Ecco dove le mine antiuomo continuano a uccidere

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Ci sono state 3308 persone morte a causa di una mina solo nel 2013, e uno su due era un bambino. L’80% delle vittime sono state civili, il 18% militari e il 3% di chi ha perso la vita stava cercando di rendere innocua una mina. Il 4 aprile di ogni anno si celebra l’International Day for Landmine Awareness, perché anche se oggi i morti sono circa un terzo rispetto al 1999, il problema è lungi dall’essere risolto.

I dati sull’argomento sono deficitari per definizione, ma comunque esistono delle statistiche che fotografano con buona precisione il fenomeno. Le fornisce un report intitolato Landmine monitor 2014 pubblicato dall’International Campaign to Ban Landmines – Cluster Munition Coalition, che include dati aggiornati, dove possibile, all’ottobre 2014. Un esempio concreto è il recente conflitto fra le forze governative ucraine i e separatisti russi scoppiato nei primi mesi del 2014. Qui secondo il dossier sarebbe stata documentata la presenza di mine, ma non è stato possibile entro ottobre 2014 determinare se e da chi sono state utilizzate. La stessa cosa è accaduta con gruppi armati in Afghanistan, Colombia, Libia, Myanmar, Pakistan, Siria e Yemen.

Il primo fatto da non dimenticare è che di mine attive ve ne sono ancora moltissime, sebbene esista dal 1997 una convenzione internazionale per abolire l’uso, lo stoccaggio, la produzione e il trasporto di questi ordigni e che ne favorisca la definitiva distruzione. Si tratta del Trattato di Ottawa, noto anche come Convenzione internazionale per la proibizione dell’uso, stoccaggio, produzione, vendita di mine antiuomo e relativa distruzione. Al momento però 34 stati al mondo non hanno firmato il trattato e due l’hanno firmato ma non ratificato. E non stiamo parlando di pesci piccoli: fra i non firmatari troviamo la Cina, l’India, la Corea del Nord e la Russia. E anche gli Stati Uniti, che stando però, a quanto riporta il documento, avrebbero annunciato nuove politiche nel giugno dello scorso anno per bandire una volta per tutte la produzione, l’acquisto, lo stoccaggio e soprattutto l’uso di mine, tranne nella penisola coreana.

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Attacchi ai cristiani: quanti sono davvero?

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Nel 2013 in oltre 50 paesi si sono registrati scontri, ma c’è più della fede in ballo. In testa c’è la Corea del Nord e in quattro dei paesi il cristianesimo è riconosciuto come religione di stato

Quanti sono i cristiani vittime di attacchi per il loro credo religioso? La domanda è semplice, la risposta molto meno. Tnato che non è facile  Sebbene la classifica sembri assai precisa infatti, frutto di un sistema a punti minuzioso, il dato di fatto è che il numero di cristiani che hanno subito violenze, o più in generale come viene riportato nella mappa “perseguitati” non viene fornito. E meno che meno sono illustrati come i dati vengono raccolti e come vengono dati i punti che determinano la classifica. Ragione per cui non è certo semplice valutare l’esattezza di affermazioni come quella di Papa Francesco dello scorso marzo, secondo cui nel mondo oggi ci sarebbero più martiri cristiani che nei primi secoli della Chiesa. In realtà non ci sono dati attendibili per quantificare quello che succedeva 2mila anni fa, ma oggi la mappa preparata dall’associazione Open Doors mostra che sono almeno 50 i paesi dove negli ultimi 12 mesi persone di fede cristiana hanno subito violenze di qualche tipo, nella sfera privata o in quella pubblica.

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Commercio intra-Africa, il gigante che dorme

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C’è chi lo chiama Sleeping Giant, il gigante che dorme. Stiamo parlando del commercio intra-africano, che ancora una volta racconta un continente che si muove a più velocità e che investe molto di più nel commercio con i paesi non africani che in quello interno. Un continente dove i paesi che appartengono alla maggior parte delle comunità economiche sono in realtà i più poveri, perché gli stati più ricchi come il Sudafrica commerciano per la maggior parte all’interno della propria comunità o con paesi non africani.

Secondo dati forniti dalla World Bank riferiti al 2009 solo il 12% dei commerci è avvenuto verso altri paesi africani, la percentuale più bassa del mondo. La situazione non è però omogenea e anche su questo fronte, come su altri aspetti raccontati nelle puntate precedenti, il continente africano dimostra di non dialogare, o se non altro dialogare molto poco con se stesso.

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BRIC e Turchia: le economie emergenti toccano l’Africa

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Perché l’Africa dovrebbe scegliere proprio noi come partner privilegiato? Ci eravamo lasciati con questa domanda, nelloscorso articolo, dopo aver scoperto le crescenti rotte commerciali tra l’Italia e i paesi dell’Africa Subsahariana nonché gli investimenti italiani in quelle zone. Una prima risposta, che veniva dagli stessi esperti che hanno curato il dossier, faceva riferimento alla qualità del Made in Italy come una delle strade maestre per raggiungere l’obiettivo. Tuttavia la domanda non può essere elusa rimanendo chiusi nel nostro bozzolo italiano. Lo scenario entro cui i rapporti tra il nostro paese e l’Africa si collocano è uno scenario globale, e i suoi protagonisti cambiano.

Secondo dati del Fondo Monetario Internazionale riportati in un dossier ISPI, negli ultimi vent’anni la quota dei Paesi cosiddetti BRIC – Brasile, Russia, India e Cina – nel commercio dell’Africa Subsahariana è passata da circa il 3% del 1990 al 20% del mercato nel 2012. La presenza dei BRIC – termine coniato nel 2001 da Goldman Sachs per definire le nazioni che secondo le loro stime avrebbero dominato la scena economica mondiale nei 50 anni a venire – rappresenta dunque uno dei parametri più interessanti da considerare per comprendere un po’ di più quali sono i giocatori di questa partita a sud del Sahara. Insieme a un quinto attore, non meno emergente: la Turchia, il cui valore degli scambi commerciali è passato negli ultimi 10 anni da 2 a 17 miliardi di dollari.

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