Andrea Camilleri, Montalbano e i suoi grandi successi raccontati con i numeri

Infografica

È diventato famoso al grande pubblico alla soglia dei settant’anni, Andrea Camilleri, con la pubblicazione di “La forma dell’acqua”, nel 1994, dove portava in scena il suo Salvo Montalbano. Camilleri è per molti sinonimo del Commissario, che pur non sempre amabile alla fine si è fatto immensamente amare. Una curiosità che abbiamo scoperto grazie all’instancabile Fan Club di vigata.org, che raccoglie l’opera omnia del maestro: sono ben 114 le ricette presenti solo nei libri di Montalbano. I risultati del successo del Commissario parlano da sé: l’ultima puntata della serie tv basata sui romanzi di Montalbano, andata in onda a febbraio 2019, è stata vista da 10 milioni di persone.

La carriera straordinaria di Camilleri

Si citano spesso i guadagni, le copie vendute per esprimere il calibro di un’artista. Ma in realtà lo stupore che ci lascia in eredità l’ultimo Tiresia è la wunderkammer di parole che hanno criticamente letto gli ultimi ottantanni, in tantissime forme, senza mai girare la testa alla più bieca contemporaneità per rifugiarsi, come a molti accade, in una mai esistita antica età dell’oro.

Continua su Startupitalia

Annunci

Altro che buoni samaritani. Gli italiani possono dare di più secondo il World Giving Index

Stando ai luoghi comuni pare che gli Europei, e in particolare gli italiani, siano i più caritatevoli Samaritani di tutto il mondo, ma i dati raccontano un’altra storia. La Charities Aid Foundation (CAF), associazione inglese attiva da 45 anni, stila ogni anno il  World Giving Index, che valuta la maggior parte dei paesi del mondo attraverso tre misure: aiutare uno straniero, donare denaro e fare volontariato, attraverso una serie di interviste condotte in tutto il mondo.

Dall’edizione 2018 emerge che l’Europa è il continente con il più basso tasso di persone che dichiarano di aver aiutato uno sconosciuto nell’ultimo mese (lo ha fatto il 44%) e anche di volontariato (19%), mentre siamo più propensi a donare denaro (37%).  Sono i paesi in via di sviluppo i più portati ad aiutare un estraneo (il 54% in media lo ha fatto negli ultimi 30 giorni), mentre il tempo dedicato al volontariato ha livelli di partecipazione in gran parte simili sia nei paesi sviluppati (24%) sia in quelli in via di sviluppo (21%).

E l’Italia? Sicuramente non siamo fra i paesi europei più disponibili ad aiutare quell’ “uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico”. Ci collochiamo al 95 mo posto nel mondo, con il 46% degli intervistati che nell’ultimo mese ha aiutato un estraneo. È evidente che ai primi posti nel mondo troviamo paesi come la Libia, l’Iraq e il Kuwait, paesi dove la necessità di aiuto è sicuramente incomparabile rispetto alla nostra. Ma anche se rimaniamo in Europa osserviamo che come italiani non andiamo mai oltre la metà della classifica, in nessuna delle tre attività. Per fare un paragone, nell’ultimo mese ha aiutato il prossimo il 64% degli irlandesi, il 63% degli inglesi, il 58% dei tedeschi e dei danesi, il 56% degli spagnoli e il 52% degli olandesi. I francesi invece, hanno fatto peggio di noi: solo il 37% di loro ha aiutato uno sconosciuto nell’ultimo mese. Allargando lo sguardo, il 65% delle persone in Oceania e il 58% degli Africani ha prestato assistenza a  uno sconosciuto negli ultimi 30 giorni.

Ad aiutare maggiormente gli estranei sono i giovani tra 30-49 anni, seguiti da vicino dai più giovani, i 15-29 enni, mentre il divario si è allargato tra le fasce di età più giovane e quelle di età superiore ai 50 anni. Più della metà dei più giovani afferma di aver aiutato uno sconosciuto, contro il 46,5% degli over 50 che ha riferito di aver fatto lo stesso.

