#5 – Il gioco di Paperopoli

Giovedì ho composto come numero telefonico di un ospedale la sua partita iva. Bene, ma non benissimo: segno che era il momento di fermarsi, bersi una birra e andar per boschi. E, sarà stata la Pedavena, ma pensavo che è un ottimo esempio di quello che sta accadendo, adesso più che a marzo (e qui il paragone lo faccio, eccome): datacaos totale. Uno pensa di avere un dato, e invece non ce l’ha e a un passo dalla fine deve tornare indietro. Pare di stare al gioco dell’Oca. Io da bambina ne avevo uno di Paperopoli particolarmente bello (in foto). Penso sia stato la vetta della FIAT dopo la Panda Young. Se arrivavi alla penultima casella in alto ti diceva di tornare all’officina, collocata dove vedete il mio dito.

Prima su twitter Marco Cattaneo rispondeva a un mio tweet “altro che alzare la cornetta: ci sarebbe da alzare bandiera bianca”. Come sapete a Infodata stiamo cercando da settimane di capire quali caspita sono i dati reali dei ricoveri in terapia intensiva regione per regione. “Ma dai, lo sappiamo: li dice la protezione civile”. Eh, ni. Non siamo certi siano proprio precisi, anche perché ci sono giornali che riportano dati che a noi non tornano. Il nostro Sapomnia che quando si altera non è – diciamo in Veneto – “farina da far ostie” sta telefonando a tutte le regioni per sentire come vanno le cose. Io invece, dopo aver capito che quella era la partita iva e non un numero di telefono, sono riuscita a contattare un ospedale siciliano e mi hanno risposto gentilmente che in questo periodo non autorizzano nessuna intervista perché i medici sono troppo impegnati nell’emergenza. “C’è un motivo per cui parlano sempre gli stessi Grandi Nomi in TV signora, qua non abbiamo proprio tempo!” Aggiungo che qualche giorno fa ho parlato per un’ora e mezza con un’infermiera che lavora in terapie intensive da 15 anni, e quando ho messo giù il telefono mi sono fatta un piantino. Il pezzo uscirà prossimamente. “Eh ma che piagnisteo che sei, non puoi demoralizzare sempre gli italiani!”. Giuro che non è un atteggiamento teatrale il mio: ma penso che siano anche questi gli aspetti reali da raccontare, accanto ai dati. Mi sono segnata una frase di Erasmo da Rotterdam letta su twitter: “Dolce è la guerra a chi non l’ha provata”. Già. Peraltro ieri riguardavo i libri che ho sul comodino da mesi, ma che non ho la forza di leggere (in foto). Notavo che ho scelto due cose proprio piene di allegria.

Un secondo esempio di datacaos sono i dati sulle scuole. Proprio ieri è arrivato il dardo infuocato del Ministero dell’Istruzione contro l’ISS che si sintetizza in “noi abbiamo raccolto e inviato i dati, poi è colpa loro se non ci hanno lavorato”. Un. terzo esempio di datacaos: in questi giorni sta girando online l’immagine di alcuni numeri secondo cui in tutta Italia ci sarebbe stato solo un contagio in teatri o cinema. Purtroppo questo dato non può rispecchiare la realtà, è appunto opaco: la verità è che non vengono raccolte in modo omogeneo le informazioni sul luogo di contagio per il semplice fatto che è difficile risalire a dove è avvenuto il contagio.

Passiamo ad alcune cose che abbiamo fatto questa settimana su Infodata e che non ho segnalato a parte. Anzitutto abbiamo pubblicato la seconda puntata di racconto dei dati AIFA sull’uso dei farmaci durante il lockdown e c’è una buona notizia (voo giuro!) Fra marzo e maggio, nonostante la chiusura, gli italiani non hanno dovuto rinunciare alle cure farmacologiche che già seguivano. A livello nazionale nel periodo pre e post COVID-19, non si evidenziano infatti differenze significative nei consumi per tutte le categorie di farmaci per malattie croniche esaminate. Segno che complessivamente le strategie poste in atto per favorire la continuità assistenziale dei malati cronici e fragili hanno retto. Poi, sulle visite, quella è un’altra faccenda. Poi segnalo la mappa sull’impatto della prima ondata di pandemia sulla mortalità, in tutte le province d’Europa. Perché ancora sento dire “ma se non è morto praticamente nessuno!” Qui non si tratta di decidere se si è morti per o con COVID. Molto semplicemente l’impatto del COVID si è fatto sentire in termini di morti complessive. Tendenzialmente chi controbatte a questo punto tira fuori l’argomento “w la selezione naturale”, ammettendo quindi che la mortalità c’è stata, ma che è un bene svecchiare. E ripenso sempre alla prima volta, in quarta liceo, che lessi Lucrezio e rimasi folgorata da questo passaggio: È una dolce sensazione, quando i venti turbano le acque del mare, assistere da terra al gran travaglio altrui, non perché sia un dolce piacere che qualcuno soffra, ma perché è bello vedere di quali mali tu stesso sia privo.

