A Roma il primo bancomat per i bitcoin

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Ricorda la sigla stampata sul deposito di Zio Paperone e invece è una valuta vera, con cui ci si può potenzialmente comprare un’auto.

È il bitcoin, la famosa moneta elettronica creata nel 2009, la prima criptovaluta mai implementata e che ad oggi vanta circa 30 «tentativi d’imitazione».

La notizia testimonia di come questo universo di criptovalute sia in realtà molto più vicino a noi di quanto pensiamo. Per la prima volta infatti è attivo in Italia uno sportello bancomat bitcoin vero e proprio, tramite cui è possibile fare operazioni e transizioni. L’occasione è stata la quarta edizione del “No Cash Day” il 26 giugno scorso e la sede è Roma,  presso Luiss Enlabs – La Fabbrica delle Startup. Come si apprende dal sito coinmap.org, nel nostro paese sono già molte attività lungo tutta la penisola che accettano questa valuta elettronica, ma finora non era stato istallato alcun bancomat apposito per questo tipo di transazioni. Il Robocoin Kiosk è infatti l’unico Atm Bitcoin, che permette di acquistare automaticamente la moneta virtuale.

Probabilmente a prima vista l’idea di una criptovaluta sembra un concetto fumoso, forse fantascientifico, e comprenderne le dinamiche è realmente una questione complessa, ma in realtà il concetto di base è molto semplice. L’idea è quella di costruire una rete via web per le transizioni economiche che non sia gestita da un’autorità terza, governativa o meno che sia. A verificare le transazioni sono alcuni individui detti miner, che vengono poi ricompensati in bitcoin per questo loro servizio.

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Salute, in Italia si paga sempre più di tasca propria

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In Italia cresce il numero di chi paga di tasca propria le visite specialistiche e nel 2013 un terzo di questi pazienti ha sborsato in media più di 200 euro. Ma si fanno sentire le differenze regionali a partire dal Lazio.

“La salute è il primo dovere della vita” scriveva Oscar Wilde e pare che quanto a visite specialistiche e accertamenti diagnostici gli italiani ci mettano parecchio delle proprie tasche. Dall’ultimo rapporto Istat infatti, emerge che il 43% degli italiani che nel 2013 si è sottoposto a visita specialistica ha pagato interamente la tariffa, e un terzo di questi ha speso di tasca propria o eventualmente con rimborso oltre 200 euro. Un tasso inferiore rispetto al 2005, dove ha pagato interamente quasi il 50% dei pazienti. Per quanto riguarda invece gli accertamenti diagnostici, cioè gli esami strumentali di approfondimento, più esoneri rispetto al 2005, ma sono un quarto gli italiani che nei dodici mesi precedenti l’intervista hanno pagato interamente la quota, e il 30% di essi sborsando la cifra massima.

 

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Commercio intra-Africa, il gigante che dorme

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C’è chi lo chiama Sleeping Giant, il gigante che dorme. Stiamo parlando del commercio intra-africano, che ancora una volta racconta un continente che si muove a più velocità e che investe molto di più nel commercio con i paesi non africani che in quello interno. Un continente dove i paesi che appartengono alla maggior parte delle comunità economiche sono in realtà i più poveri, perché gli stati più ricchi come il Sudafrica commerciano per la maggior parte all’interno della propria comunità o con paesi non africani.

Secondo dati forniti dalla World Bank riferiti al 2009 solo il 12% dei commerci è avvenuto verso altri paesi africani, la percentuale più bassa del mondo. La situazione non è però omogenea e anche su questo fronte, come su altri aspetti raccontati nelle puntate precedenti, il continente africano dimostra di non dialogare, o se non altro dialogare molto poco con se stesso.

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L’agricoltura italiana è in rosso, ma l’industria alimentare cresce

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Il report Unioncamere conferma il trend negativo degli ultimi anni, ma mostra anche un ritorno alla terra di impiegati. Più colpito il Nord Est mentre accelera il Centro-Sud.

I dati parlano chiaro: l’agroalimentare italiano sta vivendo un periodo tutt’altro che florido, ma – è proprio il caso di dirlo – non si può fare di tutta l’erba un fascio. In particolare è necessario distinguere tra settore agricolo, in crisi, e industria alimentare, in leggera crescita. Anche l’ultimo trimestre del 2013 ha confermato infatti un trend globale negativo, con circa il 4% di aziende agricole in meno rispetto allo stesso periodo del 2012, tuttavia parlare di settore agroalimentare come un monolite può essere fuorviante. Secondo il dossier appena pubblicato da Unioncamere su dati AgrOsserva in collaborazione con Ismea, è infatti l’agricoltura italiana a vederci più nero, con 5.882 imprese agricole in meno solo negli ultimi tre mesi del 2013, che corrispondono a un 10% in meno rispetto allo stesso periodo nel 2009. Il trend negativo che sta interessando il settore agricolo non sembra però coinvolgere l’industria agroalimentare, che – sempre secondo dati Unioncamere – registra un aumento su base annua dell’1,2%, pari a 802 aziende in più rispetto al 2012.

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