Che fine ha fatto il riscaldamento climatico? Ecco il mondo post Covid-19

Meno inquinamento, più pesci nel mare, aria più pulita. Ma Il Pianeta non ringrazia per il lockdown, perché siamo ancora lontani dal vincere la sfida del climate change.

Abbiamo passato mesi a leggere ovunque che il nostro pianeta stava ringraziando questo blocco forzato dettato dal lockdown: dall’aria più respirabile alla laguna di Venezia piena di pesci. Le emissioni globali giornaliere di CO2 sono diminuite del 17% all’inizio di aprile, rispetto ai livelli medi nel 2019, e complessivamente le emissioni annuali di CO2 per il 2020 dovrebbero essere inferiori del 4-7% rispetto allo scorso anno.

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Quanti poveri produrrà il Covid? Lo scenario ottimista e quello pessimista

Il Sustainable Development Outlook 2020 delle Nazioni Unite ha disegnato un possibile scenario ottimista e uno pessimista per il prossimo decennio, alla luce della pandemia.

Lo si è detto e ridetto: il successo nel raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) che le Nazioni Unite hanno fissato per il 2030, e che sono entrati come linee di fondo nelle varie agende di sviluppo nazionale, dipenderà da come stiamo gestendo questa pandemia. E viceversa: nel complesso i Paesi che hanno compiuto maggiori progressi nel raggiungimento degli SDGs sono stati in grado di affrontare meglio la crisi Covid-19.

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Didattica a distanza: come l’hanno vissuta i ragazzi. Il sondaggio Almalaurea

Nel complesso i ragazzi si sono detti meno soddisfatti della Didattica a Distanza rispetto alla scuola tradizionale, ma a quanto pare chi afferma che per tutti i ragazzi è stata una tragedia, dovrebbe ricredersi, almeno rispetto agli studenti degli ultimi anni delle scuole superiori.

Uno studente su tre ritiene che sarebbe utile continuare a usare la didattica a distanza, insieme alle lezioni in aula, anche dopo l’emergenza del Covid-19, e solo 7 ragazzi su 10 osservano che il livello di preparazione raggiunta attraverso le lezioni a distanza sia inferiore a quella che avrebbero avuto andando a scuola. Una percentuale ben più consistente – la metà dei ragazzi- afferma che la DaD è efficace per il recupero o per il consolidamento di argomenti precedenti, mentre poco meno di un ragazzo su tre pensa che sia efficace per l’apprendimento di nuovi argomenti. Circa un ragazzo su sei pensa che migliori addirittura la comprensione degli argomenti trattati rispetto alla didattica tradizionale.

Lo racconta un sondaggio di AlmaDiploma in collaborazione con AlmaLaurea pubblicato in questi giorni che ha coinvolto studenti degli ultimi due anni delle scuole superiori da 246 istituti. Una precisazione metodologica: il rapporto in questione ha intervistato per la maggior parte liceali che vivono al centro nord. Fra i 73.2861 studenti interpellati (hanno risposto poi solo uno su tre), di quarta e quinta superiore, il 57% erano liceali, il 33% frequentava gli istituti tecnici e solo il 9,2% gli istituti professionali. Il 34% ha frequentato una scuola del Centro, il 29,7% una del Nord-Est, il 25,7% una scuola del Nord-Ovest, l’8,7% una del Sud e l’1,8% una delle Isole. Insomma, il sud qui è molto sottorappresentato, con un intervistato su dieci.

La Didattica a Distanza (DaD) è stata però vissuta in modo diverso, a seconda del tipo di scuola frequentata, ma il rapporto mostra una sorpresa interessante: i ragazzi dei professionali hanno avuto a disposizione meno strumenti tecnologici, hanno potuto seguire le lezioni più a singhiozzo, ma alla fine sono stati i più soddisfatti di questa esperienza e sono coloro che la vorrebbero proseguire maggiormente.

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Perché ci siamo seccat* parecchio con il Festival della Bellezza, punto per punto

Ieri sera avevo letto la risposta di Mogol a proposito del dibattito sul Festival della Bellezza e mi ero detta “Cristina, per una volta lascia stare, hai già rotto le scatole parecchio sul tema”. Però era davvero un capolavoro di logica booleana: “praticamente ha inteso le polemiche come ‘si parla di bellezza quindi bisogna invitare più donne’ ” per citare il commento che mi ha mandato su WhatsApp la mia amica Rossella. Poi stamattina ho letto il tweet di Morgan, e niente, non ce l’ho fatta. In sostanza, dice, dobbiamo smetterla di colpevolizzare i maschi e concentrarci invece su quanto sono malefiche le altre donne. Perché ogni uomo ama le donne e vorrebbe circondarsi di donne. Però “è uno scandalo” che non ce ne fossero all’evento, quello sì.

Avanti al centro contro gli opposti estremismi, per citare Guccini.

Breve prologo: esce la locandina del Festival della Bellezza all’Arena di Verona. Tema: Eros e Bellezza. Capi d’accusa: sostanzialmente sono #tuttimaschi e viene scelto un logo che ritrae una bambina triste che pare seminuda, recante fiore. Per me è già sufficiente per inviare una segnalazione, in forma di tweet e di email alla direzione artistica. Poi si scopre che l’autrice dell’opera — Maggie Taylor, vivente — non sapeva nulla del fatto che avrebbero usato questa immagine, e lo dice sui social, prendendo le distanze dall’uso fatto, perché si è ben resa conto che la sua opera abbinata alla parola Eros, anche no, ecco.

Io che sono ingenua penso: beh, nessuno può difendere queste scelte artistiche nel 2020, sono oggettivamente indifendibili. Chiederanno scusa e sarà stato un modo per crescere insieme. E invece no. Cresci Cristina, cresci. Gli organizzatori si dicono “dispiaciuti” (non si scusano) e portano come argomento il fatto che avevano invitato delle donne tipo Patty Smith, Charlotte Rampling, Ute Lemper, Jane Birkin, che sono state impossibilitate a partecipare per le problematiche relative al Covid. “Molte altre figure femminili sono state invitate, ma non se la sono sentita di intervenire in un periodo difficile in un contesto particolare come l’Arena di Verona.” Eh cavolo, se non ce la sentiamo! Intanto io vorrei vedere i nomi. Su twitter si sono scatenate un sacco di intellettuali donne, segno che quantomeno nessuna di loro era stata invitata. Nomi noti eh. In ogni caso, nessuna parola sul logo, se non che lo hanno sempre usato. Le trovate nell’articolo di Michela Murgia su Repubblica.

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La risposta alla mia email.