Suave, mari magno turbantibus aequora ventis, e terra magnum alterius spectare laborem; non quia vexari quemquamst iucunda voluptas, sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est.

De Rerum Natura, II

+++ Ah, prima di proseguire chiedo se per caso sono stata nominata in qualche articolo/post/tweet, di cui non so nulla, perché da un paio di giorni ricevo parecchie richieste di amicizia su Facebook più del solito, e non possono essere certo i miei selfie a-sensuali in tuta con mascherina FFP2 ad attirare cotanta attenzione.+++

Passiamo ai consigli di lettura, sempre EP (Esenti puttanate). Prima di tutto un chiarimento su ciò che ha detto davvero Ilaria Capua sull’immunità di gregge”: questo è l’articolo che lei stessa ha twittato chiedendo di leggerlo prima di insultarla. Altri consigli: il tema è come si diffonde il virus. segnalo questo articolo su Science. Anche El Pais ha scritto un pezzo utile. “Eh ma è in inglese!” Lo so. La verità è che su Infodata abbiamo provato a tradurre il pezzo di El Pais, citando chiaramente la fonte, con l’intento di fare un servizio pubblico. “Ah bene, grazie!” E invece no: letame anche lì. DataMediaHub ci ha twittato “Siamo in dubbio se sia squallido o riprovevole. O entrambi…”. Come diceva ieri un mio amico, in tutt’altro contesto: “Ricordati che nessuna buona azione rimarrà impunita”.

(“Ma citi sempre Infodata”. Eh amici: dei dati che abbiamo raccolto noi so rispondere, di quelli raccolti da altri no).

Spostandoci infine su altri fronti, leggevo questo brano di Wislawa Szymborska, che non compare fra le poesie, ma molto bello.

“Si fece un violino di vetro perchè voleva vedere la musica. Trascinò la sua barca fin sulla cima della montagna e attese che il mare arrivasse a lui. Le notti si dilettava a leggere l‘“Orario ferroviario”; i capolinea lo commuovevano fino alle lacrime. Coltivava le rose con una “z”. Scrisse una poesia per la crescita dei capelli e un’altra ancora sullo stesso soggetto. Ruppe l’orologio del municipio per fermare una volta per tutte la caduta delle foglie dagli alberi. Voleva dissotterrare una città in un vasetto d’erba cipollina. Camminava con la Terra al piede, sorridendo, lentamente, felice – come due e due fan due. Quando gli fu detto che non esisteva affatto, non potendo morire per il dispiacere – dovette nascere. Già vive da qualche parte, batte le palpebre e cresce. Giusto in tempo! In un buon momento! Alla Graziosa Nostra Signora, Dolce Macchina Assennata, presto sarà utile un buffone per suo giusto diletto e innocente conforto.”

Ho poi scoperto questo Egon Schiele “impressionista” grazie a Jacopo Veneziani. Siamo nel 1907-1908 al porto di Trieste.

Per concludere, qui prosegue l’autunno, almeno questo, più bello di altri anni. E torna la voglia di mettersi a sferruzzare, se solo fossi capace. Ogni anno mi metto di buona lena con ferri e macchina da cucire, per preparare le cose per Natale, ma il risultato non è dei migliori ecco… proprio non sono portata, ma mi dà gioia. Segnalo questi video corsi di taglio e cucito.

Quanto costano i tamponi e perché intasano il sistema sanitario pubblico

Mentre scriviamo questo articolo, abbiamo avviato la Passione Secondo Giovanni di J.S. Bach . Almeno in Lombardia, se sei asintomatico o sintomatico ma non grave, il sistema sanitario pubblico non riesce più ad assicurarti il tampone. Puoi farlo privatamente ma il costo è alto: una media di 100 euro a test, e in ogni caso di fronte a una positività rintracciata in questo modo, il sistema fatica a far partire il tracciamento contatti.
A Infodata, quando ci troviamo di fronte a dati opachi solitamente ci fermiamo. Preferiamo raccontare dati che consideriamo solidi, raccolti con una metodologia che abbiamo valutato essere indicativa. Talvolta però le domande sono talmente grandi che osiamo inoltrarci nella Selva Oscura e mostrare al cittadino perché non è possibile raccogliere certi dati, che invece giustamente il cittadino chiede.

