Gli italiani che hanno fatto gli ERC

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Pochi mesi fa riportavamo i dati di un recente rapporto di ERC secondo cui, quanto a Consolidator Grants, nel novero dei vincitori del 2016 c’è sì poca Italia, ma ci sono tanti italiani. Siamo infatti al secondo posto su 39 paesi per nazionalità dei vincitori, mentre come progetti vincitori l’Italia staziona da qualche anno in ottava posizione.

Sembra quasi che a fare gli ERC Grants non sia tanto l’Italia, ma gli italiani, dal momento che solo il 46% dei connazionali che hanno vinto uno degli ambiti assegni europei lavora in Italia, mentre un buon 13% fa ricerca nel Regno Unito – che profuma sempre meno di ricerca europea – il 9% in Germania, il 7% in Svizzera, il 6% in Francia e un altro 6% in Olanda.

Se andiamo a vedere dove lavorano in Italia i vincitori, al primissimo posto troviamo il Politecnico di Milano, che ospita l’11% dei vincitori. Non dobbiamo stupirci granché di trovare un politecnico e non un’università al primo posto – e con notevole vantaggio sulla seconda istituzione in classifica – dal momento che la metà dei vincitori (il 51%) afferisce al comparto di scienze fisiche e ingegneristiche, un quarto alle Scienze della vita, mentre un quarto degli italiani risultati vincitori di ERC grants si occupa di Social Sciences and Humanities.

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ERC Consolidator Grant: tanti Italiani ma poca Italia

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Seicentocinque milioni di euro per 314 progetti di ricerca: questi i numeri per il 2016 dei Consolidator Grants di ERC, rivolti a ricercatori con 7-12 anni di esperienza post PHD per un massimo di 2 milioni di euro ciascuno, dove hanno trovato particolare attenzione le nuove terapie rigenerative per le malattie cardiache, i nuovi algoritmi per rendere le reti di computer sempre più resilienti, e le ultime frontiere nell’ambito della ricerca psicologica. Lo rende noto la stessa agenzia, in un comunicato di questa mattina, dal quale è possibile estrapolare qualche statistica.

Per l’Italia però c’è poco spazio, dal momento che ci collochiamo in ottava posizione per numero di progetti finanziati, più o meno in linea con gli ultimi anni. Ci portiamo a casa 14 progetti vincitori, suddivisi equamente fra scienze della vita, scienze fisiche e le cosiddette Humanities. Il Regno Unito se ne porta a casa 58 (alla faccia della Brexit!), la Germania 48, la Francia 43, l’Olanda 29, la Spagna 24.

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Collaborazioni internazionali: ecco la classifica di Nature. E l’Italia primeggia nella fisica

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La collaborazione internazionale fra centri di ricerca oltre a essere senza dubbio un punto di forza per un paese, ci fornisce il polso della situazione su diversi aspetti della ricerca stessa, fra cui quello geopolitico, cioè capire come si stanno muovendo le forze in gioco sulla plancia mondiale. Oltre a dirci se come paese stiamo facendo abbastanza. Per fare un esempio, dai dati emerge che gli Stati Uniti e la Cina stanno hanno all’attivo numerose collaborazioni nell’ambito delle scienze ambientali e del global warming.

La rivista Nature ha pubblicato in questi giorni una piattaforma ricca di dati, navigabili in modo semplice e interattivo, che raccontano il mondo delle collaborazioni scientifiche fra i diversi paesi del mondo, proponendo una classifica delle 100 istituzioni più “virtuose” in questo senso, secondo il Nature Index, che misura le occorrenze delle affiliazioni degli autori di articoli pubblicati sulle 68 maggiori riviste scientifiche mondiali fra il 1 settembre 2015 e il 31 agosto 2016.

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I numeri dell’Italia fragile

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Il 2015 in Italia ha visto 28 morti, 25 feriti e oltre 3500 tra sfollati e senzatetto per mano di frane e alluvioni, in 88 comuni appartenenti a 19 regioni. Un totale di 106 frane e 33 inondazioni in un solo anno. Ampliando il periodo di indagine, fra il 2010 e il 2014 il numero cresce fino a contare 145 morti, 2 dispersi, 205 feriti e oltre 44 mila sfollati. Se abbracciamo gli ultimi 50 anni poi, si toccano i 2000 morti e ben 430mila persone che hanno perso la propria casa. Lo racconta un recente bollettino curato dall’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio nazionale delle ricerche (Irpi-Cnr) di Perugia.
L’arrivo di frane e alluvioni non si può prevedere con esattezza, ma certamente il loro impatto dipende dall’utilizzo che facciamo del nostro territorio. Proprio il 14 settembre scorso il Governo ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale il DPCM con i dettagli sul Fondo per la progettazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico, un fondo da 100 milioni di euro a cui potranno attingere, tramite richiesta, i presidenti delle regioni: 24 milioni per il 2016, 50 milioni per il 2017 e 26 milioni per il 2018. Sono abbastanza? Quello che è certo è che il dissesto idrogeologico ha un costo stimato annuo di 2,5 miliardi di euro, come mostra il recentissimo rapporto dell’ANBI (l’ente che rappresenta i consorzi di bonifica italiani), che il 22 settembre scorso ha presentato il proprio piano per la Riduzione del Rischio Idrogeologico “Manutenzione Italia 2016 – Azioni per l’Italia sicura”. Il piano parla di ben 3581 interventi che sarebbero necessari in Italia, per un totale di oltre 8 miliardi di euro di investimenti.
E il Paese intanto mostra le sue fragilità. Il 10% del nostro territorio nazionale è formato da aree a elevata criticità idrogeologica, come illustra l’ultimo rapporto di ISPRA, con i dati aggiornati al 2015. Il 19% del territorio italiano è a rischio frane e il 23% è a rischio alluvioni. Solo 12 comuni su 100 in Italia sono completamente esenti, mentre per il restante 88% il rischio incombe, o su un fronte o sull’altro. Su 8000 comuni italiani infatti, circa 3900 hanno nel loro territorio criticità sia sul versante frane che alluvioni.

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