Allarme micotossine in aumento a causa dei cambiamenti climatici

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I cambiamenti climatici, in particolare il riscaldamento globale hanno iniziato e continueranno a portare con sé potenziali rischi per la salute alimentare. Uno di questi rischi è rappresentato dal proliferare delle micotossine, composti chimici, alcuni dei quali estremamente velenosi, prodotti da diversi tipi di funghi, che in certe condizioni ambientali particolarmente favorevoli, come i cambiamenti di temperatura, umidità, precipitazioni e produzione di anidride carbonica dovute al climate change, proliferano producendo massicce dosi di queste micotossine.
Una volta prodotte le micotossine possono entrare nella filiera alimentare attraverso colture contaminate destinate alla produzione di alimenti e mangimi, principalmente di cereali.
Per prevenire questo potenziale problema il mese scorso una delegazione dell’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ha incontrato il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin in occasione di una conferenza internazionale da titolo “L’onere delle micotossine sulla salute umana e animale” organizzata congiuntamente dal Ministero della Salute e dall’Istituto nazionale di sanità (ISS). Obiettivo: contribuire a ridurre l’esposizione di uomo e animali ai rischi che queste tossine rappresentano.

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Nuove prospettive sui processi di sviluppo del suolo

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Si è sempre pensato che le piante giocassero un ruolo principe nel mantenimento della fertilità del suolo condizionando l’azione dei suoi microrganismi. Un nuovo studio italiano condotto da un team internazionale guidato da ricercatori dell’Università di Milano e pubblicato su Isme Journal, una rivista del gruppo Nature, mette invece in luce che c’è un terzo attore che gioca un ruolo cruciale: lo stadio di sviluppo del terreno. Non è solo la pianta a influenzare la composizione della comunità microbica del suolo, che è uno dei fattori che contribuiscono alla sua fertilità, ma anche lo stadio dello sviluppo del suolo e dell’ecosistema suolo-pianta. È questa la combinazione alla base di una maggiore o minore fertilità del suolo.
Per ottenere questo risultato gli scienziati hanno scelto di studiare la morena del ghiacciaio artico Midtre Lovénbreen alle isole Svalbard, in Norvegia. La morena non è altro che l’accumulo di detriti rocciosi trasportati da un ghiacciaio in fase di deglaciazione. È stata esaminata in particolare la pianta pioniera Saxifraga oppositifolia, analizzando la composizione del microbiota associato al suo apparato radicale in suoli con diverso stato di sviluppo. “La scelta di questa zona è semplice: la morena di un ghiacciaio è l’ambiente perfetto per osservare una cronosequenza, cioè una sequenza di siti rilasciati dai ghiacci in tempi successivi e che possiamo datare.

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Clima: un nuovo database sulle temperature degli ultimi 2000 anni

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Ricostruire le temperature al tempo di Giulio Cesare, di Carlo Magno, di Leonardo da Vinci, del Re Sole e di Charles Dickens: Oggi è già possibile, ma d’ora in avanti esse saranno sempre più accurate grazie al nuovo database, coordinato da PAGES2k, appena pubblicato su Scientific Data, il portale di Nature dedicato alla raccolta dei dati relativi alle variazioni del clima degli ultimi 2000 anni.
Un database aperto, consultabile gratuitamente da tutti, che raccoglie 692 record provenienti da 648 posizioni in tutto il mondo (vedi Figura 1) sia dalle regioni continentali che dai principali bacini oceanici. Anelli degli alberi, campioni di ghiaccio, sedimenti, coralli, e qualsiasi altro tipo di archivio paleoclimatico, che rappresentano la raccolta più completa di informazioni sul cambiamento globale della temperatura nel corso degli ultimi duemila anni.

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Il grano alla prova del climate change

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Quando pensiamo alle grandi carestie del passato, per esempio quella dell’inizio del XIV secolo che ha messo in ginocchio l’Europa per quasi un decennio, dovuta alla presenza di piogge massicce e continuate che uccidevano i raccolti, ci sentiamo in qualche modo molto lontani da questo tipo di esperienza. Eppure, anche oggi i cambiamenti climatici impattano notevolmente sulla produzione agricola, basti pensare alla grossa crisi nella produzione di grano che ha dovuto affrontare la Francia nel 2016.
Secondo uno studio pubblicato in questi giorni su Environmental Research Letters, lo stress dovuto alle ondate di calore, alla siccità o all’eccesso di acqua spiegherebbe ben il 40% delle variazioni dei rendimenti del grano da un anno all’altro.
Ci sbaglieremmo poi se pensassimo che oggi il grano non sia importante come lo era in passato: nel 2010 esso ha rappresentato il 20% di tutte le calorie alimentari su scala mondiale e svolge un ruolo rilevante nella sicurezza alimentare in tutto il mondo, specie in alcuni Paesi particolarmente dipendenti dalla produzione di questo cereale. Il grano occupa circa 2,1 milioni di km2 di terreno nel nostro pianeta, il che lo rende la coltura più abbondante del mondo, con una produzione complessiva di oltre 700 milioni di tonnellate (dato 2010).
Lo studio in questione ha esaminato le rese di grano dal 1980 al 2010, a livello globale e su scala nazionale, utilizzando una combinazione di indicatori per le anomalie climatiche dovute a ondate di calore, periodi di siccità e precipitazioni intense, per poi sviluppare un indicatore – il combined stress index (CSI) – in grado di descrivere le caratteristiche spazio-temporali dei processi fisici sottostanti nelle diverse aree del mondo. Lo stress termico sulle coltivazioni di grano è infatti aumentato notevolmente nel periodo 1980-2010, soprattutto a partire dalla metà degli anni Novanta. Quello che è emerso è che, contrariamente alla percezione comune, in molti Paesi l’eccesso di acqua influenza la produzione di grano più della siccità. Le precipitazioni eccessive e la copertura nuvolosa maggiore, specialmente durante le fasi di sviluppo sensibili della coltura, riducono di molto i rendimenti, poiché aiutano i parassiti e le malattie a proliferare e rendono più difficile per le piante raggiungere l’ossigeno e la luce di cui hanno bisogno.

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