Le donazioni in denaro sono il secondo comportamento più comune, e a totalizzare i punteggi più alti sono l’Oceania (70% a un anno), l’Europa (37%), l’Asia (33%), le Americhe (25%) e da ultima – per ovvie ragioni – l’Africa (18%). I punteggi di donazione a un anno in Asia e nelle Americhe sono inferiori ai loro punteggi quinquennali, suggerendo una tendenza al ribasso per la donazione di denaro in questi continenti. In Italia solo una persona su tre ha donato recentemente del denaro a un ente di beneficienza, tanto da essere l’ultimo paese dell’Europa centrale, settentrionale e occidentale in classifica, tranne la Francia che dona meno di noi.

Continua su Il Sole 24 Ore

La vita quotidiana dopo un infarto

L’infarto miocardico acuto, comunemente chiamato solo infarto o nel linguaggio comune “attacco di cuore”, coinvolge le arterie che portano sangue al cuore ed è un grave evento cardiovascolare e in Italia – secondo le stime – se ne verificano circa 120.000 ogni anno. Identificati i sintomi (qui una breve guida) arrivare rapidamente in un centro attrezzato è fondamentale: la mortalità per infarto si verifica infatti nella maggior parte dei casi prima che riescano a raggiungere l’ospedale.

Non tutti gli infarti sono uguali, ma quasi tutti gli infartuati una volta tornati a casa si trovano a vivere le stesse paure: potrò tornare a fare ciò che facevo prima? Sollevare la borsa della spesa sarà troppo faticoso? Cosa rischio a mettermi alla guida? E il sesso: rischierei un secondo infarto? La buona notizia è che chi ha avuto un infarto può, dopo qualche settimana di riposo per permettere al corpo di ristabilirsi, riprendere la propria vita, pur modificando le cattive abitudini.

Ne abbiamo parlato con Paolo Ravagnani, dell’Unità Operativa di Cardiologia Invasiva 2 e Responsabile del Poliambulatorio Cardiovascolare del Centro Cardiologico Monzino di Milano.

Dottor Ravagnani, partiamo dalla questione più “spinosa”: il sesso dopo l’infarto.

Paradossalmente è una delle domande che i pazienti ci fanno meno, presumibilmente per ritrosia. Siamo spesso noi medici a dover sollevare la questione. Dopo un infarto, fatte salve le primissime settimane, si può tranquillamente riprendere la propria vita sessuale, dal momento che i livelli di attività fisica coinvolti non sono particolarmente impegnativi. Anche se si sente il proprio cuore battere più velocemente, non significa che si rischia per questo un nuovo infarto. Non è tanto l’attività fisica a danneggiare l’organismo, quanto lo stress correlato a situazioni magari di contorno all’atto sessuale vero e proprio, che possono provocare tensioni, preoccupazioni, ansie.

Continua su Oggiscienza

Non tutte le periferie sono uguali

Non tutte le periferie sono uguali. Ce ne sono di più o meno “funzionali” a seconda della presenza e assenza di servizi di diverso tipo: commerciali, sociali e sanitari, infrastrutture, di riqualificazione urbana, turistici e culturali. Si parla di “effetto città”, e di periferia “funzionale” quando in una certa zona sono presenti tutte queste variabili.

La cattiva notizia è che in Italia siamo ancora ben lontani dall’avere periferie davvero funzionali. Man mano che ci allontaniamo dal centro l’effetto città è sempre più rarefatto. In molti casi la periferia di una grande città è ancora un luogo sbilanciato, monofunzionale, spesso solo commerciale.

I dati li ha raccolti l’Atlante delle Periferie Funzionali del MiBACT, con dati aggiornati alla fine del 2016, che ha esaminato nove città metropolitane (esclusa Roma) – Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Reggio Calabria, Torino, e Venezia – sezione per sezione, comparto per comparto, per capire come si articola questa rarefazione dell’effetto città. Nel complesso per tutte le città si osserva un gradiente impietoso, sia che si parli di cultura, che di servizi per il tempo libero, che di progetti di riqualificazione urbana.

Continua su Il Sole 24 Ore