Islam, cristianesimo e sciovinismo: le democrazie d’Europa

Si legge spesso che il fenomeno migratorio che interessa nuovamente in questi anni recenti l’Europa contrapponga due poli: da una parte la Cristianità e dall’altra l’Islam.
Ragionare per schieramenti omogenei – da una parte l’Europa e dall’altra l’Islam – porta però a banalizzare la questione dell’accoglienza.
Tornando all’ampio sondaggio di Pew Research che abbiamo iniziato a raccontare qualche giorno fa su che cosa significa essere cristiani in Europa, emerge chiaramente che è difficile parlare di Europa come di un concetto compatto. L’Oriente cristiano vive un conflitto con l’Islam molto più profondo di quanto stia avvenendo in Occidente, e al tempo stesso ne vive un altro, con l’Occidente stesso.

Il concetto di democrazia in Europa non è per nulla scontato. Una persona su tre in Europa Orientale alla domanda “preferiresti uno stato democratico o uno non democratico?” risponde “uno non democratico”. In Moldavia lo pensa il 44% degli intervistati, in Bulgaria il 34%, in Ucraina, che è uno dei paesi più grandi del continente, il 31%.
Due terzi dei cristiani ortodossi praticanti e quasi la metà dei cattolici ha risposto che è oggi necessaria molta più “Russia” di un tempo per bilanciare il modo di vivere dell’Occidente. Sì, la stessa Unione Sovietica che non contemplava neppure la religione nell’orizzonte esistenziale del proprio popolo.

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«Ama il prossimo tuo» di Enzo Bianchi e Massimo Cacciari

Schermata 2018-11-14 alle 15.45.48.pngProprio ieri leggevo questo libretto, capitatomi fra le mani un po’ per caso, acciuffato con la coda dell’occhio. Ma come scriveva Alan Bennett parafrasando E.M.Forster “La coda dell’occhio non sbaglia, non inganna. Solo quello che vedi con la coda dell’occhio ti tocca nel profondo.”

Mentre leggevo queste poche pagine mi scorrevano davanti i tweet, i post e le immagini di chi stava testimoniando l’ennesimo disumano sgombero del campo Baobab, a Roma. Uno di quei momenti in cui ti vergogni di essere bianco e ricco, di appartenere ai “vincitori” della storia. Quelli che ieri avevano in mano una spada, oggi una ruspa come arma risolutiva per la povertà.

Questo tweet in particolare mi ha toccato, perché ho pensato che ci sono dei momenti dove alla rabbia e allo sconcerto di fronte alla banalità del male e allo svuotamento di significato dei gesti, si sostituisce come ultima forma di difesa la distanza della disappartenenza. E penso che quando si apre il solco della disappartenenza sia una sconfitta per tutti, anche per chi ha ragione.

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I miei pensieri sull’esperienza del Baobab si accompagnavano – dicevo – alla lettura di questo libretto. Che consiglio specie a chi conosce Cacciari solo per le comparsate in televisione (che pure sono utili) ma che forse lo schiacciano un po’ nel personaggio, lasciandone in ombra la brillantezza del pensiero filosofico.

Oggi va molto di moda parlare di “buonismo”, specie se si prova a dire qualcosa circa il fatto che dobbiamo aiutare chi ha bisogno, quando possiamo, riferendoci al fenomeno migratorio. “Eh, ma mica son tutti bravi sa’?!?”. Qui Bianchi e Cacciari offrono una prospettiva molto onesta, e di certo non tacciabile di buonismo da chi ne fraintende il significato. “Amare” il proprio prossimo, che sia sodale o avversario, buono o cattivo, non deve dipendere da ciò che ci torna indietro da questo nostro gesto. Non è la gratificazione della gratitudine che deve muoverci, non è la filantropia, dicono, ma qualcosa di più originario.

Forse dovremmo allenarci di più a sentirci chiamati in causa e – con Emmanuel Levinas – a sentire la Responsabilità dell’Altro. Anche se c’è il rischio che qualcosa ci deluda.

Mi ha folgorato in particolare questo paragrafo:

«Il Samaritano diviene prossimo non perché filantropo, ma perché il suo cuore si spacca. Alla vista di quell’orribile spettacolo le viscere gli scoppiano in pezzi. Il termine Misericordia è un’esangue traduzione dell’Esplanchnisthé evangelico. La parola del corpo precede ogni logos e ogni azione consapevole. Non vi è amore in nessun senso, che sia puro dal perturbante di questo colpo. Il mezzo morto colpisce al cuore il samaritano ed egli deve rispondergli perché soltanto così può rispondere alla sua stessa ferita».
M. Cacciari

In sintesi, la differenza umana. Per me almeno.
Un piccolo volumetto che pianta qualche semino, in modo molto laico.

