La stagione influenzale 2021-22 non è iniziata bene. I più colpiti i bambini sotto i 5 anni

Nulla a che vedere con il 2020. La stagione influenzale 2021-22 è iniziata a spron battuto, con molti più casi rispetto anche alle stagioni precedenti la pandemia. Lo mostra il primo rapporto epidemiologico InfluNet dell’Istituto Superiore di Sanità: nella 45sima settimana del 2021 si osserva un’incidenza di sintomatologia simil-influenzale pari a 4,2 casi per mille assistiti (erano 3,5 per 1000 la settimana precedente). Nella stagione 2019-20 (ultima in cui è stata osservata un’epidemia stagionale di sindromi simil-influenzali), in questa stessa settimana, il livello di incidenza era pari a 1,75 casi per mille assistiti.
A essere colpiti maggiormente sono i bambini al di sotto dei 5 anni di età in cui si osserva un’incidenza pari a 15,8 casi per mille assistiti. Nove le Regioni (Val d’Aosta, P.A. di Bolzano, P.A. di Trento, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Campania, Basilicata, Calabria, Sardegna) che non hanno ancora attivato la sorveglianza mentre alcune tra quelle in cui è attiva – Piemonte, Lombardia e Emilia-Romagna-  registrano un livello di incidenza delle sindromi simil-influenzali sopra la soglia basale.

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Nel 2020 abbiamo usato molti meno antibiotici. Ma non basta

La pandemia è sistemica, e si sconfigge anche limitando le co-infezioni, specie ospedaliere. A quasi due anni dall’inizio della rivoluzione Covid, si può iniziare ad avere qualche dato solido sull’impatto della pandemia sul sistema sanitario e salta subito agli occhi il dato sul consumo di antibiotici. Nel 2020 è diminuito di oltre il 15% in tutta Europa rispetto al 2019, un trend in line con quello a cui siamo abituati ad assistere negli ultimi anni, ma decisamente più marcato. Negli ultimi sette anni  si è registrata una costante diminuzione del consumo di antibiotici con valori che sono passati da 19,7 DDD nel 2014 alle 13,9 DDD nel 2020, che significa che nel 2020 abbiamo utilizzato il 21,7% di antibiotici in meno rispetto al 2019 e la spesa pro capite è scesa del 17,6%. Il dato europeo lo riporta l’ECDC  , mentre quello italiano è contenuto nell’annuale rapporto di AIFA  Rapporto Nazionale OsMed 2020 sull’uso dei farmaci in Italia  , uscito a luglio 2021.

Il motivo per cui è importante parlare di questo argomento è che l’antibiotico resistenza, cioè la diffusione di ceppi batterici resistenti, dovuta all’uso continuo degli antibiotici,  è un problema globale enorme oggi per la sanità pubblica, perché incide sulla capacità di frenare le numerose infezioni ospedaliere che colpiscono in modo anche molto grave pazienti già fragili. In epoca di COVID19 questo problema non è trascurabile. Il tasso di resistenza alla ciprofloxacina per esempio un antibiotico comunemente usato per trattare le infezioni del tratto urinario, varia, a seconda del Paese considerato, dall’8,4% al 92,9% per Escherichia coli e dal 4,1% al 79,4% per Klebsiella pneumoniae, un batterio intestinale comune che può causare infezioni potenzialmente letali e una delle principali cause di infezioni acquisite in ospedale ed è responsabile di polmoniti, infezioni del flusso sanguigno, infezioni nei neonati e nei pazienti in unità di terapia intensiva.

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Il cuore della pandemia

Purtroppo in Italia il dibattito pubblico, sui media in particolare, continua ostinato a guardarsi l’ombelico. Gli sforzi di quelle che qualcuno ha definito “le migliori menti del paese” si continuano a concentrare intorno ai grandi concetti di Libertà e Democrazia applicati a una piccola cosa quale è il Green Pass. Sempre le “migliori menti” esultano, oppure no, quando qualche altro paese si accinge a implementare una nuova misura di contenimento, per garantirsi un plauso.

È come trovarsi entro un recinto di cavalli che trottano: un dibattito limitato da rigidi paraocchi. Forse, forse, uno specchietto per le allodole. Dopo quasi due anni, la questione centrale rispetto alla possibilità di uscire dall’emergenza è l’equità nell’accesso ai vaccini. Ogni decisione politica, come introdurre forme di contingentamento simili al nostro Green Pass, dipende direttamente dalla capacità dei paesi più poveri di vaccinare gran parte della popolazione al più presto. Altrimenti la libertà che tanti “van cercando” a gran voce, non potrà che essere limitata ai nostri scarni confini geografici, bene che vada.

La reale questione morale, se vogliamo, è dunque piuttosto quanto sia giusto dirottare le dosi di vaccino ai paesi più ricchi per la dose Booster, come stiamo facendo in Italia, oppure coordinarsi per ridurre la disomogeneità di offerta nel mondo.

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Perché anche i paesi con più vaccinati rischiano un «boom» di contagi 

La complessità dell’epidemiologia si sta mostrando sotto un nuovo aspetto: in quella che è stata battezzata “quarta ondata” di Covid-19, i paesi con i tassi più elevati di persone vaccinate, fra cui l’Italia, non sono quelli che stanno mostrando l’andamento migliore in termini di nuovi casi.

Abbiamo confrontato l’andamento percentuale di nuovi casi e decessi negli ultimi 7 giorni e la percentuale di popolazione completamente vaccinata, per paese. Come si vede dal grafico (qui), non c’è una correlazione diretta fra alte percentuali di vaccinati e decrescita del numero di contagi.Questi dati in realtà mostrano proprio che è importante vaccinarsi, perché ci dicono che non è possibile parlare di immunità di gregge in questo stadio.

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