Un mondo senza chirurgia

SALUTE – Cinque miliardi di persone, i due terzi degli abitanti del pianeta, non hanno accesso a cure chirurgiche sicure e a prezzi accessibili, a procedure di anestesia e a cure ostetriche (viene utilizzato l’acronimo SAO, Surgery, Anesthesia and Obstetric care). Tuttavia, un terzo delle malattie a livello globale richiederebbero trattamenti chirurgici sicuri ed efficaci.

Anche se è evidente che la possibilità di accedere a questi servizi è strettamente correlata con la stima dell’aspettativa di vita di una popolazione, prima del 2015 non esistevano dati in merito, ed è per questo che la rivista The Lancet ha istituito una commissione sulle procedure chirurgiche a livello mondiale, individuando sei indicatori e iniziando a raccogliere dati per ognuno di essi.

Il risultato è che sono emerse differenze enormi fra paesi ma anche all’interno del medesimo paese, fra i diversi gruppi socio-economici. Sappiamo che esiste un gap importante rispetto alla densità del numero di medici per abitante (su questo le statistiche non mancano), ma la forbice per quanto riguarda i chirurghi, gli anestesisti e le ostetriche è ancora maggiore. Attualmente nei paesi ricchi della Terra ci sono 70 volte i chirurghi per 100 mila abitanti rispetto a quanti ce ne sono nei paesi più poveri. Questi ultimi hanno in media 1 SAO per 100 mila persone, i paesi con reddito medio-basso 100 SAO per 100 mila e – appunto – 69 SAO per 100 mila abitanti nei paesi ricchi.

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E’ molto diverso invecchiare da ricchi o da poveri

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Parlare di healthy ageing, cioè di mantenimento di una buona qualità della vita in età anziana è oggi oltremodo complesso. L’aspettativa di vita della popolazione si è andata allungando, con il risultato che in paesi come l’Italia la percentuale di over 65 è molto elevata, ed è un fatto che richiede di ripensare l’organizzazione del sistema sociale del lavoro. Ci si scontra però con almeno due grosse questioni: primo, adattare la struttura del mercato del lavoro in modo che riesca a far fronte a una fetta sempre maggiore di popolazione che invecchia e, secondo, fare in modo che le persone invecchino in salute, cioè che gli anni di vita guadagnati, siano anni saniguadagnati. Si tratta di due questioni legate insieme a doppia mandata, dal momento che è necessario da un lato che chi invecchia non diventi un costo ingestibile per i sistemi sanitari nazionali, e dall’altro mantenere gli anziani in salute affinché possano continuare a contribuire al mercato del lavoro.

La strategia che i governi stanno mettendo in atto per adattare i propri sistemi all’invecchiamento della popolazione si basa infatti su quest’ultimo assunto, che si traduce nella maggior parte dei paesi in un allungamento della vita lavorativa, cioè alzare l’età pensionabile.

Il problema sotteso a questa dinamica però è che si tratta per la maggior parte dei paesi di politiche che perdono di vista un aspetto importantissimo: quello delle disuguaglianze sociali. Pensare semplicemente di allungare la vita lavorativa delle persone in modo che – auspicabilmente – riescano a usufruire successivamente di una pensione migliore in vista di una vecchiaia più agiata, è infatti un punto di vista miope. Le disuguaglianze sociali sono qualcosa che si origina lungo l’intera vita di una persona o di una comunità. Solo prevenendo l’insorgenza di eccessive disuguaglianze sociali già dall’inizio della vita lavorativa si può pensare di affrontare il tema dell’invecchiamento della popolazione in modo sostenibile.

Questo in estrema sintesi il messaggio di un recente rapporto di OCSE intitolato, per l’appunto, “Preventing Ageing Unequally”, pubblicato lo scorso 18 ottobre.

Il dato centrale del rapporto è il seguente: stando ai dati raccolti dall’OCSE negli ultimi anni il picco delle disuguaglianze di reddito riguarda la fascia d’età fra i 55 e i 59 anni, cioè la prossima generazione di pensionati. Differenze nel reddito, che si tradurranno in fortissime differenze nella qualità delle pensioni. Inoltre, i nati negli anni Sessanta sono i primi dall’inizio del Secolo breve che si ritrovano a guadagnare di meno rispetto ai nati nella generazione precedente.

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La povertà? Fa perdere due anni di vita

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Lo ha messo in luce proprio in questi giorni un sondaggio condotto da Eurispes: quasi la metà delle famiglie italiane non arriva a fine mese e per una famiglia su 4 un problema medico è un problema enorme per il portafoglio. Un primo risultato “intermedio” di questo fenomeno lo ha mostrato il Censis non più di sei mesi fa: 11 milioni di italiani nel 2016 hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie nell’ultimo anno per ragioni economiche, 2 milioni in più rispetto al 2012. Il risultato finale di tutto questo è facilmente intuibile: a parità di malattia, chi guadagna meno muore prima. Nei paesi “ricchi”, fra cui anche l’Italia, sarebbero infatti 2,1 gli anni di vita persi fra i 40 e gli 85 anni, a causa delle scarse condizioni socioeconomiche. Un rischio paragonabile a quello dei più noti fattori di rischio: fumo, diabete, obesità, cattiva alimentazione e scarsa attività fisica. Nell’era del lavoro full-time pagato a suon di voucher a 7,50 l’ora senza alcuna forma di tutela, stage a 400 euro al mese, co.co.co e contratti a chiamata, è uno scenario che non possiamo permetterci di ignorare.

È quello che emerge da uno studio pubblicato oggi sulla prestigiosa rivista The Lancet  che presenta i primi risultati di Lifepath, un progetto dell’Unione Europea, nato con lo scopo di fornire dati aggiornati, significativi e innovativi sulla relazione fra disuguaglianze sociali e diseguaglianze di salute.

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Meno salute, meno lavoro

Reblogged from Scienza in Rete

Salute e lavoro. Su questo apre il corposo rapporto OCSE sulla salute 2016 Health at a Glance 2016. Fra i 50-59 enni europei, i malati cronici – dove con questo termine si intendono anche gli obesi e i forti fumatori – hanno tassi di disoccupazione considerevolmente più alti della media. Presentano inoltre una minore produttività, cioè più giorni di malattia rispetto agli altri, che si traduce in minori guadagni e – come insegna Michael Marmot nel suo ultimo libro – minor status.

I dati elaborati da OCSE provengono dal progetto SHARE (Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe), una banca dati multidisciplinare e transnazionale che copre 27 paesi, e che raccoglie dati sulla salute, sullo status socio-economico e sullele reti sociali e familiari di circa 123.000 individui di oltre 50 anni.

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