Chi sono le 29enni italiane? Studiano di più, niente social ma lavorano meno

Studiano di più dei coetanei maschi, ma meno della metà lavora, hanno meno dell’età media al primo figlio, che è 31 anni, e non sono così connesse come le colleghe europee: questo il profilo delle donne italiane di 29 anni, secondo quanto emerge dai dati messi insieme da Eurostat. I dati sono stati pubblicati in questi giorni attraverso un divertente tool interattivo che permette di interrogare il database Eurostat su diverse questioni (famiglia, lavoro, studio, tempo libero, internet) a seconda dell’età dei giovani dai 20 ai 29 anni, anno per anno.

Il primo punto da sottolineare è che lavorativamente, le 29 enni italiane hanno un titolo di studio più elevato rispetto ai coetanei uomini (il 32,9% di loro è laureato contro il 21% dei maschi), ma le 29 enni che lavorano sono molto meno rispetto ai maschi della stessa età. Siamo comunque meno laureate rispetto alla media europea, dove ha conseguito un titolo di studio universitario il 43,5% delle 29 enni. Il paese con la percentuale più bassa di 29 enni laureate l’Europa è la Romania, con il 28,7% delle 29 enni laureate. Possiamo dire che in generale le 29 enni italiane hanno studiato più dei coetanei maschi, anche prima della laurea: il 19% di loro ha solamente un titolo studio educazione primaria (cioè la terza media), contro il 24,5% dei maschi della stessa età, anche se la media europea è più bassa: il 13,9% .

Eppure, solo il 47% di loro lavora, il tasso più basso d’Europa, mentre fra gli uomini la percentuale è del 60%. E fra le ragazze che hanno un lavoro, il 58% ha un contratto temporaneo, come il 66% dei coetanei maschi. Le 29 enni italiane lavorano di meno rispetto alle colleghe straniere (la media europea è del 69,2%) ma nel nostro paese fra le impiegate la percentuale di contratti di lavoro temporaneo è più bassa della media europea. Facendo due conti risulta che il 19,7%, cioè una 29 enne su 5 lavora e ha un contratto di lavoro non a termine. Un altro 27,2% lavora ma con contratto precario. Il restante 53% delle 29 enni italiane non lavora.

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I cinesi vivranno più a lungo degli americani. Il mondo è cambiato?

n questi giorni i media di stato cinesi hanno annunciato in pompa magna di aver superato per la prima volta nel 2016 gli Stati Uniti quanto ad aspettativa di vita in salute: 68,7 anni per i cinesi e 68,5 per gli americani . Questo a fronte di un’aspettativa di vita nel complesso, quindi considerati anche gli anni in cattiva salute, leggermente superiore negli Stati Uniti: 76 anni per gli uomini e 81 per le donne, contro rispettivamente i 75 e i 78 in Cina. Insomma, secondo la narrazione di regime, questo starebbe a significare che i cinesi stanno un pochino meglio degli americani.

Andando a vedere qualche dato però emergono alcuni aspetti che aiutano a inquadrare l’estrema complessità della questione provando a gettare lo sguardo in avanti. Il primo aspetto è che aver raggiunto e appena superato gli Stati Uniti è un ben magro trofeo dal punto di vista della salute, dal momento che gli USA non sono certo uno dei paesi con i migliori output sanitari al mondo.  In Italia per esempio l’aspettativa di vita media in salute è di 73,2 anni, in Francia di 73,4, in Giappone 74,8 e a Singapore – paese addirittura 76 anni. Secondo recenti studi, la probabilità che un 15 enne americano raggiunga il sessantesimo compleanno è inferiore a quella di altri 49 paesi al mondo. Questo nonostante negli Stati Uniti si spenda il 17,1% del PIL per la sanità (contro il 5,5% della Cina) e 9,4 mila dollari pro capita (dato 2014) di spesa sanitaria, contro i 731 dollari per persona della Cina.

Un secondo aspetto da sottolineare è che in realtà la cronicità impatta sulla popolazione cinese allo stesso modo di quanto impatta negli Stati Uniti: l’87% delle morti in Cina e l’88% di quelle in America sono causate da malattie croniche. C’è solo un unica differenza: le morti per malattie cardiovascolari in Cina sono il 45% sul totale delle morti per malattie croniche, negli Stati Uniti il 31%. In Italia – per fare un paragone – esse impattano sul 37% delle morti per cronicità. Inoltre, si muore di cancro esattamente tanto in Cina quanto negli Stati Uniti. In generale in Cina c’è il 19% di probabilità di morire per una delle quattro principali malattie croniche dai 30 ai 70 anni. In USA questa probabilità è del 14%, in Italia del 10%.

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