Il labile confine tra riservatezza ed esposizione

Reblogged from Forward – Recenti Progressi in Medicina

È innegabile che l’uso dei big data offra potenzialmente opportunità enormi anche per il settore sanitario e che stiano rivoluzionando il nostro modo di essere cittadini e pazienti. Flussi sempre maggiori di dati permettono di definire trend e tendenze, intercettare i bisogni dei cittadini, anticipare eventuali problemi nell’ambito della sanità pubblica, per esempio di carattere epidemiologico, per non parlare dei conseguenti vantaggi in termini di costi. L’aggettivo “big” si applica, infatti, al concetto di informazione in tre direzioni: dal punto di vista del volume di dati che si possono raccogliere (quantità), dell’alta variabilità di queste informazioni (cioè dalla provenienza contemporanea da più fonti) e, infine, dalla velocità con cui i dati possono essere raccolti, condivisi e interpretati.

Tuttavia, big è anche il divario fra le emergenti opportunità che questo paradigma porta con sé e la nostra capacità di far fronte ai problemi che esso ci pone, per primi quelli riguardanti la sicurezza e la privacy del titolare dei dati, che rimane sempre l’individuo. È importante precisare che privacy e sicurezza non sono sinonimi: la sicurezza è essenziale per garantire la privacy. Stiamo vivendo in un mondo a due velocità, dove la “gara” fra le tecnologie pensate per garantire la sicurezza dei sistemi informatici in termini di privacy e l’attività di hacker e truffatori assomiglia a quella fra Achille e la tartaruga. Per non parlare dei problemi strutturali intrinsechi all’utilizzo di sistemi informatici per lo stoccaggio e il trattamento dei nostri dati, per esempio quelli che scegliamo più o meno consapevolmente di condividere attraverso app e device.

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Il rapporto fra americani e privacy spiegato in 10 punti

Reblogged from StartupItalia

Molti sociologi sostengono che una delle maggiori conseguenze a cui ci ha portato l’avvento della digitalizzazione è un vertiginoso aumento della complessità del sistema. Una complessità che nasconde una profonda ambivalenza: da un lato internet ha significato una maggiore possibilità di connessione, di scambio di dati, di condivisione, e quindi di partecipazione, dall’altro ha portato con sé una perdita di controllo del singolo cittadino sulle informazioni che lo riguardano.

È innegabile che oggi scegliere di condividere un’informazione in rete, per quanto ci si sforzi di renderla privata, significa comunque accettare di farcela sfuggire di mano. E il risultato è che il cittadino, l’utente, finisce per voler partecipare con la convinzione di trarne dei benefici in termini di servizi – e non si può negare che questo accada – ma al tempo stesso sente che più lo fa, più aumenta il suo senso diinsicurezza. E non parliamo solo di intercettazioni di email o telefonate, ma anche, per esempio, di tutto il mondo dello IoT, l’internet delle cose.

Un cittadino insomma che per partecipare deve anzitutto delegare. A confermare questo trend sono gli stessi americani, che sono stati interpellati nientemeno che da Pew Research per un periodo di due anni e mezzo, per analizzare lo stato dellaprivacy negli Stati Uniti.

Ecco cosa evidenzia il report di Pew Research, in 10 punti e 3 grafici.

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