Vegani a destra, vegetariani a sinistra. Ma chi lo fa per l’ambiente?

Il Rapporto Italia 2019 di Eurispes conta che 7 italiani su 100 (precisamente il 7,3%) sono vegetariani o vegani: il 5,4% del campione esaminato si dichiara vegetariano e un ulteriore 1,9% vegano. Sono tanti o sono pochi? Sostanzialmente gli stessi di cinque anni fa: nel 2014 il 7,1% del campione intervistato era  vegetariano o vegano, nel 2016 addirittura l’8%.

Un altro 4,9% di italiani ha ammesso di essere stato vegetariano ma di essere ritornato a una dieta onnivora. Nel complesso comunque si registra un aumento di un punto percentuale di persone che hanno scelto di non mangiare più nessun prodotto animale rispetto al 2018: nel 2018 i vegani all’interno del campione esaminato erano lo 0,9%, nel 2014 lo 0,6%. Sono diminuiti invece i vegetariani: erano il 6,2% degli intervistati nel 2018, anche se gli esperti precisano che quest’ultima variazione potrebbe essere spiegata dal passaggio da una dieta vegetariana a una vegana.

 

Il rapporto Eurispes correla questa abitudine alimentare anche con l’orientamento politico, ed emerge una sorpresa. Parafrasando Gaber: “Il vegano per scelta è più di destra, vegetariano forse di sinistra. L’8,1% di chi si colloca a destra o nel centro destra è vegano, contro lo 0,9% di chi si colloca a sinistra o nell’estrema sinistra. È inoltre vegano il 2,8% di chi ha votato Movimento 5 stelle. A sinistra sono tuttavia vegetariane 14 persone su 100, il doppio di chi si dichiara di centro destra. È vegetariano il 5,5% degli elettori del Movimento.

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Cambiamenti climatici e salute globale: cosa dicono i dati e la letteratura scientifica

I cambiamenti climatici minacciano di compromettere il raggiungimento dell’assistenza sanitaria universale (Universal Health Coverage – UHC), al centro dell’agenda delle maggiori agenzie internazionali, Agenda 2030 delle Nazioni Unite in testa.

Nei giorni scorsi una lunga analisi, pubblicata sulla nota rivista scientifica British Medical Journal a firma di Renee Salas e Ashish Jha dell’Harvard Global Health Institute, fa il punto sulla letteratura scientifica sul legame fra cambiamenti climatici e salute globale. Perché, con buona pace dei detrattori della scienza del riscaldamento globale, di letteratura scientifica seria ve ne è molta. L’articolo in questione è corredato da una lista con quaranta link a studi e rapporti degli ultimissimi anni.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che i cambiamenti climatici causeranno ulteriori 250.000 morti all’anno entro il 2030, tenendo conto solo cinque aspetti: malnutrizione, malaria, diarrea, dengue e ondate di calore. Ci sono poi gli effetti negativi diretti e indiretti, tra cui una maggiore morbilità legata al calore, alla malnutrizione, aumento delle malattie di origine idrica e alimentare e i problemi di salute mentale.

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Quanto inquinano gli aerei? Il settore produce il 2% circa delle emissioni di CO2

Secondo il primo rapporto mondiale sul traffico aereo di Airports Council International (ACI) – l’associazione commerciale degli aeroporti del mondo – nel 2018 il traffico passeggeri nel mondo sarebbe in crescita del 6% sull’anno precedente: 8,8 miliardi di persone. Come se tutti gli abitanti del pianeta avessero fatto almeno un viaggio nel 2018, compresi anziani e bambini. Un aumento addirittura accelerato rispetto agli anni passati: il decennio 2007-2017 aveva registrato un +4,3% di traffico passeggeri. Le previsioni globali a medio termine di ACI rivelano che la crescita della domanda di servizi aerei tra il 2018 e il 2023 crescerà di quasi il 30%.
Sono chiaramente i grandi poli ad attrarre maggiore traffico. I 20 aeroporti più trafficati del mondo rappresentano il 17% di tutto il traffico passeggeri globale: 1,5 miliardi di persone.

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L’acqua e il sapere benedettino

L’acqua oggi è prima di tutto un’emergenza, più di quanto non fosse mille anni fa. Non tanto perché sia poca, ma perché è mal distribuita e troppo spesso sprecata, finendo per compromettere la sicurezza delle persone, l’accesso ai servizi per la dignità della persona. Non a caso uno degli Obiettivi di Sostenibilità all’interno dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, il sesto, riguarda proprio questa risorsa: migliorare la gestione delle risorse idriche integrate, proteggere e ripristinare gli ecosistemi relativi all’acqua e sostenere l’impegno locale nella gestione di questa risorsa.

Siamo tuttavia ben lontani da questa visione del mondo. Sembra che l’uomo di oggi sottovaluti l’acqua, e la sfida è capire perché questo avvenga.

Due esempi vicini a noi. In Italia i dati Istat mostrano che su 9,5 miliardi di metri cubi d’acqua per uso potabile prelevati nel 2015, solo 8,3 sono stati immessi nelle reti comunali di distribuzione e solo 4,9 sono stati erogati agli utenti. L’Italia inoltre presenta il maggiore prelievo di acqua per uso potabile pro capite tra i 28 Paesi dell’Unione europea: 156 metri cubi per abitante. Secondo esempio: la legge regionale n. 14 del 04 aprile 2019 della Regione del Veneto “Veneto 2050: politiche per la riqualificazione urbana e la rinaturalizzazione del territorio e modifiche alla legge regionale 23 aprile 2004, n. 11 “Norme per il governo del territorio e in materia di paesaggio”, ha stabilito che è possibile aumentare la cubatura degli edifici esistenti anche in aree a rischio idrogeologico P1 e P2 (Aree a bassa e a media pericolosità idraulica).

Dal 16 al 18 maggio l’università di Padova insieme all’abbazia benedettina di Praglia ha organizzato la quarta edizione del Convegno “Armonie Composte” che prende il concetto di interdisciplinarità estremamente sul serio, con un sguardo quasi ecumenico, riunendo storici, architetti, storici dell’arte, ingegneri, monaci, giornalisti, urbanisti, giuristi. Obiettivo: riflettere su che cosa è andato storto, prendendo le mosse dal sistema benedettino di progettazione e cura del territorio, che ha rappresentato per l’Europa un’avanguardia che nella storia non ha forse più trovato eguali.

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