Cancro al fegato. Lo screening passa per il sangue

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Secondo i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il cancro al fegato, o carcinoma epatocellulare, solo nel 2012 ha mietuto più di 700mila vittime nel mondo, il 90% di tutti i casi diagnosticati. Mentre rappresenta il quinto tumore per diffusione, in realtà è tra i più aggressivi quanto a mortalità, perché quasi sempre silente nel suo decorso e quindi spesso diagnosticato già in fase avanzata. A differenza di altri tumori come il cancro del seno o della cervice uterina, il tumore del fegato è ancora lontano da strategie di screening di massa nella popolazione finalizzate alla diagnosi precoce. Attualmente esse vengono garantite solo per una ristretta cerchia di pazienti a rischio, i cirrotici, mediante sorveglianza periodica con ecografia del fegato, dato che non si dispone ad oggi di facili e sensibili test di screening nel sangue. Un possibile passo in questa direzione per lo screening di popolazione viene però da Singapore.
Recentemente infatti è stato presentato all’International Liver Congress di Londra da parte di un gruppo di ricercatori dell’Institute of Molecular and Cell Biology, uno studio in cui si dimostra la possibilità di “leggere” nei globuli bianchi circolanti la traccia genetica del cancro del fegato mediante tecniche di biologia molecolare, tecnica che potrebbe essere usata per lo screening di popolazione finalizzata alla diagnosi precoce.

“In realtà lo studio dimostra che è possibile diagnosticare questo tumore in determinati pazienti attraverso un’analisi molecolare del sangue, che validato nella popolazione generale, potrebbe favorire la messa a punto dei sistemi di screening di facile applicazione nella comunità sostituendo l’ecografia come test di screening nei pazienti convocati in ambulatorio” precisa Massimo Colombo, docente di Gastroenterologia presso l’Università di Milano.

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Mostra a Roma per Pier Paolo Pasolini

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Parlando di Anna Magnani, Mamma Roma, scrisse: “sotto le ciocche disordinatamente assolute, risuona nelle disperate panoramiche, e nelle sue occhiaie vive e mute si addensa il senso della tragedia.”

Roma è stata per Pasolini una fonte insopprimibile di ispirazione politica e intellettuale e proprio Roma oggi lo celebra, a quasi quarant’anni dalla sua morte, con una retrospettiva fino al 20 luglio presso il Palazzo delle Esposizioni, per raccontare i suoi 25 anni romani.

Non è certo semplice scegliere una modalità narrativa quando ci si trova a dover raccontare una personalità come Pasolini, migrato trasversalmente dalla poesia al romanzo, al cinema, al giornalismo. Lo sapeva bene Gianni Borgna, intellettuale romano curatore della retrospettiva, scomparso lo scorso febbraio, che ha scelto insieme aJordi Ballò e Alain Bergala non uno ma più canali narrativi per abbracciare la poetica e il pensiero di Pasolini.

La mostra, se dunque di mostra si può parlare, è organizzata su più piani ma cronologicamente in sei tappe, che rappresentano grosso modo i periodi della vita di Pasolini a partire dal suo arrivo a Roma nel 1950. Gli incontri, le discussioni, le arrabbiature, quelle che alimenteranno a partire dal 1973 gli Scritti Corsari. L’amicizia con grandi donne come Oriana Fallaci e Miriam Mafai.

Si comincia con una serie di incontri lungo tutto il mese di maggio, per raccontare le contaminazioni dell’opera Pasoliniana, dai cori greci di Medea all’India, da cui è scaturito nel 1961 L’odore dell’India, il diario del viaggio che Pasolini fece insieme a Alberto Moravia ed Elsa Morante.

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