Sostenibilità è avere spazio, per tutti

In questi giorni ho visto questo splendido documentario che si intitola Nuovo Cinema Paralitico, titolo che strappa inevitabilmente un sorriso. “Il progresso! Sempre tardi arriva“, dice Alfredo in Nuovo Cinema Paradiso, stupendo film di Giuseppe Tornatore, uscito nel 1988, che è anche l’anno in cui sono nata io.

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L’autore di questo docu-film a puntate, insieme a Davide Ferrario, è Franco Arminio, un…poeta, paesologo, filosofo, uomo saggio, a mio avviso. Uno che ha scritto poesie per sé, condividendole per anni su internet (me lo ricordo bene), quando ancora internet era un luogo dove si andava la sera, sedendosi al pc fisso. Un poeta che è diventato famoso perché tanti, sempre di più, l’hanno amato, non per una decisione editoriale.

Quando lo cito riporto sempre un suo verso puntuale:

Le persone si incontrano per rinascere. Nascere non basta mai a nessuno.

Arminio (come vorrei poter scrivere “Franco” ma non oso, perché non ho ancora mai avuto la fortuna di conoscerlo), ha una missione fissa, cristallina: raccontare la vita dei paesi. La vita nei piccoli centri c’è, eccome. Lo fa raccontando i suoi paesi del profondo sud, ma io, che sono cresciuta in paesi del profondo nord Dolomitico, sento un’assonanza incredibile con i suoi versi.

In questi due mesi difficili il luogo è diventato centrale nelle nostre percezioni, prima ancora che nei nostri pensieri. Credo che ci siamo resi conto di quanto il luogo che abbiamo scelto può starci stretto. Per la prima volta nella nostra vita (per molti di noi, almeno) non abbiamo potuto evadere, e a dirla tutta, non possiamo evadere nemmeno ora, in questa fase due transitoria. Io questa sensazione l’ho vissuta meno, abitando in una piccola cittadina verde delle Dolomiti Bellunesi, ma ho amici che hanno sofferto molto in questi mesi, e ammetto di aver provato molta pena per loro. Al tempo stesso dentro di me speravo, e spero, che qualcosa si risvegli in molti di loro, nel cercare per sé un luogo più ampio, più sostenibile, per dar respiro ai giorni. Un luogo per noi, un luogo di comunità.

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Campesine di Longarone, 5 maggio 2020

Spero che sia anche un’occasione per le istituzioni locali per investire nella sostenibilità delle nostre grandi città. Oramai è un mantra, ed è doveroso. Ho visto diverse fotografie sui social in questi giorni di Bosco Verticale a Milano. L’inquadratura mostrava in primo piano un prato fiorito e sullo sfondo i palazzoni verdi di Stefano Boeri. Se posso essere onesta però, vedevo più poesia nelle parole estasiate dei milanesi, che nella foto stessa. Bosco Verticale è forse il verde più classista d’Italia, che ci mostra con sfacciataggine che la natura è diventata un bene di lusso: più sei benestante, più te lo puoi permettere.

Nelle piccole comunità invece avviene il contrario: tutti hanno la medesima disponibilità di natura e spazio, alla stessa distanza. C’è chi ha un giardino privato e chi no, ma da Belluno centro città, in 10 minuti si è in mezzo a boschi stupendi. Un po’ come la scuola. Da provincialotta ho realizzato solo all’università che nelle grandi città le scuole sono “gerarchizzate” sulla base del gradiente economico: i più ricchi studiano con i più ricchi, e via dicendo. E lo diceva già Marx che il povero e il ricco non potranno mai avere la stessa percezione del benessere della propria comunità reale. Nelle piccole città come la mia, invece, il figlio del facoltoso dentista frequenta la stessa classe della figlia dell’operaio in occhialeria. È normale così.

