Mancano 60 mila infermieri. Boom di iscritti ai test d’ammissione, ma i posti sono rimasti pochi

In questi mesi di pandemia abbiamo toccato con mano che senza personale non si può garantire un’adeguata offerta sanitaria che sappia far fronte a un’emergenza come questa, che la sanità territoriale è cruciale per non riversare tutto il peso della prevenzione e della Primary Health Care sugli ospedali, e che la qualità dell’assistenza sanitaria non si può misurare solo in termini di medici specialisti (ospedalieri e non) presenti sul territorio. I medici specialisti scarseggiano ovunque, a causa di una pianificazione miope che non ha prodotto sufficienti borse di studio per coprire il fabbisogno attuale e il turn-over. Gli infermieri sono fondamentali, e nel prossimo futuro lo saranno sempre di più. La loro carenza è stata esacerbata durante il picco dell’epidemia, considerato che molti di loro stessi sono stati contagiati dal virus.

Il problema è che ne mancano 63 mila: quasi 27mila a Nord, circa 13 mila al Centro e 23 mila al Sud. È la denuncia della FNOPI, Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche.

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COVID-19. Che cosa abbiamo imparato nell’estate 2021

Un aspetto che ci sconcerta di questa pandemia è la rapidità con cui cambiano gli scenari, e la velocità con cui siamo costretti ad abituarci a “normalità” inattese. Da un anno e mezzo a questa parte, si passa in poche settimane da uno stato mentale dove avanziamo sommessamente un’ipotesi (quasi sempre impensabile fino al mese prima, come il lockdown, il coprifuoco, le zone, la terza dose, le regole del green pass), a renderla prassi da un giorno all’altro dovendola interiorizzare come cosa sedimentata.

Che non si possano fare sensati paragoni fra periodi molto distanti è quindi evidente. Dall’estate 2020 all’estate 2021 sono cambiati aspetti decisivi: non solo sono arrivati i vaccini, ma abbiamo introdotto misure diverse di contenimento della pandemia, e un modo diverso di misurare il rischio, con i noti indicatori di monitoraggio che classificano la gravità della situazione in bianca, gialla, arancione o rossa. Ma soprattutto è cambiato il virus: un anno fa non avevamo ancora mai parlato nemmeno di variante alpha (la variante inglese).

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Vogliamo misurare la salute mentale? Mancano i dati sui suicidi dal 2017

Nonostante la prevenzione al suicidio sia uno dei temi più rilevanti e complessi nelle agende di chi si occupa di salute mentale, in Italia non ci sono dati aggiornati su questo tema. Dal 2017 a oggi non si trovano statistiche ufficiali sulle persone che si sono tolte la vita, nemmeno riferite al 2020, anno particolarmente difficile per le persone più fragili.

Anche nonostante il 10 settembre 2019, in occasione della Giornata Mondiale della Prevenzione del Suicidio l’Istituto Superiore di Sanità avesse annunciato la nascita dell’Osservatorio epidemiologico sui suicidi e sui tentativi di suicidio (Oestes). Al momento non si trova traccia in rete di questo osservatorio.

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Social freezing, la possibilità di preservare la fertilità della donna

Qualche anno fa aveva fatto discutere la scelta di colossi statunitensi come Apple e Facebook di offrire gratuitamente alle giovani dipendenti la possibilità di congelare parte dei propri ovuli, in modo che qualora decidessero di avere un figlio più avanti con l’età, e fosse sopraggiunta una qualche difficoltà, sarebbe stato possibile per loro utilizzare gli ovociti di quando erano più giovani.
Da una parte c’è stato chi ha accolto con entusiasmo l’idea, dall’altra in molti hanno obiettato che si tratta di uno specchietto per le allodole per l’emancipazione femminile, che avalla la procrastinazione della maternità spingendo le donne almeno a un momentaneo aut-aut. Il supporto alla maternità deve passare per l’opportunità di avere dei figli mentre si cerca una carriera, iniziando davvero a modellare i modelli lavorativi e le professioni su misura della giovane.

Forse non tutti sanno che anche in Italia la preservazione della fertilità è possibile da pochi anni per tutte le donne che lo desiderano. Si chiama “social freezing” ed è appunto la pratica di mettere da parte un proprio “tesoretto” di ovociti quando la nostra fertilità è ottimale, solitamente dall’adolescenza fino ai 30-35 anni, per poterli utilizzare – eventualmente – successivamente. Una donna sana di 42 anni che “utilizza” i propri ovociti prelevati quando ne aveva 30 avrà statisticamente le stesse probabilità di una gravidanza regolare di quando lei stessa ne aveva 30. Al netto di eventuali patologie concomitanti insorte con l’età che possono rendere più complessa una gravidanza.

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