La copertura sanitaria universale continua a non interessare a nessuno

Stando ai dati di tre recenti rapporti sulla spesa sanitaria globale, è evidente che i Governi non stanno ancora mettendo la salute al centro delle priorità delle proprie politiche. Se in termini di Pil pro capite sembra che quasi tutti i paesi del mondo stiano “progredendo”, la maggior parte dei paesi a basso e a medio reddito non è ancora in grado di finanziare un pacchetto base di servizi sanitari. La spesa pubblica per la salute è in aumento dappertutto, ma rimane ancora troppo bassa in molti paesi per garantire una copertura sanitaria universale (Universal Health Coverage – UHC).

La prima fonte è l’aggiornamento al 2016 del database pubblicato a dicembre 2018 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla spesa sanitaria globale, paese per paese. Nello stesso mese l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha pubblicato nuovi dati sull’assistenza ufficiale allo sviluppo per la salute , che sono ora disponibili fino al 2017. Nel gennaio 2019, il Policy Cure Research ha invece pubblicato il suo ultimo sondaggio  che ha monitorato la spesa globale per lo sviluppo di prodotti per malattie trascurate fino al 2017.
Queste tre fonti di dati ci permettono di esaminare le tendenze nei finanziamenti nazionali per valutare se nel complesso siamo sulla buona strada per mobilitare i finanziamenti necessari per raggiungere gli obiettivi sanitari stabiliti nel terzo obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG 3) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che si fonda sul raggiungimento della una copertura sanitaria universale.

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Boom di nuove droghe ma l’emergenza in Italia è la cocaina

L’ultima Relazione europea sulla droga pubblicata in questi giorni dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze racconta che solo nel 2018 sono state individuate nel mercato 55 nuove sostanze psicoattive, appartenenti a diverse classi di stupefacenti: i cannabinoidi sintetici, gli stimolanti, gli oppiacei e le benzodiazepine. Ai primi posti fra queste nuove sostanze troviamo prodotti della classe dei cannabinoidi e degli oppiacei, ma dal 2014 si osserva che il numero di sostanze illecite a base di benzodiazepine è aumentato sensibilmente, rappresentando nel 2018 circa un ottavo del totale delle nuove sostanze rinvenute. Se a qualcuno di voi sembra di aver già sentito questo nome, si tratta della nota classe di psicofarmaci che come raccontavamo su Infodata lo scorso settembre, nel 2017 in Italia è risultata la prima voce di spesa fra i farmaci di classe C, cioè a carico del cittadino. Alcuni di questi medicinali sono venduti come versioni contraffatte di ansiolitici comunemente prescritti come alprazolam (alla base dello Xanax) e diazepam, utilizzando le reti di distribuzione esistenti nel mercato delle sostanze illecite; altri sono venduti online, talvolta con le loro denominazioni proprie, e commercializzati come versioni «legali» di medicinali autorizzati. Le conseguenze sulla salute non possono che essere pericolose perché ignote.

L’EMCDDA sta monitorando 28 nuove benzodiazepine, di cui 23 individuate per la prima volta in Europa negli ultimi cinque anni. Nel 2017 sono stati 3 500 o sequestri di queste sostanze, per un totale di oltre 2,4 milioni di unità: circa 27 chilogrammi di polvere, 1,4 litri di liquidi e 2 400 blotter contenenti nuove benzodiazepine.

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Rachele, pilota di auto da corsa con la fibrosi cistica

Me lo ripete diverse volte, Rachele Somaschini, di essere stata fortunata. Fortunata a nascere a Milano, nel 1994, in una famiglia che ha saputo trovare il modo di farla convivere con la malattia senza che lei percepisse alcuna privazione o alcun timore di vivere per tutta l’infanzia. Fortunata perché una tra le due mutazioni genetiche ereditate è meno severa e sembra aver mitigato il decorso della fibrosi cistica. Ci sono persone malate che anche con la migliore assistenza medica e fisioterapica, con il migliore supporto familiare, scolastico e la giovane età, non vivono una quotidianità serena.

Rachele è un’atleta: oggi ha 25 anni e da quattro corre in macchina, sport in cui si è subito rivelata una campionessa. Uno sport che a qualsiasi altra persona solo a guardarlo toglie il fiato, mentre a Rachele il fiato lo dona.

“Lo sport è oggi ed è sempre stato centrale nella mia vita. Con mio padre, da sempre appassionato ed ex pilota, ho esordito a soli 19 anni in una gara storica e una volta salita non sono più voluta scendere dall’auto, con mia madre che per poco non sveniva dall’ansia!”. Rachele è stata fortunata perché è nata dopo l’approvazione della legge 104 del 1992, che fra le altre cose ha reso obbligatorio lo screening neonatale direttamente nell’ospedale di nascita. Grazie allo screening, i medici hanno potuto da subito ipotizzare la malattia di cui, a un mese dalla nascita con il test del sudore, è stata confermata la diagnosi. Una caratteristica della malattia è proprio il sudore, molto più salato di quello delle persone sane. Un proverbio tedesco del XVII secolo recitava «Morirà presto il bambino, la cui fronte sa di sale».

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Cellule staminali del cordone ombelicale per ringiovanire le cellule del sangue

La ricerca scientifica ha ampiamente documentato che la lunghezza dei nostri telomeri – strutture del DNA che hanno il compito di proteggere i cromosomi, quindi il nostro DNA, dai danni esterni e dal deterioramento – è correlata con l’invecchiamento della cellula, quindi del nostro organismo. Il telomero è un vero e proprio marcatore dell’invecchiamento cellulare: più la cellula è “vecchia”, più il telomero risulta corto. Da anni viene studiato come indicatore di malattie della terza età, inclusi il cancro, l’ aterosclerosi e il diabete.

Tutti nasciamo con telomeri della stessa lunghezza, che tuttavia con il passare del tempo finiscono per accorciarsi. Questo avviene essenzialmente a causa dell’attività della telomerasi, l’enzima che ripara e restaura i telomeri. Tuttavia, questo accorciamento può essere anche dovuto a danni ambientali, al fumo o alla chemioterapia, che contribuiscono a ridurre la lunghezza dei telomeri.

La possibilità di rallentare l’accorciamento di queste regioni del cromosoma o di allungarle nuovamente, qualora si fossero accorciate, è un ambito molto studiato dalla ricerca biomedica. Il trapianto di cellule staminali emopoietiche, capaci cioè di rigenerare gli elementi che compongono il sangue, è oggi terapia salvavita per la cura di numerose malattie del sangue, anche gravi. Trovare un donatore di midollo che sia compatibile però non è semplice e gli scienziati sono da tempo alla ricerca di alternative efficaci.

Una di esse è rappresentata proprio dalle cellule staminali presenti nel sangue del cordone ombelicale. Sono cellule molto giovani, con telomeri lunghi e mai esposti ai danni ambientali. Sono simili alle cellule del midollo e sono in grado di dare origine a svariati tipi cellulari, con un minor rischio di rigetto.

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