“Concedetevi una vacanza / intorno a un filo d’erba […]/ Abbiamo bisogno di contadini, / di poeti, di gente che sa fare il pane, / che ama gli alberi e riconosce il vento. / […] Oggi essere rivoluzionari significa togliere / più che aggiungere, rallentare più che accelerare, / significa dare valore al silenzio, alla luce, / alla fragilità, alla dolcezza”.

I parchi. Sono fondamentali ma io non penso che bastino. Ho sempre trovato i parchi urbani delle gabbie dorate, con qualche albero, e penso – ma magari sbaglio – che forse in molti si siano resi conto in questo momento dove siamo assetati di evasione  che in fondo i giardinetti sono un’illusione.

Chiaro: non ci sono molte alternative oggi nelle grandi città, e meno male che ci sono i parchi come propaggini dei nostri angusti bilocali. Onestamente non credo che la soluzione passi solo per aumentare le aree di verde urbano controllato, le aree attrezzate, se anche noi siamo sempre di più ad accalcarci sulle stesse zolle. Io spero ci venga anche voglia di rallentare l’inurbamento coatto, di de-urbanizzarci. Che guardiamo oltre il confine ridistribuendoci nei centri più piccoli, dove la vita è piena, davvero, specie al giorno d’oggi, e dove molte persone possono svolgere la propria professione. Non può valere per tutti, evidentemente, ma per molti sì.

In questi mesi ho osservato amici rendersi conto improvvisamente che la vita in una grande città, con i tanti comfort a portata di mano, ha anch’essa un prezzo da pagare. Noi “provinciali” siamo nati con la consapevolezza di dover pagare la partecipazione a grandi eventi con il nostro tempo, di non avere a disposizione tutto il desiderabile entro mezz’ora da casa. Parlo dei tempi di viaggio per esempio. Una grande mostra a Milano da qui significa 6 ore di treno all’andata e 6 al ritorno, da sempre. Un super concerto, idem. L’Università a Firenze ha implicato per me grossi sacrifici, anche economici, rispetto ad altri amici.

Prima c’era l’illusione del weekend fuori porta, mentre oggi la città ha mostrato la sua incapacità di soddisfare completamente un bisogno di spazio, di aria, di vita lenta. Mi fanno arrabbiare le persone che vedo correre per le vie di Milano senza mascherina, affollare le panchine dei parchi il 7 maggio senza protezione, ma ammetto anche che sono felice di leggere in loro questo bisogno di spazio, di rompere i confini della gabbia. Resta da capire se rimarrà la lucida consapevolezza di un attimo, o se sarà il motore per una rivoluzione, almeno personale.

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Lo ‘Scalpelin’ Giorgio Zoldan, Castellavazzo

Una rivoluzione che porti con sé anche il modo in cui pensiamo alla sostenibilità dei luoghi rurali, che non passa per intensificare il turismo di massa, per le seconde case, per il weekend fuori porta della montagna fasulla.  Al mio paese di origine, Longarone-Castellavazzo, in provincia di Belluno, non ci sono gli scuri di legno rosso con gli intagli a forma di cuore come in cartolina. Abbiamo case normali, con orti operativi, anche brutti, volgari, reali. Abbiamo i portici con le incisioni che i nostri Scalpellini hanno inciso nei secoli come atto di abbellimento nostro, interno e interiore, non per le fotografie dei passanti. Abbiamo i sentieri in montagna sempre puliti, per noi che ci andiamo, perché i nostri bambini che escono a scorazzare non mettano i piedi in fallo, magari pestando una vipera. Che – per inciso – non attacca mai se non viene spaventata da noi. Quindi ci si rispetta a vicenda. Abbiamo le sagre paesane, una per frazione, per divertirci fra di noi, non per il turista che passa per di là. Abbiamo il nostro museo del Vajont, abbiamo chi dipinge e scrive poesie sul Disastro, per ricordare a noi il nostro dolore, prima di tutto, e poi per raccontarlo agli altri. Abbiamo un gruppo di paesani che da anni crea un presepe unico nel suo genere, inscenando la natività nelle case del paese, ricostruendole mattone per mattone, e dove i personaggi sono le persone amate da tutti che non ci sono più. Abbiamo il parroco-infermiere, che il venerdì santo ha chiesto al sindaco di aiutarlo a portare la croce per il paese in modo che tutte le persone che ci tenevano potessero pregare. E il sindaco, che è pure presidente della Provincia con i relativi impegni, si è tolto le fasce e, da amico, lo ha aiutato. Abbiamo una frazione, Igne, che ogni anno da sempre organizza l’Infiorata, che è impossibile da descrivere da quanto è bella, e che richiama tante persone, ma soprattutto la si fa per noi.

