da un giorno all’altro dall’altra parte del vetrino. E sa anche che cosa vuole dire quando aggiungono che il cancro è in metastasi perché si è già diffuso nei linfonodi ascellari.

In un paio di settimane Sara inizia la chemioterapia, viene sottoposta a quadrantectomia, un intervento conservativo che viene proposto in alternativa alla mastectomia. Inizia per Sara il normale iter terapeutico per le donne con tumore al seno, che in lei ha da subito un effetto molto benefico, in particolare grazie all’utilizzo di un farmaco, un anticorpo monoclonale, che all’epoca si usava da appena nove mesi mentre oggi è prassi nel caso di tumori di questo tipo. Già dopo la prima infusione il gonfiore ascellare originato dal cancro si dimezza e Sara inizia il percorso che la porterà fuori dal tunnel.

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Il futuro energetico dell’Africa non è green. E l’aria non è monitorata bene

Il futuro del mondo è sempre più green? Non per tutti, non ovunque. L’Africa, per esempio, ancora non sta andando in questa direzione. Secondo i dati pubblicati il 21 ottobre dall’International Energy Agency (IEA) oggi in Africa sono installati solo 5 gigawatt di fotovoltaico solare (Pv): meno dell’1% della capacità globale.

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Ecco perché i dottorandi non sono felici

La salute mentale dei dottorandi necessita urgentemente di maggiore attenzione”. Così titola l’ultimo editoriale di Nature  , raccontando i risultati di un sondaggio condotto su 6.300 studenti di dottorato di tutto il mondo, proseguendo in maniera altrettanto netta: “l‘ansia e la depressione negli studenti di dottorato sta peggiorando. La salute della prossima generazione di ricercatori ha bisogno di un cambiamento sistematico nel modo di fare ricerca”. Il 75% dei dottorandi intervistati si dice generalmente soddisfatto della propria esperienza di ricerca, ma uno su tre (il 36%) ha cercato aiuto per combattere ansia o depressione durante il proprio percorso. Due anni fa lo stesso sondaggio aveva rilevato che il 78% degli intervistati era soddisfatto della propria attività. Non a caso lo scorso maggio a Brighton si è tenuta la prima conferenza internazionale dedicata alla salute mentale e al benessere dei ricercatori all’inizio della loro carriera.

La domanda che sorge spontanea è perché i PhD sono in ansia. Chi ha almeno un amico o un parente che lavora in accademia lo può facilmente intuire: la dinamica fagocitante del publish or perish, legata alla mobilità imposta (quasi il 40% degli intervistati studia fuori dal proprio paese di origine), che ci si sente in dovere di accettare di buon grado, con il sorriso, ma che nasconde un forte senso di precarietà per persone che sanno di non avere più vent’anni, e spesso nemmeno trenta.

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Cosa pensano gli under 35 del mondo che stiamo costruendo

I maggiorenni under 35 circa il loro futuro vedono un bicchiere mezzo vuoto. Le loro opinioni su quello che stanno facendo i leader politici, gli imprenditori e i grandi media sono spesso negative e stanno mutando rapidamente. Dall’ultimo rapporto di Deloitte emerge che nel 2017 il 76% dei giovani riteneva che il mondo dell’impresa potesse avere un impatto positivo sulla società, mentre due anni dopo la percentuale di ottimisti scende al 55%. In generale solo il 26% degli under 35 oggi pensa che entro un anno l’economia mondiale migliorerà, contro il 45% che aveva risposto in questo modo nel 2017 e nel 2018.

Ma è davvero mero pessimismo, o piuttosto una maggiore consapevolezza della responsabilità delle istituzioni, nell’ottica di una svolta davvero sostenibile per il pianeta? Dalle risposte non emerge uno scoramento passivo: i ragazzi sono delusi dalle istituzioni, e critici nei loro confronti, ma in modo proattivo. Non è la precarietà del posto di lavoro, la paura di rimanere disoccupati a farli arrabbiare. Le loro critiche riguardano principalmente la miopia delle istituzioni pubbliche e private rispetto all’urgenza di cambiare il modo di fare business.

Alla domanda su quali ambiti sono prioritari, il 46% dei millennials intervistati da Deloitte ha risposto di pensare che il proprio lavoro possa avere un impatto positivo per la comunità, una percentuale simile a chi risponde di avere come priorità un salario alto.

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