I nostri anziani sono felici?

Reblogged from Rivista Micron

Tre italiani su 4 con più di 75 anni si ritengono sostanzialmente soddisfatti della propria vita e, per contro, solo una piccolissima percentuale (il 5%) afferma di non esserlo affatto. In media, sono più soddisfatti gli uomini rispetto alle donne, chi vive al nord rispetto ai meridionali e – cosa che non sorprende – chi arriva a fine mese senza difficoltà economiche. Segno, ancora una volta, che le disuguaglianze di salute sono intimamente correlate con le disuguaglianze sociali. Parlare di over 65 a ben vedere, è una scelta un po’ forzata. Con l’aumento della vita media aumentano anche gli over 75 e gli over 85. E purtroppo più si invecchia meno si è soddisfatti della propria vita. Si dice molto o abbastanza soddisfatto il 68% degli over 75 e il 63% di chi ha più di 85 anni, contro un 80% netto nella fascia 65-74 anni. Ricordiamo che secondo recenti stime, sebbene l’aspettativa di vita media sia oggi di 83 anni in Italia, l’aspettativa di vita in salute è di “appena” 73 anni. Misurare anche il benessere per valutare lo stato di salute della popolazione è un concetto che sempre di più sta rientrando nella definizione di salute, basti pensare all’ultimo rapportodell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla situazione europea pubblicato lo scorso settembre si parla di benessere in termini di anni in salute effettiva, di salute percepita, di soddisfazione per la propria vita e addirittura di felicità. Quantificare come stanno davvero le cose a partire da questi termini non è però così facile. Il sistema di Sorveglianza Passi d’argento – che fa capo a EpiCentro, il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica dell’Istituto Superiore di Sanità, da cui sono tratti i dati che abbiamo presentato all’inizio – raccoglie le risposte degli ultra sessantacinquenni italiani, attraverso un questionario sottoposto a un numero congruo di persone scelte a caso nelle liste anagrafiche delle regioni.

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300 pagine in 15 minuti: ecco lo scanner ultraveloce per farsi una biblioteca digitale (non solo di libri)

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“La biblioteca è destinata a permanere: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta”.

Era la predizione di Jorge Luis Borges oltre 70 anni fa, una definizione che per certi versi calza a pennello anche per Czur, l’innovativo scanner superveloce che permette in un attimo di creare la propria biblioteca digitale personalizzata, che ha ottenuto sulla piattaforma di crowdfunding Indiegogo il 1600% di quanto aveva previsto. Un nome curioso – Czur – che forse non sarebbe dispiaciuto neanche allo stesso Borges.

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Fuzzy logic ed ecologia

Reblogged from MICRON
All’interno dei modelli matematici per l’ecologia vi è spesso il problema di riuscire a quantificare le espressioni che descrivono gli ecosistemi e di tradurli con
un linguaggio informatico attraverso un sistema formale che ne preservi il più
possibile le sfumature. L’incertezza infatti è insita nella scienza. Vi è l’incertezza
dell’errore e quella del modello o della misura. Vi sono sistemi in cui si osserva
un’alta incertezza di stato, come i sistemi di gestione degli impianti, e sistemi invece
ad alta incertezza funzionale, come tutto ciò che ha a che vedere con la meteorologia
e l’oceanografia. Negli anni per entrambe queste tipologie di incertezza,
gestionale e funzionale, sono state studiate tecniche in grado di trattare le
sfumature, quantificarle con precisione, e uno di questi metodi, non certo l’unico,
è la logica fuzzy.
Come è noto, i nostri computer funzionano sostanzialmente attraverso un sistema
binario, tutto ruota cioè intorno a due valori di verità possibili: il vero e il
falso, il sì e il no, lo 0 e l’1. Un po’ come un interruttore che può essere acceso o
spento. Se consideriamo una qualsiasi frase che pronunciamo, i sistemi logici
classici ci diranno due cose: primo, che quel proferimento può essere o vero o
falso; infine, che quando è vero è vero al 100%, quando è falso lo è al 100%.

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Carne rossa cancerogena, troppi fraintendimenti. Sei punti per fare chiarezza

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Ancora una volta il problema è anzitutto linguistico. La questione della cancerogenicità della carne rossa è l’argomento della settimana, ma come accade spesso quando si parla di salute, basti pensare all’argomento vaccini, si sbaglia in partenza, perché si confondono le parole, e di conseguenza dati e risultati. A portare la questione alle cronache è una recente monografia dell’IARC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, che fa parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha mostrato come la carne rossa “processed” cioè lavorata (insaccati, salsicce, ecc) è cancerogena, mentre la carne rossa nel suo complesso potrebbe esserlo. (vedi qui )

Queste affermazioni che pure sono esplicitate molto chiaramente dall’OMS stessa, non significano però che la carne rossa causa il cancro, ma che una certa quantità di consumo giornaliero di carne rossa lavorata è associato a un certo rischio di contrarre il cancro al colon retto. La differenza fra queste due espressioni, e quindi fra le impressioni che ognuna di esse può indurre a chi legge, è evidente anche a un occhio non esperto.

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