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Venerdì Santo a Castellavazzo (Longarone), 2020

In tutto questo, lavoriamo anche noi, produciamo, creiamo, ci organizziamo. Con tutte le difficoltà comuni di questi tempi incerti.

A olte, ko son sola, fenì de destrigàr,
varde do par le grave, la Piave te l so ndàr.

Me pense, stée a Rivalta e ko vignea gran piove
la seguitéa a slargarse via via, fin sot le krode.

Ko l nas skakà in te i vieri, godée kele brentane:
paréa l busnàr de l diàol, ela la féa matane,

E po ceta l distà la ne ciaméa a dugàr,
pastroci e kastelòt, pò tuti a sguataràr,

ludizi no ghe n era, nodàr no se savéa,
ko i sgrisoi se ndéa intro, mare se la ingiazéa

Beveste a no fenìr, l avéa strano saor,
saor dei primi ani ke l é restà in te l kor.

Adès l é na ruiela straka in te l so pasàr,
par mi l é scnpro bela, parkè l era l me mar.

Marina Sacchet, La Piave*

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Presepe di Castellavazzo 2019. La casa dei miei bisnonni, con i miei bisnonni.

*(trad.mia)

A volte, quando sono sola e ho finito di sistemare la cucina dopo aver mangiato, guardo giù, verso il greto de la Piave, il suo scorrere.

quando abitavo a Rivalta e veniva la pioggia, si allargava [la Piave] fin sotto le montagne.

Con il naso appiccicato alle finestre mi godevo quelle sferzate del vento, sembrava il brontolio del diavolo, e per me era un gioco.

Poi d’estate ci chiamava a giocare [La Piave] pasticci e castelli di sabbia, poi tutti a sguazzare.

Non avevamo giudizio, precauzioni, non sapevamo nuotare, quando i brividi ti penetravano dentro, mamma mia come ci si ghiacciava!

Bevevamo l’acqua del fiume, e che strano sapore che aveva, il sapore dei primi anni che restano nel cuore.

Adesso che [la Piave] è un ruscelletto stanco nel suo andare, per me è sempre bella, perché è il mio mare.

 

Che aria si respira in metropolitana?

Reblogged from Rivista Micron

Il numero dei pendolari in metropolitana è aumentato in modo continuo negli ultimi anni. In una città come Shanghai per esempio, che possiede uno dei più grandi sistemi di traffico metropolitano urbano del mondo, la quota giornaliera è stata di 9 milioni di passeggeri nel 2015 con un record di circa 11,3 milioni l’11 marzo 2017. Anche se i pendolari spendono solamente 30-40 minuti in media in metropolitana, le sostanze emesse dai vari componenti interni e gli inquinanti atmosferici trasportati dall’aria di approvvigionamento della ventilazione possono agire in maniera rilevante sulla nostra salute respiratoria. E considerando che le concentrazioni di inquinanti sono molto elevate nelle aree sotterranee della metropolitana, si tratta di un problema di salute pubblica da non sottovalutare.
A fare il punto è una review pubblicata di recente sulla rivista Environment International, che ha esaminato oltre 160 studi condotti in oltre 20 Paesi del mondo fra Asia, America ed Europa – fra cui alcuni riguardanti le metropolitane italiane, Milano in primis – individuando non solo pericolose concentrazioni dei tanto temuti particolati, ma anche di idrocarburi aromatici, gruppi carbonilici, funghi e batteri.

