Un’agricoltura non sostenibile mette a rischio il futuro del pianeta

Reblogged from Rivista Micron

Sia per ridurre l’inquinamento dell’aria che per abbassare i livelli di emissioni di gas serra, e quindi sul fronte del riscaldamento globale, è cruciale ripensare l’industria dell’agricoltura. Lo ribadisce ancora una volta l’ultimo rapporto annuale dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, pubblicato il 6 ottobre scorso e che riporta i dati aggiornati al 2015 (qualche giorno con “Il mal d’aria che continua a colpire l’Europa” abbiamo esaminato la situazione relativa alle emissioni di particolato).
Un’agricoltura non sostenibile, intensiva, mette infatti il nostro pianeta e le nostre vite al centro di una doppia morsa: da un lato contribuendo all’inquinamento dell’aria attraverso l’emissione di ammoniaca (NH3), particolati (PM), solfati (SOx), ossidi di azoto (NOx); dall’altro con l’emissione di gas serra come metano (NH4), ossidi di diazoto (N2O) e in misura minore anidride carbonica. Una morsa che va stringendosi, dal momento che queste sostanze si influenzano negativamente a vicenda. Il metano, insieme agli inquinanti ossidi di azoto e composti organici volanti contribuiscono infatti alla formazione del temutissimo ozono troposferico (O3), e l’ammoniaca gioca un ruolo nella formazione del PM secondario.
Secondo quanto riporta l’EEA, dal 2000 a oggi le emissioni ammoniaca dall’agricoltura sono diminuite del 7%, quelle di PM10 del 19%, quelle di benzoapirene (BaP) del 18%, mentre abbiamo assistito a un aumento del 6% delle emissioni di composti organici volanti (NMVOC). Sul fronte dei gas serra la diminuzione negli ultimi 15 anni, le emissioni di metano e ossido di diazoto è stata rispettivamente del 7 e del 5%.

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Serres presenta i suoi frutti

Reblogged from Scienza in Rete

Un altro pezzo del progetto AGER per la ricerca scientifica in campo agroalimentare, promosso da 13 Fondazioni che hanno messo a disposizione complessivamente quasi 30 milioni di euro, presenta i suoi frutti.
Si tratta di SERRES, un progetto tutto italiano nell’ambito della viticoltura, che ha avuto come obiettivo la selezione di nuovi portainnesti della vite, cioè sostanzialmente nuove viti che forniranno apparati radicali, resistenti ai cosiddetti stress abiotici, cioè stress idrico, salino e da calcare, mediante lo sviluppo e la validazione di marcatori fisiologici e molecolari. “Un lavoro lunghissimo che ha visto un finanziamento di 3,2 milioni di euro e la collaborazione di molti ricercatori provenienti da varie realtà italiane, tra cui l’Università di Milano, capofila, e che ha portato oltre che all’individuazione dei marcatori, anche all’iscrizione di quattro portainnesti nel registro nazionale delle varietà di vite. Un progetto che oggi 3 dicembre presenterà i risultati di tre anni di ricerca durante un convegno conclusivo che si terrà a Mogliano Veneto.” A parlare è Luca Espen, professore associato di chimica agraria presso l’Università di Milano, uno dei ricercatori coinvolti in SERRES.

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Agricoltura biologica sempre più forte, soprattutto al Sud

Reblogged from WIRED ITALIA

Il boom del bio non si arresta, Sicilia in primis, e con chi produce aumenta anche chi acquista. Crescono moltissimo però anche le importazioni, e ci piacciono le patate egiziane e i fagioli cinesi

Che l’agricoltura biologica sia letteralmente un fiore all’occhiello della nostra economia è accertato da tempo. Solo nel 2013 si è registrato un aumento del 5,4% degli operatori del settore rispetto al 2012 e un 12,8%  in più di terreno adibito a coltivazioni bio, per un totale di 1.317.177 ettari complessivi lungo tutto lo stivale,grosso modo come Abruzzo e Molise messi insieme.

A trainare questa esplosione la Sicilia, dove si registra un incremento del 25% degli operatori che operano nel settore rispetto all’anno precedente.

Anche limitandoci all’agroalimentare, nessun’altro settore ha registrato negli ultimi anni incrementi simili. Cresce chi il biologico lo produce, ma anche chi lo acquista, italiano o no che sia. Al contempo infatti sono aumentate sensibilmente anche leimportazioni, il 12% in più rispetto al 2012.
Questi i dati forniti dal recentissimo dossier Bio in cifre 2014prodotto da SINAB – Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica su rilevamenti del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (MiPAAF), che confermano anche per quest’anno i dati relativi all’anno precedente. (Wired ne aveva parlato qui, in un articolo a firma di Marco Boscolo).

Boom siciliano, ma il sud non cresce. Per la Sicilia nel 2013 è proprio il caso di parlare di esplosione bio. Un aumento degli operatori del 25% in un solo anno, un incremento più che significativo se consideriamo che la media italiana si attesta intorno al 2,8% e che la seconda regione come tasso di crescita nel settore, le Marche, si ferma al +7,7%. A ben vedere però il sud non se la cava molto bene. La media risulta infatti pesantemente influenzata dal +25% siciliano: se non consideriamo la Sicilia, la media delle altre regioni del sud mostra addirittura una flessione negativa rispetto al 2012 ( -0,35%), e la media italiana si ferma a +1,6%.

È invece il nord a registrare gli incrementi più alti, in particolare il nord est (ivi compresa l’Emilia Romagna), mentre il centro rimane – anche se di poco – sotto la media.

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Agricoltura e gas serra nonostante Kyoto

Reblogged from Scienza in Rete

Nuova allerta delle Nazioni Unite su effetto serra e global warming, questa volta contenuto in una bozzadi 127 pagine che sintetizza l’ultimo rapporto del pannello intergovernativo dell’Onu (Ipcc) che a ottobre verrà presentato alla Conferenza sul Clima di Copenaghen.
Ancora una volta al centro del mirino le alte concentrazioni di gas serra – CO2, CH4 e N2O, ma anche i più pericolosi alocarburi – prodotti dall’antropizzazione del pianeta Terra e che il Protocollo di Kyoto ha più volte intimato di abbassare dell’8% rispetto al 1990. Perchè se i gas serra, esclusi gli alocarburi, sono prodotti dalla stessa natura, l’eccessiva presenza di questi gas in atmosfera, dovuta all’azione umana, porta con sé un lento ma progressivo riscaldamento globale. E un’impronta tutt’altro che secondaria è quella del settore agricolo e alimentare.
Se andiamo a indagare questo campo scopriamo che nonostante i moniti di Kyoto, il settore continua a produrre enormi quantità di CO2 equivalente, e in molti paesi come la Cina e l’India, quantità assai più elevate rispetto al 1990.

Esaminando i dati Faostat sui Big 10, cioè gli stati più popolosi del mondo scopriamo che solo in Argentina e Francia il settore agricolo emette oggi meno quantità di CO2 equivalente rispetto al 1990, mentre se consideriamo gli stati europei le cose paiono andare molto meglio.
Nel caso della Russia invece, oggi il terzo paese più popolato al mondo, il confronto con il 1990 è più complesso e meno veritiero, alla luce dei mutamenti geopolitici dovuti alla caduta della cortina di ferro.

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