Un altro esempio di dato opaco sono i numeri dei contagi in cinema e teatri. In questi giorni sta girando online l’immagine di alcuni numeri secondo cui in tutta Italia ci sarebbe stato solo un contagio in teatri o cinema. Purtroppo questo dato non può rispecchiare la realtà, è appunto opaco: la verità è che non vengono raccolte in modo omogeneo le informazioni sul luogo di contagio per il semplice fatto che è difficile risalire a dove è avvenuto il contagio.Tornando ai tamponi, l’impressione è che la maggior parte delle regioni sia allo stato brado, che non ci sia nessuno che tiene le redini.

L’indagine di Altroconsumo 

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Lockdown: più vitamine e benzodiazepine, ma meno farmaci per la disfunzione erettile

Durante i mesi di lockdown abbiamo acquistato più ansiolitici e antidepressivi, in particolare più benzodiazepine, più antiepiretici (come il paraceramolo), più acido ascorbico (vitamina C) anche grazie al diffondersi di informazioni scientifiche non validate, più liolipemizzanti per ridurre il colesterolo, ma meno farmaci contro la disfunzione erettile (inibitori della fosfodiesterasi). Riguardo a questi ultimi non si sa se le vendite sono calate perché siamo stati meglio o perché siamo stati peggio.

Lo riporta un rapporto di AIFA  uscito il 29 luglio scorso dal titolo Rapporto sull’uso dei farmaci durante l’epidemia COVID‐19 Anno 2020, che analizza il numero di confezioni di medicinali per 10.000 abitanti per giorno, erogati tramite le farmacie territoriali pubbliche e private, sia in regime di farmaceutica convenzionata sia attraverso la distribuzione per conto, a carico del SSN.

Iniziamo con la buona notizia: fra marzo e maggio, nonostante la chiusura, gli italiani non hanno dovuto rinunciare alle cure farmacologiche che già seguivano. A livello nazionale nel periodo pre e post COVID-19, non si evidenziano infatti differenze significative nei consumi per tutte le categorie di farmaci per malattie croniche esaminate. Segno che complessivamente le strategie poste in atto per favorire la continuità assistenziale dei malati cronici e fragili hanno retto.

In generale abbiamo comprato più farmaci del solito, in particolare come si diceva, benzodiazepine, vitamine, paracetamolo e idrossiclorochina, un antireumatico utilizzato contro malaria, artrite reumatoide e lupus eritematoso sistemico, che ha visto un’impennata importante negli ospedali nella fase acuta della pandemia, come abbiamo raccontato nella scorsa puntata.
Sono queste le categorie o i principi attivi per cui le farmacie pubbliche o private si sono approvvigionate maggiormente in modo significativo, in vista di erogazioni dirette ai pazienti. Da questa analisi emerge che a marzo gli acquisti da parte delle farmacie sono stati ben superiori rispetto ai mesi precedenti e ad aprile 2020 l’incremento in termini di confezioni comprate è stato di più del doppio rispetto alla media dei tre mesi pre COVID-19. Dal momento che anche a maggio 2020 l’aumento si è confermato, ci fa supporre che gli approvvigionamenti siano stati realmente erogati ai cittadini fra marzo e aprile.

È bene precisare che le categorie elencate comprendono farmaci di classe C (cioè a carico del cittadino ma con obbligo di ricetta) a cui si aggiunge la idrossiclorochina che, pur essendo un farmaco in classe A, può essere erogata direttamente al paziente a proprio carico.

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Altro che 9 in pagella. Chi vive in famiglie svantaggiate ha voti più bassi.

Era un plebeo che, trovandosi aver quattro soldi, voleva competere coi cavalieri del suo paese; e, per rabbia di non poterla vincer con tutti, ne ammazzò uno; onde, per iscansar la forca, si fece frate.
Ha fatto parlare l’annuncio (poi mitigato) da parte del noto Liceo pubblico “Manzoni” di Milano, di dare la precedenza, per l’anno venturo, a quelli che hanno ottenuto la media del nove o del dieci in italiano, matematica e inglese in seconda media e risiedono nel centro di Milano. Gli spazi sono pochi: bisogna scegliere. Da subito i ragazzi stessi del collettivo del Manzoni non ci stanno: è discriminazione elitaria. Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società , come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Sebbene infatti ci siano sempre state le eccezioni di persone brillanti provenienti da famiglie operaie o con genitori con un basso livello di istruzione, non è questa la norma. La maggior parte di chi eccelle a scuola, non solo alle medie ma in tutto il percorso scolastico, proviene da famiglie di ceto sociale più elevato, con familiari laureati. E solitamente, lo sappiamo, non vive in periferia.

L’arbitrio non si deve intender libero e assoluto, ma legato dal diritto e dall’equità, e frequentare un buon liceo significa per molti avere una grande occasione. Con un criterio di questo tipo invece, chi parte svantaggiato è condannato a perdere sempre più terreno, anche perché sappiamo che ai licei nelle grandi città si iscrivono per la maggior parte persone provenienti da un ceto sociale benestante.

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