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Gli ospedali milanesi visti attraverso gli occhi del Programma Nazionale Esiti

Reblogged from Bollettino Ordine dei Medici di Milano

Secondo i dati appena pubblicati relativi al 2015 del Programma Nazionale Esiti (PNE) − lo strumento del Ministero della Salute nato per valutare gli esiti degli interventi sanitari su base nazionale e regionale − gli ospedali milanesi non se la cavano affatto male rispetto alla media nazionale. Sia nella gestione delle criticità, a livello di pronto soccorso ma anche di trattamento di pazienti in emergenza da infarto o ictus, sia per quanto riguarda i volumi di prestazioni erogate, le strutture milanesi si collocano in posizioni migliori rispetto alla media nazionale. Rimangono tuttavia alcune criticità rispetto alla media nazionale in alcune strutture per esempio nella percentuale di parti cesarei primari, ancora troppo elevata in molte aziende milanesi, mentre rimangono poche le cliniche dove si propone un parto naturale a donne con pregresso parto cesareo. Così restano alti rispetto alla media nazionale i tassi di ospedalizzazione per alcune condizioni, come la gestione delle conseguenze a lungo termine del diabete, l’asma negli adulti, la gastroenterite pediatrica e le arteriopatie.

Si osserva inoltre una certa disomogeneità fra una struttura e l’altra nella gestione delle emergenze, nella classificazione dei codici di ingresso in pronto soccorso e nei tempi d’attesa che in alcuni casi possono superare le 3 ore per un codice giallo. Va detto che confrontare i risultati dei singoli ospedali tramite gli indicatori PNE richiede accortezza. Non tutti gli indicatori presentano lo stesso grado di validità e solidità e per questa ragione in alcuni casi accostare una struttura a un’altra non è appropriato. Un possibile criterio per giudicare il valore di un indicatore è quello della significatività statistica: “Il senso di parlare di significatività statistica di un certo risultato riguardante un certo evento in una data struttura è quello di stimare la probabilità che ha quell’evento possa essere dovuto al caso” spiega Mario Braga, coordinatore delle attività PNE di Agenas.

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La meraviglia di Chagall in mostra a Milano

Reblogged from PJ Magazine

Dal 17 settembre Palazzo Reale in mostra 200 dipinti di Marc Chagall, l’artista che ha racchiuso nelle sue tele la Russia e la Francia in un unico abbraccio onirico.

 

Se mettiamo piede allOpéra Garnier di Parigi e alziamo gli occhi non vediamo le tipiche decorazioni dorate che ci aspetteremmo a corredo di questa imponente struttura, ma un flusso di angeli dai colori pastello, vortici di colore che diventano uomini, donne, paesaggi eterei e naive, come se fossero disegnati da un bambino. Ma non è la mano di un bambino ad aver dipinto quelle figure danzanti in cielo, ma uno dei pittori naturalizzati francesi più famosi del secolo scorso: Marc Chagall, un ebreo russo nato in un piccolo paese dell’odierna Bielorussia che nei suoi 97 anni di vita raccontò con la sua arte un secolo in tumulto, emancipato e onirico. Chagall è blu, giallo, rosso, talvolta verde. È curvo e i suoi tratti sono pesanti, decisi, ma pare raccontino solamente storie sospese.

E proprio queste storie sospese sono leggibili a Milano, precisamente a Palazzo Reale a partire dal 17 settembre prossimo fino al 1 febbraio 2015. 200 dipinti dell’artista provenienti dai maggiori musei di tutto il mondo e da importanti collezioni private ma anche dalle collezioni private dei suoi eredi le quali sono ancora per lo più inedite.

Sebbene sia sufficiente vedere una sola opera di Chagall per riconoscere un suo frutto a colpo d’occhio fra altri mille, ci sono molti Chagall, molti fili che hanno intrecciato la sua vita e la sua arte.

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