L’impatto del clima su migrazioni e salute. Spiegato bene e con i numeri

Secondo una stima di Climate Impact Lab del 2018, entro la fine del secolo si conterebbero ogni anno 1,5 milioni di decessi correlati al cambiamento climatico di origine antropica, se il tasso di emissioni rimane invariato. Per chi non lo conoscesse, il Climate Impact Lab  è una collaborazione  di oltre 30 scienziati del clima, economisti, ricercatori, analisti e studenti di alcuni dei principali istituti di ricerca statunitensi.

Già nel 2014 l’Organizzazione mondiale della sanità stimava  che, nel 2030, l’Africa sub-sahariana avrà il più grande onere della mortalità attribuibile ai cambiamenti climatici, mentre nel 2050 il sud-est asiatico sarà la regione più colpita per quanto riguarda la salute della popolazione. I costi diretti stimati per i danni alla salute (vale a dire esclusi i costi in settori che determinano la salute come l’agricoltura, l’approvvigionamento idrico e i servizi igienico-sanitari) sono stimati tra i 2-4 miliardi di dollari anno dal 2015 al 2030.

Il reddito è collegato anche all’esposizione ai rischi climatici sul luogo di lavoro, poiché i lavoratori poco qualificati hanno maggiori probabilità di svolgere attività fisica o manuale all’aperto. Sono quindi a maggior rischio di vivere gli effetti delle alte temperature, tra cui lesioni, malattie cardiovascolari e respiratorie. Inoltre, la loro produttività è inferiore quando fa molto caldo, il che rende più difficile completare un’attività, che può influire negativamente su salari.

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Sono aperte le iscrizioni a Healthcom Program (scarica il nostro ebook gratuito!)

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🙋‍♀️🙋‍♂️ Infine, quest’anno abbiamo deciso di aprire il gruppo Facebook HealthCom Program – Class anche alle persone solo interessate al corso e agli argomenti trattati.
Date un’occhiata se ti va, e mandateci pure i vostri spunti!
E se vi sembra utile, fate girare! A breve ulteriori novità!

Il Coronavirus, i tempi della scienza e la fretta del giornalismo

L’epidemia di Coronavirus che stiamo seguendo in queste settimane ci sta insegnando una volta di più una cosa importante: che non è il dato in sé che fa l’informazione, sulla base della quale prendere delle decisioni, ma la lettura del dato. Non tutti i numeri si possono comprendere nel medesimo arco di tempo, la medicina lo sa bene, e lo sa bene in particolare la virologia. Quanto tempo ci vuole per capire come si sta evolvendo un’epidemia? Quanto tempo ci vuole per stimare la mortalità di un agente? Quanto tempo ci vuole per capire se le cose sono gravi e quanto? Quanto tempo ci vuole per poter stimare quando avverrà il picco dell’epidemia?

Sono tutte domande che abbiamo rivolto a Giovanni Maga, virologo e Direttore dell’Istituto di Genetica Molecolare del CNR di Pavia.

 Quanto tempo ci vuole per stimare un tasso di mortalità. Più del tempo finora trascorso dall’inizio dell’epidemia di questo nuovo Coronavirus. A oggi (6 febbraio ore 13  ) si contano 28.344 casi confermati, di cui solo 228 fuori dalla Cina e Hong Kong, per un totale di  565 morti (solo 2 fuori dalla Cina) e 1.339 persone già dichiarate guarite. “Viene spontaneo fare il calcolo percentuale, che sanno fare tutti, ottenendo una letalità del 2%, ma in realtà gli epidemiologi non ragionano in questi termini. Prima di tutto chiariamo che lessicalmente noi virologi distinguiamo tra letalità e tasso di mortalità. La letalità di un virus è il numero di morti per casi confermati, mentre il tasso di mortalità è il rischio, in termini di probabilità che ho nel mondo di morire di questa malattia. In questo caso sarebbe come dire che il tasso di mortalità di 2019-nCov è di 500 su 1,4 miliardi di persone” spiega Maga.  “Il punto è che non possiamo non considerare che gli scenari sono diversi, in Cina e fuori, e non possiamo mettere tutto nello stesso calderone. A Wuhan e Hubei, dove si concentrano quasi tutti i casi, il tasso di letalità è del 2% circa, mentre fuori dalla Cina siamo nell’ordine dello zero virgola. Questo però ci dice una cosa fondamentale, su cui non ci sono dubbi: le misure di contenimento stanno funzionando benissimo, avendo dopo quasi due mesi, solo 200 casi fuori dalla Cina, quasi tutti non gravi.”

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Coronavirus, il punto della situazione: alcune domande e risposte

Nell’ultima settimana l’epidemia di Coronavirus, 2019-nCov, è cresciuta molto come numero di casi confermati in laboratorio, toccando nel momento in cui scriviamo (4 febbraio 2020) i 20.659 casi e 427 morti. Ricercatori da tutto il mondo stanno lavorando sui dati disponibili e pubblicando articoli scientifici ogni giorno, correggendosi a vicenda, se necessario.

Al di là delle numerose bufale che stanno girando fra social e alcuni media tradizionali, la principale paura che si percepisce dalla Rete è come ci si contagia. È vero che anche una persona asintomatica può essere contagiosa? Quanto può sopravvivere il virus su una superficie? Che cosa dobbiamo aspettarci, dato che come è stato dimostrato i primi casi risalgono ai primi di dicembre, ma solo il 31 dicembre 2019 il governo cinese ha notificato il focolaio all’Organizzazione Mondiale della Sanità?

Tutte domande legittime, ma dobbiamo tenere a mente che l’unico strumento in nostro possesso per chiarirci le idee sono gli studi scientifici, condotti da persone esperte in virologia ed epidemiologia. Anche qualora gli esperti non fossero ancora in grado di dare delle risposte precise – dal momento che è ancora presto per fare dei conti sul tasso di mortalità [cioè è presto per fare un semplice calcolo percentuale 427*100/20.659] – almeno sanno che domande devono porsi.

Il motivo per cui è presto fare i conti è che non sappiamo esattamente quanti sono i casi di persone contagiate: si suppone siano molte di più di quanto notificato, ma che tanti casi abbiano semplicemente presentato qualche sintomo poi rientrato come accade spesso con raffreddore e influenza. Questa sarebbe comunque una buona notizia perché significherebbe che le morti sono molte di meno, in percentuale.

Ma è vero che anche gli asintomatici possono contagiare?

Lo stiamo capendo, ma ci vuol tempo per avere dei dati solidi. Come riportal’ultimo bollettino dell’OMS del 3 febbraio 2020, dei 153 casi segnalati al di fuori della Cina, 12 sono stati considerati asintomatici. Per i rimanenti 141 casi, le informazioni sulla data di insorgenza sono disponibili solo per gli 88 casi presentati nella curva epidemiologica.

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