Batteri su Marte

OggiScienza

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FUTURO – No, non è il titolo di un film di Corrado Guzzanti, ma un progetto internazionale dell’ESA a cui partecipa anche un gruppo italiano, con l’obiettivo di studiare il comportamento di batteri estremofili in un ambiente extraplanetario come quello marziano e lunare.

É partito la notte del 23 luglio dal cosmodromo di Baikonur con destinazione IIS, il cargo Progress 56 con a bordo due esperimenti italiani selezionati dall’Agenzia Spaziale Europea e finanziati dall’Agenzia Spaziale Italiana per testare la tenacia di estremofili – microrganismi che sopravvivono e proliferano in condizioni ambientali proibitive per gli esseri umani – al fine di provare la resistenza di questi microrganismi su un ambiente ostile come Marte. Capire insomma se e come potrebbero sopravvivere.

A essere scelti come “cavie” sono i cianobatteri, microrganismi che ricavano energia dalla luce attraverso la fotosintesi, che sono stati spediti all’interno di uno speciale contenitore chiamato Expose-R2, prodotto…

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Con Atrogin-1 il cuore è più pulito

OggiScienza

Leonardo_da_vinci,_Heart_and_its_Blood_VesselsSCOPERTE – Anche il cuore ha i propri netturbini e uno di questi si chiama  Atrogin–1, una proteina che permette  di eliminare le sostanze tossiche nelle cellule cardiache, aiutando a ridurre il rischio di patologie cardiovascolari. In particolare, si è scoperto che la carenza di questa proteina in modelli animali è fortemente correlata con una precisa malattia del cuore, la cardiomiopatia ipertrofica di tipo restrittivo, cioè un ispessimento delle pareti cardiache. La scoperta è stata annunciata da un team di ricercatori dell’Università di Padova, che da tre anni a questa parte sta studiando proprio questa proteina su modelli animali, ed è stata pubblicata sul Journal of Clinical Investigation. Ne abbiamo parlato con Tania Zaglia del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’ateneo patavino e primo autore dello studio. 

“Era da tempo che avevamo cominciato a studiare Atrogin-1 – spiega la Zaglia – grazie alla collaborazione tra i laboratori di Marco Mongillo…

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Un “GPS” per ricostruire il nostro albero genealogico

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“Ho trovato compagni trovando me stesso” scriveva Cesare Pavese nella poesia Antenati.

Probabilmente Pavese non avrebbe pensato che questo suo verso così evocativo potesse ottant’anni dopo rivelarsi così calzante per introdurre una nuova frontiera in campo scientifico.

Oggi invece nuovi risultati sembrano dimostrare che proprio guardando in quello che forse è l’antro più intimo e caratterizzante di noi stessi, cioè il nostro profilo genetico, l’uomo potrebbe riuscire a trovare le sue origini fino a oltre 1000 anni fa e in questo modo rintracciare i suoi compagni “biologici”.

La ricerca di un metodo che utilizzi informazioni biologiche per prevedere il luogo di origine di un essere umano ha occupato gli scienziati per secoli. In particolare dopo la scoperta del DNA, numerosi ricercatori hanno continuato a studiare il problema attraverso l’analisi dei dati genetici, anche se con scarso successo.

Oggi però uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Communication, sembra aprire la strada a nuove possibilità, grazie a un test in grado di analizzare il DNA degli individui di una popolazione e confrontarlo con le aree geografiche in cui questo popolo ha vissuto, fino a raggiungere, nella migliore delle ipotesi, addirittura il villaggio originario di provenienza.

Secondo lo studio la percentuale di successo si attesterebbe intorno all’80%, con picchi maggiori nel caso delle popolazioni del Sud Est Asiatico.

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Le impronte della selezione naturale

OggiScienza

681px-Complex_pedigree_networkRICERCA – “Ove tende questo vagar mio breve?” chiedeva pensoso alla Luna Giacomo Leopardi. Duecento anni dopo la scienza pare aver trovato una nuova possibile chiave di risposta grazie allo studio del nostro DNA. Secondo un team di ricercatori italiani infatti la selezione naturale lungo il suo cammino ha lasciato delle impronte nel nostro codice genetico, che ci possono aiutare a capire non solo l’evoluzione storica della nostra specie, ma anche il suo possibile destino evolutivo. 

Lo studio, pubblicato di recente su Plos Genetics, e nato dalla collaborazione tra l’Istituto Eugenio Medea, Fondazione Don Gnocchi, l’Università degli Studi di Milano e l’Università di Milano-Bicocca, ha analizzato le variazioni di alcune serie di proteine che hanno giocato un ruolo nel definirsi delle nostre risposte immunitarie, scoprendo che effettivamente le proteine che attivano le risposte immunitarie non solo sono state sottoposte nei millenni a pressione collettiva, data dalla costante lotta tra…

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