Missione Africa: l’economia italiana che guarda sotto il Sahara

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Autunno 2014. Nell’agenda italiana del Ministero degli Esteri è fissato un appuntamento importante: la prima conferenza Italia-Africa. Obiettivo, rafforzare le relazioni bilaterali con i paesi subsahariani per rendere più internazionale il nostro paese in vista di Expo 2015, e soprattutto della candidatura dell’Italia per il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2017-2018. E pochi giorni fa, a inizio aprile, si è tenuto il quarto Africa-UE summit sui temi della pace, sicurezza e interessi condivisi, con priorità alle politiche che favoriscono una crescita sostenibile ed inclusiva.
Il nostro paese intende infatti rafforzare la sua presenza, oggi poco significativa, nei paesi subsahariani. Secondo un reportstilato dall’Istituto per gli studi di politica internazionale – ISPI per la Farnesina, le ragioni economiche di un crescente interesse del nostro paese verso l’Africa sono due: la possibilità per il continente africano di contribuire con la sua economia in crescita al rilancio anche dell’economia italiana, nonché l’opportunità di proporre l’Italia come partner di paesi fortemente in via di sviluppo, in modo da “indirizzarne i processi di sviluppo e di governance a livello globale […] nell’identificazione e implementazione di strategie di sviluppo sostenibili”.

Economie in crescita

I paesi dell’Africa subsahariana rappresentano un agglomerato di situazioni molto diverse fra loro e spesso non è semplice tracciare denominatori comuni, eppure alcuni di essi stanno attraversando oggi una fase di straordinaria espansione economica. Se nel periodo che va dal 1990 al 1999 il tasso di crescita medio annuo di questi paesi si aggirava intorno al 2,1%, nel decennio successivo si è arrivati a toccare il 4,7%. Come sottolineato dagli esperti nel report, l’aumento dei prezzi delle risorse naturali (come gas naturale e petrolio) ha senza dubbio svolto un ruolo importante – sebbene non vada comunque inteso come causa necessaria – nel trainare e sostenere questo tipo di sviluppo. Un esempio significativo è proprio il greggio, il cui prezzo al barile è passato dai 25$ del 1999 ai 90$ del 2012.

Dall’inizio del XXI secolo a oggi l’economia a sud del Sahara è quadruplicata in termini nominali (cioè senza considerare inflazione e potere d’acquisto), passando da 342 miliardi di dollari a 1.306 miliardi. Due paesi su 49 rappresentano – da soli – metà dell’economia subsahariana: il Sudafrica, con un PIL di 384 miliardi di dollari, e la Nigeria con uno di 263 miliardi. Un altro modo di guardare al problema è tramite i dati OECD che classificano i paesi sulla base di una combinazione del livello di reddito pro capite (il potenziale di crescita) e di performance economica (la crescita effettiva). Sebbene la situazione negli ultimi 10 anni sia molto mutata e il numero dei paesi considerati poveri sia passato da 36 del 1999 a 15 nel 2009, l’Africa subsahariana è e rimane un continente “a quattro velocità”, dove continuano a convivere paesi poveri e paesi “convergenti”.

A non essere cambiata di molto negli ultimi 10 anni è invece la composizione del Pil dei paesi subsahariani, dove a farla da padrone è ancora largamente il settore dei servizi, che rappresenta il 50% del totale.

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Erc Grants: una fotografia dell’Italia negli ultimi 5 anni

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Il 14 gennaio scorso il Consiglio europeo della ricerca (Erc) ha assegnato 575 milioni di euro nell’ambito del primo concorso Erc Consolidator Grants: 312 borse di studio per progetti di ricerca d’eccellenza, per un finanziamento medio pari a circa 1,84 milioni di euro ognuna.

La notizia è rimbalzata sulle pagine di molti giornali per gli importanti successi italiani, 46 borse su 312, che fanno del nostro paese il secondo classificato dopo la Germania.
Come fa notare però Marco Cattaneo, la cospicua presenza di ricercatori fra i vincitori dei Consolidator Grants non è necessariamente sinonimo di ricerca made in Italy: anche se i grants italiani sono 46, in Italia ne arriveranno solo 20, mentre gli altri finanziamenti andranno agli istituti stranieri in cui i nostri ricercatori lavorano. Sembra dunque che il parametro più significativo da interrogare non sia tanto la nazionalità dei vincitori dei finanziamenti, quanto piuttosto quella degli istituti ospitanti. In questo senso pare interessante fotografare più in generale la posizione del nostro paese  in termini di finanziamenti da parte dell’Erc nell’ultimo quinquennio (2009-2013).

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L’Italia alle Olimpiadi invernali: piccola storymap

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Il 2014 è nuo­va­mente l’anno delle olim­piadi inver­nali che que­sta volta si svol­ge­ranno a Soči (Russia) dal 6 al 23 feb­braio. Nell’ultima edi­zione, a Vancouver nel 2010, l’Italia non ha bril­lato quanto a meda­glie otte­nute, clas­si­fi­can­dosi in 16ma posi­zione con sole 5 meda­glie tota­liz­zate. Ma qual è stata la car­riera del Bel Paese nella sto­ria delle Olimpiadi inver­nali? Quante donne e quanti uomini si sono distinti dal 1924 a oggi? E in che disci­pline siamo i più forti?

Lo rac­conta que­sta breve mappa, rea­liz­zata  da Giulia Annovi e Cristina Da Rold con StoryMapJS, un nuovo soft­ware messo a punto dal Knight Lab della Northwestern University.

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