Crisi alimentare: ecco dov’è più violenta (e perché c’entra il clima)

L’editoriale dell’ultimo numero della rivista Nature è netto: l’alimentazione è un fattore determinante per la morbilità e la mortalità infantili, così come il livello di istruzione è un fattore determinante per la salute dei bambini. Simon Hay e i suoi

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Inquinamento, polveri sottili e particolati: ecco come incidono a 360 gradi sulla nostra salute

Nei giorni scorsi si è parlato molto di misure anti inquinamento da particolati (le sostanze sospese nell’aria che hanno una dimensione fino a 100 micrometri, PM10, PM 2,5) in Lombardia, che si sono tradotte in uno stop alla circolazione dei veicoli più inquinanti, motori Euro 4 diesel compresi. A quanto pare però la situazione è più pericolosa di quanto si pensa. Secondo quanto riporta  la nota associazione milanese Cittadini per l’Aria, test svolti da Transport & Enviroment sui due veicoli diesel Euro 6 più venduti in Europa mostrano che le nuove auto di questo tipo continuano a violare i limiti di legge sulle emissioni di polveri sottili, con picchi di inquinamento fino a 1.000 volte i valori considerati standard.

Certo, non è solo il settore dei trasporti a produrre particolati. Secondo il XIV Rapporto Qualità dell’ambiente urbano di ISPRA (ne parlavamo qui ), il 59% del particolato primario (quello cioè direttamente emesso dalle sorgenti inquinanti come dai tubi di scappamento delle auto) è dovuto al riscaldamento. Caldaie, stufe e caminetti, solo da metà ottobre a metà aprile, sono responsabili di più del 60% delle polveri sottili emesse nel 2015.

Salute infantile Gli effetti dell’esposizione sulla salute di adulti e bambini sono numerosi: problemi respiratori in primis, specie nei più piccoli, ma anche conseguenze al sistema cardiocircolatorio, allergie, ma anche tumori e problemi durante la gravidanza. Un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dal titolo Air pollution and child health  , pubblicato a ottobre 2018, evidenzia che l’esposizione all’aria inquinata durante la gravidanza aumenta la probabilità di partorire prematuramente e quella che i bambini abbiano basso peso alla nascita, oltre a incidere sul neurosviluppo del feto dunque sulle loro capacità cognitive.

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#nonsolosci. L’insostenibile leggerezza dello sci

Questo lavoro ha rappresentato la mia tesi di Master in DataJournalism del Master in Giornalismo Scientifico Digitale conseguito presso la Scuola Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste nell’Anno Accademico 2012-13. Era stato pubblicato su datajournalism.it, ma non essendo il sito più attivo, ripubblico qui, data l’attualità dell’analisi. Molti link non sono più attivi, ma ho tutti i documenti. Trattandosi del mio primo lavoro di datajournalism, è tutto un po’ grezzo, visualizzazioni comprese. Ma non le ho editate perché ricordo questo lavoro con affetto.

Come è noto, le perle non sono gemme molto durevoli. Ciò non significa che siano fragili, ma sicuramente non sono in grado di resistere agli abusi che possono sopportare gemme più dure come il diamante e lo zaffiro.
Oggi, la Val Gardena, nonostante la crisi globale, continua a dimostrarsi un sistema fiorente dal punto di vista turistico ed economico. Tuttavia, alla luce dei cambiamenti climatici in atto e ai conseguenti costi ambientali ed economici necessari per il mantenimento di questo potente sistema turistico, sembra lecito chiedersi se ha senso continuare a mettere in atto la medesima strategia degli ultimi trent’anni o se invece sia necessario cominciare a invertire la rotta. In altre parole, se un sistema turistico alpino basato principalmente sullo sci sia ancora una prospettiva vincente oppure no.

Un sistema turistico potentissimo

Nel 2012 secondo i dati pubblicati dall’Ufficio Provinciale di Statistica della Provincia di Bolzano, le incantevoli perle alpine della Val Gardena hanno visto 422.628 arrivi turistici provenienti da tutto il mondo, classificandosi al primo posto tra le valli di tutto l’Alto Adige per più alto numero di villeggianti. Di questi, 132.810, cioè circa un terzo, hanno scelto il lusso degli hotel a 4-5 stelle, un numero cinque volte superiore rispetto al 1990, dove i turisti di lusso erano “solo” poco più di 23mila.
Secondo il bilancio fornitoci dal’Ufficio Trasporti Funiviari della Provincia di Bolzano, inoltre, nel 2011 gli impianti a fune della Val Gardena hanno prodotto circa 7 milioni di euro di utile, un saldo finale di tutto rispetto in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo.

