Quanto costa all’Africa l’inquinamento dell’aria? Più vite della malnutrizione

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Se nel secolo scorso una delle piaghe più grandi del Continente africano, che causava la morte prematura di civili era la malnutrizione, oggi questa piaga si chiama inquinamento atmosferico. L’inquinamento dell’aria uccide oggi in Africa più dell’acqua contaminata e più della malnutrizione, secondo quanto riporta un working paper pubblicato in questi giorni dall’OCSE dal titolo – appunto – The cost of air pollution in Africa. 712mila vite perse e 364 miliardi di costo economico, che potrebbe trasformarsi, secondo gli autori, in una vera e propria crisi sanitaria e climatica non dissimile alla situazione drammatica di Cina e India. Secondo le stime, sarebbero invece 542mila le morti premature attribuibili all’acqua contaminata, 275mila quelle legate alla malnutrizione e 391mila quelle dovute a condizioni igienic-sanitarie precarie.
Una mortalità figlia del progresso, potremmo dire, di un progresso che non tiene conto del proprio impatto sulla salute pubblica, dal momento che i paesi dove si muore di più sono quelli al momento maggiormente in crescita, a livello economico.

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Nuovo rapporto OMS: inquinamento oltre i limiti per nove persone su dieci

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Qualche giorno fa l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato gli ultimi dati sull’inquinamento dell’aria, aggiornati a dicembre 2015, e ancora una volta l’allarme è netto: meno di una persona su 10 nel mondo respira un’aria che rispetta le più recenti linee guida in materia di inquinamento da PM10 e PM2.5.

Una situazione che porta con sé conseguenze importanti per la salute della popolazione: oltre 3 milioni di morti nel 2012 dovute a malattie croniche riconducibili all’inquinamento ambientale e se si considera anche l’inquinamento “indoor” cioè quello domestico, il numero di morti annue sale a 6.5 milioni. Un dato quest’ultimo che apparentemente può sembrare “confortante”, dal momento che qualche mese fa sempre l’OMS parlava di 7 milioni di morti annue, ma – precisa l’OMS – la differenza è dovuta solamente a una migliore quantificazione proposta in quest’ultimo rapporto, che per la prima volta raccoglie i dati paese per paese. Niente a che vedere dunque con un miglioramento della qualità dell’aria.

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Seabin, il cestino della spazzatura che ripulisce gli oceani (goccia a goccia)

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È la goccia che scava la pietra, si sa. Ed è proprio questa l’idea alla base di Seabin Project, un progetto che si è posto l’ambizioso obiettivo di ripulire gli oceani di tutto il mondo goccia a goccia, con lentezza e costanza. È stato pensato e costruito da due surfisti australiani, Pete Ceglinski e Andrew Turton.

«Ma come si possono ripulire i nostri oceani un porto dopo l’altro?» Ecco la domanda da cui sono partiti gli ideatori del progetto Seabin: affrontare il problema dell’inquinamento in un ambiente controllato, come appunto i porti turistici. All’interno di questi luoghi, infatti, non ci sono le grandi onde dell’oceano né tempeste o pesanti rovesci ma, al tempo stesso, il vento e le correnti sono costantemente in movimento e i detritigalleggianti, presenti nei nostri oceani, vi arrivano facilmente. Ed è per questo che Seabin è pensato anzitutto per i gestori di porti e yacht club.

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Allarme clima, troppi i paesi che emettono più gas serra del 1990

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Barack Obama ha lanciato la sua campagna sul clima, ma a poche settimane dalla Cop 21, la conferenza sul clima prevista per il 7-8 dicembre a Parigi, ci sono ancora molti paesi che oggi emettono più gas serra rispetto a 25 anni fa.

Non a caso l’obiettivo della Conferenza di Parigi è ancora una volta concludere un accordo vincolante e universale sul Clima che sia accettato da tutti i paesi, per attuare, fra le altre cose una completa messa al bando dei famosi CFC (clorofluorocarburi), responsabili dell’allargamento del buco dell’ozono, entro il 2030 e ridurre le emissioni di alcuni gas serra, al di sotto delle soglie rilevate nel 1990.
A oltre 20 anni di distanza, quello che è stato fatto non basta. Molti paesi hanno ridotto anche fortemente le emissioni, ma non tutti i paesi l’hanno fatto, nonostante i dettami del Protocollo di Kyoto. Entrato in vigore nel 2005, il protocollo prevedeva la riduzione del biossido di carbonio e di altri cinque gas serra, (metano,ossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo) in una misura non inferiore all’8,65% rispetto alle emissioni registrate nel 1985 entro il 2015.

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