Stranieri (minorenni) e reati: non c’è nessun “effetto sbarchi”

Nella proporzione di reati compiuti da minorenni stranieri e italiani non si riscontra nessun effetto rilevante dovuto agli sbarchi. Nel 2018, così come nel 2002, tre minorenni su quattro in carico agli Uffici di servizio sociale dell’area penale sono italiani, mentre uno è straniero. Tra le provenienze comunitarie prevalgono la Romania e la Croazia, mentre tra le altre nazionalità si distinguono l’Albania, maggiormente nell’area penale esterna, la Bosnia Erzegovina, la Serbia. Tra le provenienze africane, invece, continuano a prevalere i minorenni e i giovani adulti del Marocco, dell’Egitto, della Tunisia.

Lo mostrano chiaramente gli ultimi dati pubblicati il 13 giugno scorso dal Ministero della Giustizia, sui minorenni e giovani adulti italiani e stranieri dell’area penale in carico ai Servizi della Giustizia Minorile ospitati nelle strutture residenziali, Centri di prima accoglienza (CPA), Istituti penali per i minorenni (IPM) e Comunità.

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Altro che buoni samaritani. Gli italiani possono dare di più secondo il World Giving Index

Stando ai luoghi comuni pare che gli Europei, e in particolare gli italiani, siano i più caritatevoli Samaritani di tutto il mondo, ma i dati raccontano un’altra storia. La Charities Aid Foundation (CAF), associazione inglese attiva da 45 anni, stila ogni anno il  World Giving Index, che valuta la maggior parte dei paesi del mondo attraverso tre misure: aiutare uno straniero, donare denaro e fare volontariato, attraverso una serie di interviste condotte in tutto il mondo.

Dall’edizione 2018 emerge che l’Europa è il continente con il più basso tasso di persone che dichiarano di aver aiutato uno sconosciuto nell’ultimo mese (lo ha fatto il 44%) e anche di volontariato (19%), mentre siamo più propensi a donare denaro (37%).  Sono i paesi in via di sviluppo i più portati ad aiutare un estraneo (il 54% in media lo ha fatto negli ultimi 30 giorni), mentre il tempo dedicato al volontariato ha livelli di partecipazione in gran parte simili sia nei paesi sviluppati (24%) sia in quelli in via di sviluppo (21%).

E l’Italia? Sicuramente non siamo fra i paesi europei più disponibili ad aiutare quell’ “uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico”. Ci collochiamo al 95 mo posto nel mondo, con il 46% degli intervistati che nell’ultimo mese ha aiutato un estraneo. È evidente che ai primi posti nel mondo troviamo paesi come la Libia, l’Iraq e il Kuwait, paesi dove la necessità di aiuto è sicuramente incomparabile rispetto alla nostra. Ma anche se rimaniamo in Europa osserviamo che come italiani non andiamo mai oltre la metà della classifica, in nessuna delle tre attività. Per fare un paragone, nell’ultimo mese ha aiutato il prossimo il 64% degli irlandesi, il 63% degli inglesi, il 58% dei tedeschi e dei danesi, il 56% degli spagnoli e il 52% degli olandesi. I francesi invece, hanno fatto peggio di noi: solo il 37% di loro ha aiutato uno sconosciuto nell’ultimo mese. Allargando lo sguardo, il 65% delle persone in Oceania e il 58% degli Africani ha prestato assistenza a  uno sconosciuto negli ultimi 30 giorni.

Ad aiutare maggiormente gli estranei sono i giovani tra 30-49 anni, seguiti da vicino dai più giovani, i 15-29 enni, mentre il divario si è allargato tra le fasce di età più giovane e quelle di età superiore ai 50 anni. Più della metà dei più giovani afferma di aver aiutato uno sconosciuto, contro il 46,5% degli over 50 che ha riferito di aver fatto lo stesso.

Le donazioni in denaro sono il secondo comportamento più comune, e a totalizzare i punteggi più alti sono l’Oceania (70% a un anno), l’Europa (37%), l’Asia (33%), le Americhe (25%) e da ultima – per ovvie ragioni – l’Africa (18%). I punteggi di donazione a un anno in Asia e nelle Americhe sono inferiori ai loro punteggi quinquennali, suggerendo una tendenza al ribasso per la donazione di denaro in questi continenti. In Italia solo una persona su tre ha donato recentemente del denaro a un ente di beneficienza, tanto da essere l’ultimo paese dell’Europa centrale, settentrionale e occidentale in classifica, tranne la Francia che dona meno di noi.

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Garantire la salute della donna per un futuro globale

Ogni giorno 830 donne muoiono in tutto il mondo per le complicazioni legate alla gravidanza o al parto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che nel solo 2015 si siano verificati 303.000 decessi e la maggior parte di questi sarebbe potuta essere prevenuta. Il rischio per una donna di 15 anni di morire per problemi legati alla maternità è di 1 su 4900 nei paesi sviluppati, contro 1 su 180 nei paesi in via di sviluppo. Nei paesi più fragili, il rischio è addirittura di 1 su 54 donne. È stato stimato che 2,7 milioni di bambini siano morti poco dopo la nascita nel 2015, e che altri 2,6 milioni siano nati senza vita.

Il punto è che la maggior parte delle complicazioni che insorgono durante e dopo il parto potrebbero essere evitate o curate. Tre morti su quattro sono dovute a grave sanguinamento dopo il parto, infezioni (di solito dopo il parto), ipertensione arteriosa durante la gravidanza (pre-eclampsia ed eclampsia), complicazioni durante il viaggio verso il luogo dove partorire e aborto pericoloso. Le restanti morti sono dovute o associate a malattie come malaria e AIDS durante la gravidanza. Si stima che per far sì che la maggior parte dei paesi possa raggiungere tutti gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) per la salute, sarebbero necessari fino a 371 miliardi di dollari all’anno, ogni anno da qui al 2030. In questo modo si riuscirebbe a dimezzare la mortalità materna e 400 milioni di nascite non pianificate, oltre a evitare 10,8 milioni di morti per HIV/AIDS.

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Agenda 2030: l’Italia ha raggiunto solo 12 dei 105 target previsti

Attualmente l’Italia ha raggiunto 12 dei 105 target previsti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Lo mette in luce l’ultimo rapporto di OCSE Measuring Distance to the SDG Targets 2019. Stiamo facendo bene in ambito sanitario, nell’accesso a fonti di energia pulita e quanto a superficie occupata da alberi. Ma siamo ancora molto lontani dal raggiungimento dei target sull’eradicamento della povertà, sulla formazione continua degli insegnanti, sulla violenza contro le donne, sulla percentuale di persone che non studiano e non lavorano e sull’abbandono scolastico. Siamo inoltre messi piuttosto male per quanto riguarda l’obiettivo 16: istituzioni forti. L’ONU evidentemente non conta quanto i nostri politici urlino sui social network.

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