L’economia della Val Gardena insomma continua a essere ricca e fiorente, anche in tempo di crisi. Ma a cosa è dovuta questa controtendenza, questa crescita costante? La risposta è evidente: al turismo, e in particolare a quello sciistico. I dati in questo senso parlano chiaro, mostrando come l’intera valle sia un organismo turistico economicamente perfetto, che l’uomo è riuscito a modellare e a sfruttare in maniera eccellente per offrire al cliente la massima efficienza su tutti i fronti. Davanti a un sistema così efficiente e produttivo però, viene spontaneo interrogarsi circa la sostenibilità di tutto questo, sia dal punto di vista dello sfruttamento ambientale, che di prospettiva economica della valle, una sostenibilità minacciata da un nemico che non lascia scampo: il surriscaldamento globale.

Grafico: impianti di risalita in Val Gardena 1972-2011

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Meno neve per tutti

Se una volta era sufficiente trovarsi a 1000 metri per godersi una meritata vacanza tra le vette innevate delle Dolomiti, negli ultimi 25 anni la soglia minima necessaria per carezzare il soffice manto è salita di circa 150 metri. Paesini turistici sotto i 1500 metri come quelli della Val Gardena (il più in alto, Selva Gardena, si trova a 1563 metri s.l.m.) secondo gli esperti sono a oggi privi di futuro dal punto di vista del turismo sciistico e quelli tra i 1800 e i 2000 metri, sempre secondo gli studiosi, subiranno delle diminuzioni di precipitazioni nevose fino al 30% nei prossimi 100 anni. Nel 2100 infatti, secondo le previsioni dei metereologi la temperatura media globale aumenterà di circa 2 gradi centigradi, che corrisponderanno a 4-5 gradi sulle Alpi.
Di conseguenza l’altezza minima necessaria per praticare gli sport invernali salirà di circa 500 metri, provocando una lenta e progressiva riduzione del turismo sciistico. È evidente che alla luce di uno scenario siffatto venga spontaneo chiedersi come stanno rispondendo le principali località sciistiche, in particolar modo quelle più economicamente fiorenti come la Val Gardena.

numeri dell’innevamento artificiale

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Grafico: Cannoni da neve in Val Gardena e Alto Adige

Anche la Val Gardena non è esente dalle conseguenze dei cambiamenti climatici e come avviene in tutto l’arco alpino, italiano e non, la risposta sembra essere l’innevamento artificiale, cioè l’utilizzo di cannoni sparaneve, che imbiancano le piste da sci per il periodo necessario a far fronte alla crescente richiesta turistica. Come si evince dal grafico qui sotto, i dati forniti dall’Ufficio Trasporti della Provincia di Bolzano evidenziano che in Val Gardena si è passati dagli 81 cannoni nel 1995-96 ai 546 nella stagione 2011-12: un aumento di circa il 550%, per innevare 15 km2 di superficie, più o meno l’equivalente di 2000 campi da calcio, tra cui 175 km di piste da discesa e 115 km di piste da fondo.

In realtà i dati riguardanti le piste da sci innevate sono contrastanti: in un documento prodotto dall’ASTAT di Bolzano in cui viene riportato il piano di settore degli impianti funiviari per il 2010, si parla di 762,6 ettari di piste da sci, mentre il bilancio relativo alla Val Gardena pubblicato dalla provincia di Bolzano ci dice che gli ettari di superficie innevabile artificialmente sul territorio sono ben 1519. Come specifica puntualmente Johann Zelger dell’Ufficio Provinciale per i trasporti funiviari e coautore del testo citato, i dati riportati nel bilancio non vengono prodotti dagli uffici provinciali, ma provengono dalla comunicazione statistica fatta dai concessionari, e la provincia si limita a pubblicarli.

