Ambiente, percezione e paranormale
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Si chiama “patternicity” o anche apofenia, l’istinto tutto umano di trovare relazioni di significato fra eventi apparentemente – e spesso realmente – scollegati fra di loro, di unire i puntini tracciando i contorni di immagini che solo noi vediamo. Stiamo parlando di strane luci nel cielo che vengono interpretate sovente come velivoli non meglio identificati, oppure ombre che ci evocano l’immagine sfocata di un nostro caro che non c’è più. L’uomo per sua natura è portato ad attribuire significati agli eventi, intenzionalità agli oggetti, e anche decidendo di mantenere uno sguardo scettico, il punto rimane comunque riuscire a dare una spiegazione ai fenomeni a cui assistiamo. Il nostro cervello non ammette ambiguità.
La domanda che si pone Armando De Vincentiis, coordinatore del CICAP Puglia, nel suo interessante e curioso libro “Ambiente, percezione e paranormale”, ultimo nato nella collana Scientia et Causa di C’era una volta edizioni, di cui De Vincentiis è anche curatore, è quale sia il ruolo dei fenomeni naturali e climatici nella costruzione di fenomeni classificati come paranormali e nella conseguente interpretazione semantica che ne diamo. Può essere l’ambiente a decidere per la nostra mente?
Vantaggi e rischi del coinvolgimento del paziente in sanità
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Mettere al centro dei processi sanitari – clinici o di ricerca – il paziente, o comunque il cittadino, è oggi un punto centrale della pianificazione sanitaria. Si parla di shared decision making, di patient reported outcomes, di patients advisory boards, ma sta di fatto che l’acquisizione del punto di vista mancante del diretto interessato, vale a dire il malato, “è un’equazione ancora irrisolta e piena di aree oscure da riempire” spiegaAntonio Addis, del Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio nel più recente approfondimento del progetto Forward, integrato alla rivista mensile indicizzata Recenti Progressi in Medicina, approfondimento dedicato proprio al coinvolgimento del paziente in sanità, fra vantaggi e rischi.
Porre il paziente al centro del processo significa da una parte responsabilizzarlo, includendolo all’interno dei processi decisionali, e rendendolo dunque un attore più “forte” sulla scena, dall’altra può implicare per lui un’enorme vulnerabilità, spiega nel suo intervento Chiara Rivoiro, dell’Università di Torino. Negli ultimi quarant’anni abbiamo assistito a una grande rivoluzione che ha visto il malato sempre più al centro dei processi, soprattutto grazie alla rete che ha contribuito ad avvicinare malati, medici e informazione. Il processo però non è ancora terminato, e porta con sé importanti questioni da dirimere.
A cosa serve un’epidemiologia dell’uso delle armi
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Ogni anno solo negli Stati Uniti muoiono per colpa di armi da fuoco 32 mila persone, e altre 67 mila vengono ferite, anche in modo grave. Si tratta del 7,1% delle cosiddette morti premature, e di queste il 2% è non intenzionale, frutto dell’errore insomma. E del fraintendimento, ampiamente falsificato dalle statistiche, che possedere un’arma si traduca in una maggiore e migliore probabilità di autodifendersi.
Diffondere dati epidemiologici sull’uso delle armi è importante, perché capire la natura e l’impatto del problema è il primo passo per prevenire questo genere di violenza. Lo è soprattutto oggi che il numero di omicidi e di suicidi per arma da fuoco negli Stati Uniti è in aumento rispetto agli ultimi 20 anni e all’interno di una campagna elettorale dove il candidato Donald Trump non più tardi dello scorso maggio prometteva ai suoi elettori di abolire una volta eletto le gun free zones, le aree pubbliche dove attualmente è vietato portare pistole o fucili, come scuole, chiese e uffici. Si tratta di un argomento caldo anche in Europa, e in Italia, dove la discussione intorno alla legittimità della difesa armata dei cittadini è ciclicamente in fermento.