Il mal d’aria che continua a colpire l’Europa

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Nel 2014-2015 è come se fosse sparita dall’Europa tutta Bologna, periferie comprese, solo per le polveri sottili. Sono oltre 400 mila infatti gli europei morti prematuramente nel 2015 a causa di emissioni di particolati, dovute al trasporto su strada, all’agricoltura, alle centrali elettriche, all’industria e ai nuclei domestici. Gli impatti stimati sulla popolazione dell’esposizione a concentrazioni di NO2 e O3 in 41 paesi europei nel 2014 sono stati invece rispettivamente di 78 mila e 14 mila morti premature all’anno.
Questo emerge dall’ultimo rapporto annuale dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, pubblicato il 6 ottobre scorso, che ha esaminato i dati di oltre 2500 stazioni di monitoraggio in tutta Europa nel 2015.
A questi dati dobbiamo aggiungere anche quelli provenienti da altre fonti di inquinamento che vanno ad aggravare la situazione. Basti pensare alla notizia resa nota qualche settimana fa da uno studio condotto da Orb Media, un organizzazione non profit di Washington sul The Guardian, avrebbe rinvenuto nell’83% delle acque correnti di tutto il mondo fibre di plastica microscopiche che renderebbero l’acqua contaminata.

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Morbillo: Italia quinta nel mondo per numero di casi

OggiScienza

ATTUALITÀ – Senza dubbio non siamo davanti a un’epidemia di morbillo mai vista. Come sottolineavamo qualche mese fa commentando i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, l’aumento del numero di casi è ciclico: i picchi dei primi mesi del 2017 si erano registrati anche nel 2014.

Eppure non possiamo rimanere indifferenti davanti ai dati pubblicati dall’OMS circa l’incidenza del morbillo nel mondo nel 2017, che mostrano che il nostro Paese è quinto per numero di casi clinicamente confermati: oltre 4204 casi confermati secondo i conteggi OMS (precisamente 4575 casi segnalati dall’inizio dell’anno di cui 4 morti, riporta il bollettino di Epicentro aggiornato al 24 settembre). Peggio di noi solo India, Nigeria, Pakistan e Cina, e consideriamo che l’Italia ha una popolazione molto minore rispetto a questi Paesi.

L’età mediana alla diagnosi nel nostro paese è di 27 anni, ma l’incidenza maggiore si è verificata nei bambini sotto l’anno di età, e solo…

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Che aria si respira in metropolitana?

Reblogged from Rivista Micron

Il numero dei pendolari in metropolitana è aumentato in modo continuo negli ultimi anni. In una città come Shanghai per esempio, che possiede uno dei più grandi sistemi di traffico metropolitano urbano del mondo, la quota giornaliera è stata di 9 milioni di passeggeri nel 2015 con un record di circa 11,3 milioni l’11 marzo 2017. Anche se i pendolari spendono solamente 30-40 minuti in media in metropolitana, le sostanze emesse dai vari componenti interni e gli inquinanti atmosferici trasportati dall’aria di approvvigionamento della ventilazione possono agire in maniera rilevante sulla nostra salute respiratoria. E considerando che le concentrazioni di inquinanti sono molto elevate nelle aree sotterranee della metropolitana, si tratta di un problema di salute pubblica da non sottovalutare.
A fare il punto è una review pubblicata di recente sulla rivista Environment International, che ha esaminato oltre 160 studi condotti in oltre 20 Paesi del mondo fra Asia, America ed Europa – fra cui alcuni riguardanti le metropolitane italiane, Milano in primis – individuando non solo pericolose concentrazioni dei tanto temuti particolati, ma anche di idrocarburi aromatici, gruppi carbonilici, funghi e batteri.

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I migranti? Non portano malattie, ma sono traumatizzati. Il problema è la salute mentale

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Sono oltre 500 mila le persone sbarcate sulle coste italiane negli ultimi anni: 170 mila nel 2014, 154 mila nel 2015 e 170 mila circa nel 2016. Una cifra che corrisponde, grosso modo, agli abitanti di una città come Genova, anche se per una grossa fetta di coloro che arrivano nel nostro Paese l’Italia è solo un paese di passaggio.

C’è chi ha parlato addirittura di “sesto continente” riferendosi ai movimenti migratori, volontari e non, che interessano l’intero pianeta; anche se nel caso italiano più che a un sesto continente siamo di fronte alla Terra dei fraintendimenti. Il più grave, quello per cui la vulnerabilità sanitaria dei migranti viene interpretata come un problema che può mettere a repentaglio la salute degli autoctoni.

“Il vero problema che dobbiamo affrontare oggi riguardo alla salute di chi sbarca sulle nostre coste non è rappresentato dalle gravi malattie infettive e diffusive, la cui incidenza è assai contenuta per il fenomeno del “migrante sano” ormai ampiamente dimostrato dai dati, ma dal disagio psicologico di queste persone” spiega all’Espresso Giovanni Baglio, epidemiologo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM).

“Dal punto di vista della salute mentale, l’effetto migrante sano tende a esaurirsi rapidamente, già prima dell’arrivo, a seguito delle condizioni spesso estreme in cui il percorso migratorio si compie: coloro che arrivano, donne, uomini e bambini, sono estremamente vulnerabili e manifestano forme reattive quali depressione, disturbi di adattamento, disordini post-traumatici da stress, stati d’ansia”.

Non si tratta di nascondersi dietro a un dito, di spostare l’attenzione da un problema a uno pseudoproblema, come sottolinea nientemeno che il prestigioso Karolinska Insitutet svedese sulle pagine dell’altrettanto prestigiosa rivista Nature , dove gli esperti hanno affermato senza mezzi termini che “I paesi ospitanti devono affrontare i livelli elevati di disordini della salute mentale nei migranti, nell’ottica di far sì che essi si integrino il meglio possibile”.

Mentre nel nostro paese si fa politica intorno alle millantate conseguenze epidemiologiche dell’accoglienza, il focus sulla salute mentale è entrato oramai a pieno titolo nelle agende internazionali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità per esempio ha dedicato la giornata mondiale della salute 2017 proprio alla salute mentale, anche in relazione al fenomeno delle migrazioni. Tuttavia, una primo passo l’abbiamo fatto anche in Italia: il 3 aprile scorso sono state pubblicate in Gazzetta Ufficiale  le Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale

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