Il futuro energetico dell’Africa non è green. E l’aria non è monitorata bene

Il futuro del mondo è sempre più green? Non per tutti, non ovunque. L’Africa, per esempio, ancora non sta andando in questa direzione. Secondo i dati pubblicati il 21 ottobre dall’International Energy Agency (IEA) oggi in Africa sono installati solo 5 gigawatt di fotovoltaico solare (Pv): meno dell’1% della capacità globale.

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Ecco l’Italia che fa la “differenziata”. Male alluminio e batterie più attenzione alla plastica

Si parla di raccolta differenziata da almeno da 40 anni, eppure ancora oggi (dato Istat riferito al 2017) la percentuale di raccolta differenziata rispetto al totale dei rifiuti urbani raggiunge appena il 55,5%, +3% sul 2016, anche se la normativa imporrebbe il raggiungimento del 65% della quota di raccolta differenziata sul totale dei rifiuti urbani prodotti. Si tratta del “testo unico ambientale” in particolare dell’art. 205 del decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152.

In realtà dipende dal prodotto: nel 2018 la plastica è differenziata e quindi riciclata dall’87,1% delle famiglie, il vetro dall’85,9%, la carta dall’86,6%: percentuali raddoppiate rispetto a vent’anni fa. L’alluminio e le batterie usate invece, si fermano a percentuali di differenziata molto più basse.

Due appunti: primo, le disparità geografiche sono assai rilevanti; secondo, non si può leggere il dato sulla differenziata da solo, ma va correlato con quello sulla produzione di rifiuti in generale, e quindi con il grande tema dello spreco. Evidentemente i dati Istat si possono riferire solo allo smaltimento di rifiuti che possiamo contare perché registrati legalmente dal sistema. Pur mostrando il più alto livello di rifiuti urbani prodotti, il Nord-est raggiunge la percentuale maggiore di raccolta differenziata, pari al 68,3%. A nord ovest la raccolta differenziata copre il 64% dei rifiuti urbani,  nelle aree del centro il 51%, al sud il 47% e nelle isole un misero 31%, la metà di quanto imposto dalla normativa, anche se questo scarso risultato va imputato alla sola Sicilia (dove si differenzia il 21% dei rifiuti), mentre la Sardegna raggiunge un dignitoso 63%.

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Vegani a destra, vegetariani a sinistra. Ma chi lo fa per l’ambiente?

Il Rapporto Italia 2019 di Eurispes conta che 7 italiani su 100 (precisamente il 7,3%) sono vegetariani o vegani: il 5,4% del campione esaminato si dichiara vegetariano e un ulteriore 1,9% vegano. Sono tanti o sono pochi? Sostanzialmente gli stessi di cinque anni fa: nel 2014 il 7,1% del campione intervistato era  vegetariano o vegano, nel 2016 addirittura l’8%.

Un altro 4,9% di italiani ha ammesso di essere stato vegetariano ma di essere ritornato a una dieta onnivora. Nel complesso comunque si registra un aumento di un punto percentuale di persone che hanno scelto di non mangiare più nessun prodotto animale rispetto al 2018: nel 2018 i vegani all’interno del campione esaminato erano lo 0,9%, nel 2014 lo 0,6%. Sono diminuiti invece i vegetariani: erano il 6,2% degli intervistati nel 2018, anche se gli esperti precisano che quest’ultima variazione potrebbe essere spiegata dal passaggio da una dieta vegetariana a una vegana.

 

Il rapporto Eurispes correla questa abitudine alimentare anche con l’orientamento politico, ed emerge una sorpresa. Parafrasando Gaber: “Il vegano per scelta è più di destra, vegetariano forse di sinistra. L’8,1% di chi si colloca a destra o nel centro destra è vegano, contro lo 0,9% di chi si colloca a sinistra o nell’estrema sinistra. È inoltre vegano il 2,8% di chi ha votato Movimento 5 stelle. A sinistra sono tuttavia vegetariane 14 persone su 100, il doppio di chi si dichiara di centro destra. È vegetariano il 5,5% degli elettori del Movimento.

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Cambiamenti climatici e salute globale: cosa dicono i dati e la letteratura scientifica

I cambiamenti climatici minacciano di compromettere il raggiungimento dell’assistenza sanitaria universale (Universal Health Coverage – UHC), al centro dell’agenda delle maggiori agenzie internazionali, Agenda 2030 delle Nazioni Unite in testa.

Nei giorni scorsi una lunga analisi, pubblicata sulla nota rivista scientifica British Medical Journal a firma di Renee Salas e Ashish Jha dell’Harvard Global Health Institute, fa il punto sulla letteratura scientifica sul legame fra cambiamenti climatici e salute globale. Perché, con buona pace dei detrattori della scienza del riscaldamento globale, di letteratura scientifica seria ve ne è molta. L’articolo in questione è corredato da una lista con quaranta link a studi e rapporti degli ultimissimi anni.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che i cambiamenti climatici causeranno ulteriori 250.000 morti all’anno entro il 2030, tenendo conto solo cinque aspetti: malnutrizione, malaria, diarrea, dengue e ondate di calore. Ci sono poi gli effetti negativi diretti e indiretti, tra cui una maggiore morbilità legata al calore, alla malnutrizione, aumento delle malattie di origine idrica e alimentare e i problemi di salute mentale.

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