L’agricoltura italiana è in rosso, ma l’industria alimentare cresce

Reblogged from WIRED ITALIA

Il report Unioncamere conferma il trend negativo degli ultimi anni, ma mostra anche un ritorno alla terra di impiegati. Più colpito il Nord Est mentre accelera il Centro-Sud.

I dati parlano chiaro: l’agroalimentare italiano sta vivendo un periodo tutt’altro che florido, ma – è proprio il caso di dirlo – non si può fare di tutta l’erba un fascio. In particolare è necessario distinguere tra settore agricolo, in crisi, e industria alimentare, in leggera crescita. Anche l’ultimo trimestre del 2013 ha confermato infatti un trend globale negativo, con circa il 4% di aziende agricole in meno rispetto allo stesso periodo del 2012, tuttavia parlare di settore agroalimentare come un monolite può essere fuorviante. Secondo il dossier appena pubblicato da Unioncamere su dati AgrOsserva in collaborazione con Ismea, è infatti l’agricoltura italiana a vederci più nero, con 5.882 imprese agricole in meno solo negli ultimi tre mesi del 2013, che corrispondono a un 10% in meno rispetto allo stesso periodo nel 2009. Il trend negativo che sta interessando il settore agricolo non sembra però coinvolgere l’industria agroalimentare, che – sempre secondo dati Unioncamere – registra un aumento su base annua dell’1,2%, pari a 802 aziende in più rispetto al 2012.

Read more

Viaggiatori pericolosi: le malattie infettive nel mondo

Reblogged from Scienza in Rete

Immaginiamo di trovarci in una piccola biblioteca, dove non si trovano i best seller del momento, ma le opere sempiterne che verdeggiano nei programmi scolastici. Girandoci a destra incontreremmo prima di tutto il reparto dedicato agli Antichi, dove sono narrate tra le altre cose le vicende di Atene e dei suoi Pericle. Voltandosi a sinistra invece scorgeremmo gli antri misteriosi del cosiddetto Medioevo, dalle Sacre Scritture dove si racconta di colui che guariva i lebbrosi, alle vicende ludiche e amorose dei giovinetti decantati nel Decameron.
Sbarcheremmo oltreoceano, facendo la conoscenza dei vari Herman Cortes che hanno dettato la fine e l’inizio di un popolo. Esploreremmo poi i misteri dell’Universo con Galileo Galilei, in una cascina alle porte di Firenze e per concludere non mancherebbe Alessandro Manzoni, con i suoi Promessi Sposi e il suo lieto fine risorgimentale.
La nostra storia è dipesa in maniera definitiva dalle conseguenze delle epidemie che nel corso dei secoli hanno colpito il nostro pianeta: dalla peste al vaiolo, dal colera alla tubercolosi, dal morbillo all’aviaria, passando per l’AIDS.

I numerosi passi in avanti della scienza medica hanno fatto sì che nell’ultimo secolo l’Occidente abbia legato la maggior parte di queste epidemie alla storia, mentre i dati che vengono annualmente raccolti e analizzati dall’OMS illustrano come la maggior parte di queste malattie risiedano ancora oggi nel nostro pianeta, Europa e Italia incluse. Inoltre, i dati mostrano che oggi esistono sì dei contagi che interessano quasi unicamente i paesi in via di sviluppo, come il colera, la peste, la malaria, la meningite o la polio, ma che al contempo ce ne sono altri da cui anche l’Occidente è ben lungi dall’essere incontaminato, come la tubercolosi e la lebbra. Oltre, ovviamente, all’influenza.

Read more

Missione Africa: l’economia italiana che guarda sotto il Sahara

Reblogged from datajournalism.it

Autunno 2014. Nell’agenda italiana del Ministero degli Esteri è fissato un appuntamento importante: la prima conferenza Italia-Africa. Obiettivo, rafforzare le relazioni bilaterali con i paesi subsahariani per rendere più internazionale il nostro paese in vista di Expo 2015, e soprattutto della candidatura dell’Italia per il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2017-2018. E pochi giorni fa, a inizio aprile, si è tenuto il quarto Africa-UE summit sui temi della pace, sicurezza e interessi condivisi, con priorità alle politiche che favoriscono una crescita sostenibile ed inclusiva.
Il nostro paese intende infatti rafforzare la sua presenza, oggi poco significativa, nei paesi subsahariani. Secondo un reportstilato dall’Istituto per gli studi di politica internazionale – ISPI per la Farnesina, le ragioni economiche di un crescente interesse del nostro paese verso l’Africa sono due: la possibilità per il continente africano di contribuire con la sua economia in crescita al rilancio anche dell’economia italiana, nonché l’opportunità di proporre l’Italia come partner di paesi fortemente in via di sviluppo, in modo da “indirizzarne i processi di sviluppo e di governance a livello globale […] nell’identificazione e implementazione di strategie di sviluppo sostenibili”.

Economie in crescita

I paesi dell’Africa subsahariana rappresentano un agglomerato di situazioni molto diverse fra loro e spesso non è semplice tracciare denominatori comuni, eppure alcuni di essi stanno attraversando oggi una fase di straordinaria espansione economica. Se nel periodo che va dal 1990 al 1999 il tasso di crescita medio annuo di questi paesi si aggirava intorno al 2,1%, nel decennio successivo si è arrivati a toccare il 4,7%. Come sottolineato dagli esperti nel report, l’aumento dei prezzi delle risorse naturali (come gas naturale e petrolio) ha senza dubbio svolto un ruolo importante – sebbene non vada comunque inteso come causa necessaria – nel trainare e sostenere questo tipo di sviluppo. Un esempio significativo è proprio il greggio, il cui prezzo al barile è passato dai 25$ del 1999 ai 90$ del 2012.

Dall’inizio del XXI secolo a oggi l’economia a sud del Sahara è quadruplicata in termini nominali (cioè senza considerare inflazione e potere d’acquisto), passando da 342 miliardi di dollari a 1.306 miliardi. Due paesi su 49 rappresentano – da soli – metà dell’economia subsahariana: il Sudafrica, con un PIL di 384 miliardi di dollari, e la Nigeria con uno di 263 miliardi. Un altro modo di guardare al problema è tramite i dati OECD che classificano i paesi sulla base di una combinazione del livello di reddito pro capite (il potenziale di crescita) e di performance economica (la crescita effettiva). Sebbene la situazione negli ultimi 10 anni sia molto mutata e il numero dei paesi considerati poveri sia passato da 36 del 1999 a 15 nel 2009, l’Africa subsahariana è e rimane un continente “a quattro velocità”, dove continuano a convivere paesi poveri e paesi “convergenti”.

A non essere cambiata di molto negli ultimi 10 anni è invece la composizione del Pil dei paesi subsahariani, dove a farla da padrone è ancora largamente il settore dei servizi, che rappresenta il 50% del totale.

Read more