HIV, scoperto come persiste nel nostro sistema immunitario

OggiScienza

Quando infetta le cellule T del sistema immunitario, il virus dell’HIV ne altera l’espressione genica e ne favorisce la sopravvivenza. Crediti immagine: NIAID, Flickr

RICERCA – Una delle caratteristiche che rende l’HIV un virus particolarmente fastidioso per il nostro organismo e che fa sì che non sia per nulla semplice capire come riuscire a debellarlo è il fatto che la proliferazione del virus non si può al momento arrestare, ma solamente inibire, limitare, attraverso la terapia antiretrovirale. Il problema è che non appena si interrompe la terapia, il virus riprende la sua corsa, come se avesse potuto contare su una “riserva” di cellule T (quelle che il virus attacca per diffondersi), un serbatoio a cui attingere nel momento del bisogno. L’origine e i meccanismi attraverso cui questa riserva virale rimane attiva nei malati sono tuttavia ancora ignoti.

Oggi però si apre una nuova strada verso una possibile risposta…

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I migranti? Non portano malattie, ma sono traumatizzati. Il problema è la salute mentale

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Sono oltre 500 mila le persone sbarcate sulle coste italiane negli ultimi anni: 170 mila nel 2014, 154 mila nel 2015 e 170 mila circa nel 2016. Una cifra che corrisponde, grosso modo, agli abitanti di una città come Genova, anche se per una grossa fetta di coloro che arrivano nel nostro Paese l’Italia è solo un paese di passaggio.

C’è chi ha parlato addirittura di “sesto continente” riferendosi ai movimenti migratori, volontari e non, che interessano l’intero pianeta; anche se nel caso italiano più che a un sesto continente siamo di fronte alla Terra dei fraintendimenti. Il più grave, quello per cui la vulnerabilità sanitaria dei migranti viene interpretata come un problema che può mettere a repentaglio la salute degli autoctoni.

“Il vero problema che dobbiamo affrontare oggi riguardo alla salute di chi sbarca sulle nostre coste non è rappresentato dalle gravi malattie infettive e diffusive, la cui incidenza è assai contenuta per il fenomeno del “migrante sano” ormai ampiamente dimostrato dai dati, ma dal disagio psicologico di queste persone” spiega all’Espresso Giovanni Baglio, epidemiologo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM).

“Dal punto di vista della salute mentale, l’effetto migrante sano tende a esaurirsi rapidamente, già prima dell’arrivo, a seguito delle condizioni spesso estreme in cui il percorso migratorio si compie: coloro che arrivano, donne, uomini e bambini, sono estremamente vulnerabili e manifestano forme reattive quali depressione, disturbi di adattamento, disordini post-traumatici da stress, stati d’ansia”.

Non si tratta di nascondersi dietro a un dito, di spostare l’attenzione da un problema a uno pseudoproblema, come sottolinea nientemeno che il prestigioso Karolinska Insitutet svedese sulle pagine dell’altrettanto prestigiosa rivista Nature , dove gli esperti hanno affermato senza mezzi termini che “I paesi ospitanti devono affrontare i livelli elevati di disordini della salute mentale nei migranti, nell’ottica di far sì che essi si integrino il meglio possibile”.

Mentre nel nostro paese si fa politica intorno alle millantate conseguenze epidemiologiche dell’accoglienza, il focus sulla salute mentale è entrato oramai a pieno titolo nelle agende internazionali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità per esempio ha dedicato la giornata mondiale della salute 2017 proprio alla salute mentale, anche in relazione al fenomeno delle migrazioni. Tuttavia, una primo passo l’abbiamo fatto anche in Italia: il 3 aprile scorso sono state pubblicate in Gazzetta Ufficiale  le Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale

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Quanto manca alla fine dell’AIDS?

OggiScienza

Secondo i dati dell’OMS, su 36,7 milioni di nuovi casi di HIV nel 2015 solo il 60% è a conoscenza del proprio status. Crediti immagine: Jon Rawlinson, Flickr

APPROFONDIMENTO – Nel 2015 nel mondo una persona su 200 stava convivendo con l’HIV, ma solo il 46% delle persone infette ha ricevuto un trattamento antiretrovirale nello stesso anno. La buona notizia è che il numero di nuovi casi di HIV è diminuito sensibilmente dalla metà degli anni Novanta a oggi: nel 2000 erano 3,2 milioni i nuovi casi, nel 2015 2,1 milioni (dati UNAIDS/WHO). Inoltre, nel 2000 solo al 3% dei contagiati veniva offerta la terapia antiretrovirale (ART), mentre oggi siamo quasi alla metà dei casi. La notizia meno buona è che siamo ancora lontani dalla possibilità di eliminare questo problema in maniera definitiva, per esempio con un vaccino.

Non dobbiamo dimenticare inoltre che vi sono ancora degli scalini…

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Resistenza ai farmaci: un problema in crescita

OggiScienza

Anche l’HIV non è esente dal problema della resistenza ai farmaci: dati OMS mostrano che, nel 2010, dal 10 al 20% dei pazienti nei paesi ricchi presentava una resistenza ai medicinali di prima linea. Crediti immagine: Pixabay

SALUTE – La resistenza ai farmaci è un problema reale e in crescita. Lo rivela per esempio l’ultimo rapporto dell’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) e dell’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), pubblicato a fine gennaio, che riporta un aumento di batteri resistenti agli antibiotici nell’uomo, negli animali e nei cibi, con il risultato che le infezioni causate da batteri resistenti agli antimicrobici portano a circa 25.000 decessi nell’UE ogni anno.
Un primo dato allarmante riguarda il batterio della Salmonella, per il quale la resistenza agli antibiotici è molto elevata in tutta l’UE tanto che la Salmonellosi, nelle sue diverse forme, è la seconda malattia di origine alimentare più comunemente…

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