La sanità dematerializzata in Italia: a che punto siamo?

Reblogged from Torino Medica

Non è facile rispondere alla domanda su che cosa dobbiamo aspettarci dall’eHealth oggi. Da una parte vi è la spinta alla dematerializzazione, per assicurare un’interoperabilità dei dati dei pazienti, e favorire così l’accesso agli operatori sanitari nell’ottica di una salute sempre meno “burocratizzata”. Dall’altra troviamo una serie di problemi correlati con la condivisione di questa enorme mole di dati, come riuscire a garantire la privacy delle persone, evitare i furti di dati, gli errori umani connessi alla gestione di queste informazioni, e non da ultimo la difficoltà di garantire una medicina in cui il rapporto medico-paziente non sia inficiato dalla presenza della tecnologia. Ma, soprattutto, con la necessità di basare le proprie risposte, e le conseguenti scelte strategiche in termini di salute pubblica, su basi solide come è solita procedere la scienza e l’evidence-based medicine. Si tratta di questioni di primaria importanza oggi, dal momento che i processi di digitalizzazione dei sistemi sanitari sono già in atto da tempo, e si stanno concretizzando anno dopo anno, seppure a diverse velocità e a macchia di leopardo nel nostro Paese.

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Cittadini consapevoli e coinvolti nella Sanità

Reblogged from Quotidiano Sanità

L’idea di coinvolgere i pazienti nella pratica clinica ha ormai quarant’anni. Già nel 1978 la Dichiarazione di Alma Ata, conferenza internazionale patrocinata da OMS e UNICEF sanciva il principio secondo cui “le persone hanno il diritto e il dovere di partecipare individualmente e collettivamente alla progettazione e alla realizzazione dell’assistenza sanitaria di cui hanno bisogno.” Tuttavia, a distanza di qualche decennio, nonostante gli enormi passi in avanti e gli ottimi esempi di patient engagement in giro per il mondo, il paradigma non è ancora diventato del tutto prassi, o meglio, non lo è diventato in tutti i suoi aspetti.

Se da un lato la rete e i social media stanno avvicinando enormemente il cittadino all’informazione e tendenzialmente anche alla classe medica – permettendo in linea di principio che il secondo non sia più l’agente per conto del paziente, ma il suo partner a supporto delle decisioni che riguardano la salute – per altri aspetti come la ricerca clinica, stiamo ancora “inventando la ruota”.

È dedicato proprio ai “pazienti” l’ultimo numero monografico di Forward, il progetto informativo delDipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio [www.forward.recentiprogressi.it]. Un’iniziativa nata per riflettere e approfondire non tanto ciò che è attuale oggi, ma quello che lo diventerà nel prossimo futuro nell’ambito del settore sanitario. L’approfondimento appena pubblicato è interamente dedicato alla complessa questione del coinvolgimento del paziente e esamina all’interno di ogni articolo uno dei tanti aspetti di cui si compone la questione, per capire dove siamo e dove stiamo andando.

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Le estati future sulle Alpi

Reblogged from Rivista Micron

Siamo ormai abituati a pensare che in un futuro purtroppo non molto lontano gli effetti del riscaldamento globale porteranno in Europa estati sempre più torride e precipitazioni più rade. Sebbene queste previsioni siano supportate da simulazioni con modelli climatici globali ed osservazioni empiriche che le validano su scala molto ampia, esse potrebbero non valere per le zone alpine. Le future estati potrebbero essere infatti tutt’altro che aride, bensì soggette a un significativo incremento delle precipitazioni, in particolare ad alte quote, e quindi anche di eventi estremi come gravi inondazioni.
A suggerirlo uno studio pubblicato nientemeno che su Nature Geoscience, da un team di ricercatori del Centro Internazionale di Fisica Teorica “Abdus Salam” (ICTP) di Trieste, che ha elaborato un modello a scala regionale che utilizza una risoluzione spaziale molto più dettagliata, permettendo agli scienziati di notare alcune differenze importanti che interesseranno la zona alpina. Risultati che sono stati finora confermati anche da osservazioni empiriche, confrontando le previsioni con i dati attuali delle precipitazioni di alcune aree alpine. Il modello ha preso in esame tre scenari: la situazione da qui al 2030, il periodo dal 2030 al 2070 e infine che cosa accadrà nell’ultimo trentennio del secolo.

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Il coinvolgimento dei pazienti nella ricerca. Stiamo ancora inventando la ruota?

Reblogged from Forward – Recenti Progressi in Medicina

L’idea di coinvolgere il paziente nei processi decisionali che riguardano l’assistenza sanitaria e all’interno della ricerca clinica è diventato una sorta di mantra negli ultimi anni. La prospettiva è quella di una salute pubblica inclusiva, che fonda le sue radici sul dialogo fra i diversi stakeholder, per modulare linee di ricerca le cui priorità siano frutto di un processo anche bottom-up. Quasi tutti gli studi che sono stati pubblicati negli ultimi anni fanno riferimento alle potenzialità di questo approccio, sia per il paziente stesso che si sentirebbe parte attiva del processo – “empowered”, come si ama dire in letteratura – sia per i ricercatori, che sarebbero così coadiuvati nella costruzione di linee di ricerca che siano il più possibile aderenti alla pratica clinica e alle esigenze del malato.

Coinvolgere i pazienti nella pianificazione e nell’esecuzione della ricerca significa migliorarne la traduzione in pratica clinica. Dal punto di vista dei ricercatori si parla, per esempio, di coinvolgere i pazienti nella determinazione dei criteri di raccolta dei dati, nell’identificazione delle priorità all’interno di una certa linea di ricerca, della migliore valutazione dell’applicabilità di un servizio all’interno della vita quotidiana dei malati. E ancora, nel fornire agli stessi malati risorse appropriate attraverso la semplificazione dei messaggi e la caratterizzazione dell’audience, e valutando l’incisività delle linee guida.

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