Covid-19, il rischio calcolato e gli effetti collaterali

Nell’agosto 2006 a Praga si tenne l’assemblea mondiale degli astronomi. Nessuno ricorda quella data, ma ci ha lasciato un’immagine famosa: la sala gremita di mani alzate. Si stava votando per decidere se Plutone dovesse essere o no considerato in futuro un pianeta.

È chiaro che non è la scienza a essere fatta “per alzata di mano”, non è il metodo a essere messo in questione. Si alza la mano per decidere quale indicatore valga più degli altri, quale debba diventare la vera unità di misura.

Per la prima volta dall’inizio dell’emergenza sanitaria Covid-19 in Italia il decisore politico non fa proprie le posizioni  della comunità scientifica, da sempre più scettica in fatto di riapertura. La chiave per capire l’espressione “Rischio Calcolato” usata da Giuseppe Conte per giustificare la riapertura dell’economia italiana non ha come focus la parola “rischio”, ma proprio il suo essere “calcolato”, concetto che nella nostra mente presuppone che suddetto rischio non sia solo “noto”, ma “considerato ai fini della decisione”.

Molte voci stanno sottolineando che non sappiamo chi ha calcolato questo rischio, e soprattutto come.

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Teoria dei giochi ed etica: se non ci sono risorse sufficienti, chi curiamo per primo?

Detta così sembra semplice. Si tratta di principi altamente condivisibili. Altra cosa però è tradurre questi principi in giustizia sociale, all’atto pratico: dipende da quali indicatori decidiamo di considerare e da come misuriamo il vantaggio.

Gli autori propongono nell’articolo sei raccomandazioni pratiche, che vorrebbero essere specifiche per l’allocazione delle risorse mediche nella pandemia di Covid-19. I sei consigli sono: scegliere ciò che massimizza i benefici; dare la priorità agli operatori sanitari; non assegnare in base al principio “primo arrivato, primo servito”; focalizzarsi sulle evidenze scientifiche; riconoscere la partecipazione alla ricerca; e applicare gli stessi principi a tutti i pazienti COVID-19 e non-COVID-19.

Si tratta comunque di raccomandazioni ancora generiche. Già nel 2009,the Lancet aveva provato a tradurre i macro valori etici in in pratiche di vita reale, basandosi sull’idea che ogni sistema sanitario è diverso, ognuno ha i propri punti di forza e i propri punti critici, che offrono una visione dei fattori fisiologici e sociali che andrebbero considerati quando si dà la priorità alle cure.

Il problema è che ognuna delle sei raccomandazioni – tutte sensate – vive intrinseche aporie, che aprono a diverse possibilità interpretative. Vediamo comunque le raccomandazioni del NEJM una per una.

“Prima il più malato”

Un approccio prioritario tratta prima i più malati. Nelle cure di emergenza, ad esempio, un paziente affetto da infarto “sorpassa” un paziente con un braccio rotto. È la logica a ci assistiamo in Italia nella gestione del Triage al Pronto Soccorso: il codice giallo passa avanti al verde, il rosso al giallo, e via dicendo.

In emergenza però questo approccio presuppone che i vincoli delle risorse siano temporanei e che presto saranno disponibili risorse aggiuntive per il trattamento di altri pazienti.

Il punto è durante un periodo di scarsità prolungata, come l’attuale pandemia di COVID-19, questo approccio non considera l’elemento tempo: il trattamento di un paziente gravemente malato per un lungo periodo di tempo è più “efficiente” rispetto al trattamento rapido di diversi pazienti meno malati?

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Fase 2, siamo sicuri che sdoganare le visite ai parenti soltanto sia la scelta più saggia? Qualche dato

Una questione che ci si sta ponendo con la fase 2 riguarda la logica con la quale è stato deciso chi (non quante persone!) ognuno di noi può visitare. Stando a ciò che è stato dichiarato dal Governo, sì a parenti, anziani inclusi, sì a non meglio precisati “affetti stabili”, no ad amici.

Ci poniamo due domande. La prima: ci chiediamo se la scelta di permettere ai parenti di visitare gli anziani, senza porre dei limiti nel numero di nuclei famigliari con cui entrano in contatto sia il modo più saggio per proteggerli e al tempo stesso garantire loro l’aiuto necessario. Una persona di 70 anni con quattro figli, che a loro volta hanno due figli potrebbe ricevere quotidianamente 12 persone, senza contare i relativi partner “stabili”. Al tempo stesso chi non ha famiglia ma magari ha bisogno di aiuto, anche morale, potrebbe continuare a restare svantaggiato. Certo c’è il buon senso, ma qui parliamo di normativa.

La seconda domanda riguarda chi la famiglia ce l’ha in un’altra regione, chi non ce l’ha più e chi per ragioni proprie la famiglia ce l’ha ma non la vuole vedere. Perché queste persone non dovrebbero avere diritto di incontrare – con tutte le precauzioni – poche persone che essi ritengono “famiglia”? Di nuovo, come abbiamo spiegato qualche giorno fa, scegliere un criterio qualitativo e non quantitativo è scivoloso.

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Le risposte della scienza, il ruolo della politica e le domande dei giornalisti. Non tutti gli esperti sono uguali.

Mettiamoci nei panni di un cittadino che si siede la sera sul divano per cercare di aggiornarsi sulle ultime novità riguardo al prossimo futuro di convivenza con il COVID19. Il caos informativo ora come ora è inevitabile, sia per un aspetto quantitativo che qualitativo.

 Questo caos informativo lo crea la politica, ma lo creiamo soprattutto noi giornalisti quando scegliamo chi intervistare e che domande porre.Non stiamo parlando di malafede, ci mancherebbe, ma di scarsa esperienza nel fare informazione sul rischio e durante un’emergenza. Ci sono corsi di formazione sulla comunicazione in queste circostanze; ci sono linee guida internazionali (per esempio quelle OMS del 2018), progetti di ricerca di alto profilo (per esempio conoscete ASSET ?), tanta letteratura. Manca però la fase “traslazionale”, che porta tutta questa conoscenza nei percorsi di formazione e nei corsi di aggiornamento di chi poi si trova davvero a fare informazione in trincea “ai tempi del coronavirus”.

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