La neve artificiale pesa di più, anche sull’ambiente

Come ci spiega Michele Freppaz, docente presso il Dipartimento di Scienze agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino, la neve artificiale però ha delle caratteristiche fisiche molto diverse rispetto alla neve naturale, dovute al processo tramite cui viene prodotta. Essa è infatti circa tre volte più pesante di quella naturale: ad esempio, un metro cubo di neve naturale – si legge su un dossier redatto dal WWF nel 2006 – ha un peso che oscilla tra i 70 e i 100 kg, contro i 350 kg dello stesso volume di neve artificiale. Pesando di più, la neve artificiale produce un impatto sul suolo, riducendo l’isolamento termico di quest’ultimo e causandone il congelamento, che a sua volta potrebbe ostacolare l’assorbimento delle acque piovane, conseguenza molto rischiosa in caso di precipitazioni intense che potrebbero causare inondazioni. Inoltre, l’utilizzo della neve artificiale può far slittare l’inizio della ripresa dell’attività vegetativa anche di un mese rispetto alla media, con ovvie conseguenze per la fauna selvatica.

Investimenti sempre più ad alta quota

L’utilizzo massivo di cannoni sparaneve è però solo una delle voci presenti nei bilanci degli impianti sciistici della valle. A fronte dei 7 milioni di euro di utile solo nel 2011, la Val Gardena – si legge sempre nel bilancio fornito dalla Provincia – ha investito nel settore funiviario quasi il doppio, circa 12 milioni di euro, 8 milioni dei quali per nuove costruzioni. Oltre a una spesa di ulteriori 2,5 milioni di euro per l’energia elettrica – per circa 16 milioni di kWh, l’equivalente del consumo annuo medio di circa 6000 famiglie – e 870 mila euro per carburanti. Quello che emerge però a un’analisi dei singoli impianti, incrociando i dati riguardanti l’anno di costruzione e la loro altitudine, è che dal 1972 ad oggi anno dopo anno le stazioni a monte sono andate crescendo come altitudine, quelle a valle leggermente diminuendo. Se nel periodo 1970-80 si è investito mediamente in impianti da 1800 metri a valle a 1980 a monte, negli ultimi 10 anni si è investito in impianti più “lunghi”, da 1730 metri di altitudine media per la stazione a valle, ai 2050 metri per quella a monte. Ebbene, questi dati, rappresentati nel grafico a fianco – sembrano suggerire la necessità di impianti sempre più in quota, avvalorando la legittimità della domanda circa la sostenibilità di questi investimenti alla luce delle conseguenze del surriscaldamento globale.

Grafico: Costi economici per i carburanti

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Questione ambientale o economica?

“Qui le questioni in gioco sono due: l’impatto ambientale degli impianti di risalita, di cui vanno discusse separatamente la fase di costruzione e quella di
esercizio degli impianti stessi, e la redditività economica a lungo termine dell’intero sistema turistico” afferma Marianna Elmi,ricercatrice e project manager dell’EURAC (Institute for Regional Development and Location Management ) di Bolzano. Come emerge dai dati raccolti e fin qui esposti, l’economia della Val Gardena si regge quasi unicamente proprio sul turismo sciistico (basti pensare che solo 17 degli 83 impianti sono aperti anche in estate) sebbene negli ultimi anni si assista a vari felici tentativi, specie nella stagione estiva, nella direzione di un turismo gastronomico e culturale.

Anche se tutto pare funzionare al meglio dal punto di vista turistico quindi, i dati ci mostrano che il nemico è dietro l’angolo. Il futuro a cui attraverso il riscaldamento globale ci stiamo condannando non pare risparmiare nemmeno le perle alpine, costrette a ingenti e continui investimenti per continuare a mantenere lo status quo, con conseguenti costi economici e ambientali affatto secondari. Come racconteranno i numeri del turismo nella prossima puntata, la necessità di rispondere a questo problema attraverso un turismo non solamente sciistico sembra oggi come non mai urgente.

 

Ecco perché gli spazi verdi fanno bene alla salute

Lo dichiara una lunga revisione sistematica della letteratura pubblicata su The Lancet Planetary Health: la presenza di aree verdi è un determinante sociale della salute. Intuitivo, a pensarci bene, ma per affermare che il benessere fisico è davvero aumentato è necessario avere in mano delle prove, molte prove, sia epidemiologiche che da studi longitudinali, ovvero ricerche che effettuano ripetute osservazioni dello stesso fenomeno in un lungo periodo di tempo, per capire se sussiste una correlazione statisticamente rilevante fra la prossimità di spazi verdi e la mortalità per tutte le cause. È la prima e la sintesi più completa ad oggi sugli spazi verdi e sulla mortalità per tutte le cause, ed è l’unica fino a oggi a concentrarsi sugli studi di coorte.

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