E’ molto diverso invecchiare da ricchi o da poveri

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Parlare di healthy ageing, cioè di mantenimento di una buona qualità della vita in età anziana è oggi oltremodo complesso. L’aspettativa di vita della popolazione si è andata allungando, con il risultato che in paesi come l’Italia la percentuale di over 65 è molto elevata, ed è un fatto che richiede di ripensare l’organizzazione del sistema sociale del lavoro. Ci si scontra però con almeno due grosse questioni: primo, adattare la struttura del mercato del lavoro in modo che riesca a far fronte a una fetta sempre maggiore di popolazione che invecchia e, secondo, fare in modo che le persone invecchino in salute, cioè che gli anni di vita guadagnati, siano anni saniguadagnati. Si tratta di due questioni legate insieme a doppia mandata, dal momento che è necessario da un lato che chi invecchia non diventi un costo ingestibile per i sistemi sanitari nazionali, e dall’altro mantenere gli anziani in salute affinché possano continuare a contribuire al mercato del lavoro.

La strategia che i governi stanno mettendo in atto per adattare i propri sistemi all’invecchiamento della popolazione si basa infatti su quest’ultimo assunto, che si traduce nella maggior parte dei paesi in un allungamento della vita lavorativa, cioè alzare l’età pensionabile.

Il problema sotteso a questa dinamica però è che si tratta per la maggior parte dei paesi di politiche che perdono di vista un aspetto importantissimo: quello delle disuguaglianze sociali. Pensare semplicemente di allungare la vita lavorativa delle persone in modo che – auspicabilmente – riescano a usufruire successivamente di una pensione migliore in vista di una vecchiaia più agiata, è infatti un punto di vista miope. Le disuguaglianze sociali sono qualcosa che si origina lungo l’intera vita di una persona o di una comunità. Solo prevenendo l’insorgenza di eccessive disuguaglianze sociali già dall’inizio della vita lavorativa si può pensare di affrontare il tema dell’invecchiamento della popolazione in modo sostenibile.

Questo in estrema sintesi il messaggio di un recente rapporto di OCSE intitolato, per l’appunto, “Preventing Ageing Unequally”, pubblicato lo scorso 18 ottobre.

Il dato centrale del rapporto è il seguente: stando ai dati raccolti dall’OCSE negli ultimi anni il picco delle disuguaglianze di reddito riguarda la fascia d’età fra i 55 e i 59 anni, cioè la prossima generazione di pensionati. Differenze nel reddito, che si tradurranno in fortissime differenze nella qualità delle pensioni. Inoltre, i nati negli anni Sessanta sono i primi dall’inizio del Secolo breve che si ritrovano a guadagnare di meno rispetto ai nati nella generazione precedente.

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4 app per conservare la propria identità

Reblogged from eColloquia

Rendere conto a se stessi della propria identità è una sfida che ognuno di noi affronta nella vita. Può capitare durante un momento di difficoltà passeggero, può succedere all’inizio di una malattia che diventerà invalidante e che ci cambierà – come è la Malattia di Alzheimer – o che ci mette davanti alla paura concreta di non farcela. Ma può anche accadere con una diagnosi di cancro, o dopo un ictus. O ancora, quando stiamo vivendo un periodo di forti cambiamenti, che ci porta ansia, malinconia, paura di non farcela.
Salvaguardare la nostra identità, rimanere noi stessi il più possibile mantenendo le nostre attività, la possibilità di continuare a fare ciò che ci rende felici pur ridefinendola sotto alcuni aspetti, è dunque fondamentale per vivere un cambiamento quale è la malattia, rimanendo saldi con noi stessi. In questo numero Dr Geek propone 5 fra app e piattaforme pensate per aiutare il paziente e i suoi familiari in questa prospettiva.

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Malaria, chikungunya e migranti

Reblogged from Corriere della Sera

Alcuni casi di malattie infettive che vengono riportati dalle cronache inducono a ipotizzare “migranti untori”, carichi di malattie infettive. Di recente è stata la volta di due malattie “esotiche”: la chikungunya e la malaria. Riguardo alla malaria, dopo il caso di Trento del mese scorso, è di alcuni giorni fa la notizia di quattro braccianti extracomunitari, tre magrebini e un sudanese, ricoverati nel reparto Infettivi dell’ospedale di Taranto. A poco sono valse in questo caso le rassicurazioni della stessa ASL sul fatto che questi lavoratori fossero senza dubbio stati infettati, in Italia, vivendo nel nostro Paese da un periodo ben maggiore rispetto ai 20 giorni che richiede l’incubazione della malattia. Approfondendo le caratteristiche dell’incubazione e del contagio di queste malattie, però, e controllando i dati dei controlli alla frontiera sulla salute dei migranti, ci si può rendere conto che gli sbarchi non possono essere messi in relazione con la diffusione di malattie come la malaria o la chikungunya. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un documento che recita: «fra migrazioni e malattie trasmissibili non vi è nessuna associazione sistematica».

Dati sulla malaria

«Sia nel caso della chikungunya sia della malaria, si tratta di malattie per la maggior parte importate nel nostro Paese dal turismo, e che molto raramente possono essere veicolate attraverso viaggi lunghi e difficili come quelli affrontati da chi sbarca sulle nostre coste in fuga dal proprio Paese. E in ogni caso, anche qualora davvero si avesse il caso di un migrante che giunge malato in Italia, questi verrebbe individuato ancor prima dello sbarco o nelle fasi immediatamente successive» spiega Giovanni Baglio, epidemiologo dell’INMP, l’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà, in prima linea nella gestione degli aspetti sanitari degli sbarchi. I dati a conferma si trovano nelle recenti Linee Guida sulla salute dei migranti, pubblicate a giugno 2017. Nel periodo 2010-2015 – si legge – sono stati notificati 3.633 casi di malaria in Italia, che hanno provocato 4 morti. Sono risultati autoctoni (cioè frutto di contagi avvenuti in Italia) 7 casi. Per gli altri 3.626 casi, nell’80% si è trattato di stranieri rientrati temporaneamente nel Paese di origine e lì contagiati prima del loro rientro in Italia (81% di questo 80%) o di richiedenti asilo al primo ingresso in Italia (13% di questo 80%, in ogni caso individuati e curati). Nel restante 20%, la malattia ha riguardato italiani che si erano recati all’estero per lavoro, turismo, volontariato o missione religiosa. Da queste percentuali, emerge che su 3.633 casi di malaria, 2.349 sono di stranieri residenti tornati in visita al Paese di origine e lì contagiati, 725 sono italiani che si erano recati all’estero per turismo o lavoro e solo 377 i migranti giunti in Italia su un barcone.

 

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