La fuga dei cervelli fa bene alla scienza

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Pare sempre più evidente che le scelte politiche internazionali vadano nella direzione opposta rispetto a quella indicata dalla scienza. I recenti sconvolgimenti politici – dall’inasprimento dei divieti di entrata negli Stati Uniti di Trump alla Brexit – minacciano infatti di avere un effetto frustrante sulla collaborazione e sulla mobilità dei ricercatori. Eppure, proprio studiando benefici e svantaggi della mobilità degli scienziati nel mondo in termini di qualità e quantità della ricerca, emerge che il loro lavoro riesce ad avere un maggiore impatto nella società, proprio quando questi ultimi sono liberi di cambiare centro di ricerca, paese, addirittura continente.

Chi viaggia?

È quello che emerge da uno studio pubblicato su Nature, che ha esaminato 14 milioni di documenti provenienti da quasi 16 milioni di singoli individui, pubblicati fra il 2008 e il 2015. Circa il 96% di questi 16 milioni di ricercatori ha avuto solo un paese di affiliazione (sono stati cioè classificati come “non mobili”), mentre il 4% (più di 595.000 ricercatori) erano mobili – il che significa che avevano avuto più affiliazioni durante il periodo esaminato. Lo studio considera come paese di “origine” non la nazione di nascita del ricercatore ma il paese dichiarato nell’affiliazione del ricercatore alla pubblicazione del primo articolo.

Anche la mobilità però si differenzia. Il 27,3%, (162,519 ricercatori) si sono rivelati mobili nel senso che hanno iniziato a pubblicare in un paese e poi si sono spostati in un altro interrompendo le relazioni accademiche con il paese precedente. Il restante 72,7% (433,375 ricercatori) invece è risultato composto da quelli che vengono definiti nello studio come “viaggiatori”, studiosi cioè che mantengono una relazione con il loro paese (o paesi) di origine scientifica per tutta la loro carriera, raccogliendo più affiliazioni internazionali.

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È il carbone il nostro nemico?

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Secondo William McDonough, noto designer americano, la risposta è evidentemente negativa. Usiamo termini fuorivanti per parlare dei cambiamenti climatici, che finiscono per far passare l’idea che il vero colpevole degli stravolgimenti climatici sia il carbonio, quando invece il problema è l’uso che ne facciamo, una progettazione fallace sotto molti punti di vista nella gestione del ciclo del carbonio. Ne parla su Nature in un interessante e provocante articolo  uscito i giorni scorsi dal titolo, appunto, “Carbon is not the enemy”, il carbone non è il nemico.
Il punto di vista di McDonough è quantomeno interessante. ‘Basso contenuto di carbonio’, ‘zero emissioni’, ‘decarbonizzazione’, ‘carbon neutral’, anche ‘carbon war’ sono termini fuorivianti, che non colgono il fulcro del discorso.

Non è il carbonio inteso come elemento chimico, il nostro nemico. Il cambiamento climatico è il risultato di un utilizzo errato del carbonio come fonte di energia. Bruciare il carbone non è l’unico modo per usarlo come fonte di energia. La presenza di gas ad effetto serra di origine antropica nell’ atmosfera collocano il carbonio nel posto sbagliato, alla dose sbagliata e per una durata stemporale bagliata. Siamo noi che abbiamo reso il carbonio qualcosa di tossico per l’uomo e di non sostenibile a lungo termine, come il piombo nella nostra acqua potabile o i nitrati nei nostri fiumi” chiosa McDonough. “Al posto giusto, il carbonio è una risorsa e uno strumento.” Pertanto, conclude, la sfida deve essere quella di individuare nuovi modi per utilizzare il carbonio in modo sicuro, produttivo e redditizio. Anzi ci può aiutare ad eliminare gli aspetti negativi sull’ambiente dovuti alle emissioni di CO2 in atmosfera

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Collaborazioni internazionali: ecco la classifica di Nature. E l’Italia primeggia nella fisica

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La collaborazione internazionale fra centri di ricerca oltre a essere senza dubbio un punto di forza per un paese, ci fornisce il polso della situazione su diversi aspetti della ricerca stessa, fra cui quello geopolitico, cioè capire come si stanno muovendo le forze in gioco sulla plancia mondiale. Oltre a dirci se come paese stiamo facendo abbastanza. Per fare un esempio, dai dati emerge che gli Stati Uniti e la Cina stanno hanno all’attivo numerose collaborazioni nell’ambito delle scienze ambientali e del global warming.

La rivista Nature ha pubblicato in questi giorni una piattaforma ricca di dati, navigabili in modo semplice e interattivo, che raccontano il mondo delle collaborazioni scientifiche fra i diversi paesi del mondo, proponendo una classifica delle 100 istituzioni più “virtuose” in questo senso, secondo il Nature Index, che misura le occorrenze delle affiliazioni degli autori di articoli pubblicati sulle 68 maggiori riviste scientifiche mondiali fra il 1 settembre 2015 e il 31 agosto 2016.

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