Fukushima 5 anni dopo

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Elevate concentrazioni di contaminanti riscontrate nelle nuove foglie di cedro e nei pollini, aumento delle anomalie nella crescita degli abeti, mutazioni ereditarie riscontrate nelle farfalle Zizeria maha, danni al DNA dei vermi nelle zone altamente contaminate e riduzione della fertilità nella rondine comune. Uno studio quadriennale ha rilevato inoltre una diminuzione della quantità di esemplari di 57 specie di uccelli nelle aree a maggiore esposizione, elevati livelli dell’isotopo di cesio nei pesci d’acqua dolce che poi vengono immessi in commercio e contaminazione radiologica degli estuari, che rappresentano uno degli ecosistemi più importanti del Giappone. Infatti, se è vero che gli effetti della contaminazione radioattiva sugli ecosistemi costieri e marini sono significativi, quelli sui bacini di acqua dolce sono ancora più evidenti. L’accumulo di cesio radioattivo in pesci d’acqua dolce dopo il disastro di Fukushima per esempio, è risultato circa 100 volte più elevato rispetto a quello che si è riscontrato nei pesci di mare.

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Una app per proteggerci da Zika? No. Ecco perché non è possibile replicare il caso Ebola

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Quando è scoppiata l’epidemia di Ebola in Africa, l’CDC (Centers for Disease Control and Prevention) aveva sviluppato una app che permetteva alle persone di condividere le informazioni su individui esposti al contagio. La domanda è quindi d’obbligo: una tecnologia come quella, fondata per esempio sulla possibilità digeolocalizzare i nuovi casi, potrà aiutarci a debellare anche Zika? Qualche giorno fa la prima risposta dell’CDC: a quanto pare no.

È un virus che appartiene alla famiglia dei Flaviviridae. Il nome deriva dal luogo in cui fu scoperto, nel 1947: la foresta di Zika in Uganda. Non si distingue particolarmente da altri virus come la febbre gialla e l’encefalite del Nilo occidentale e, in circa un quarto dei contagi, la malattia non prevede sintomi evidenti. Nei restanti casi, invece, i sintomi sono un alzamento forte della febbre, debolezza e dolori muscolari che si risolvono generalmente  entro 7 giorni. Nei casi più gravi, però, abbiamo anche congiuntivite e alcune manifestazioni cutanee evidenti.

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Cingolani ce l’ha fatta: parte Human Technopole

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Il grande progetto per un “Umanesimo” tecnologico italiano ha levato ufficialmente le ancore. Oggi a Milano il Premier Renzi presenta ufficialmente la versione definitiva di Human Technopole, che riceverà un finanziamento di circa 150 milioni di euro l’anno per 10 anni, e che sorgerà nei luoghi di Expo Milano, coinvolgendo 1.500 persone in 30 mila metri quadri di laboratori.

Il grande polo scientifico tecnologico milanese che si focalizzerà sulla comprensione della correlazione fra nutrizione, genomica, invecchiamento e aspettativa di vita, nella direzione di quella che viene definita “medicina di precisione”. L’obiettivo generale del progetto è infatti quello di utilizzare la genomica, i Big Data e le nuove tecniche di diagnostica per sviluppare approcci personalizzati, sia mediche sia nutrizionali, per affrontare in particolare tumori e malattie neurodegenerative. E per metter capo a nuovi approcci di nutraceutica e di biotecnologie applicate all’agricoltura.

Il progetto si propone di realizzare, ogni anno, circa 2.000 screening genomici di individui sani per la prevenzione di malattie; altri 2.000 screening genomici di paziente con tumori per mettere a punto una stratificazione e individualizzazione delle cure; infine 1.000 screening genomici post mortem di pazienti con malattie neurodegenerative e 1.000 screening di biomaracatori per scopi diagnostici.

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Da Melbourne arriva la prima spina dorsale bionica (lunga 3 cm)

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Nessuno scheletro artificiale, nessuna macchina ingombrante, ma solo un micro dispositivo impiantabile che permetterà alle persone che non possono camminare di cominciare a sperare. Un team di 39 neurologi e ingegneri ha messo a punto un device che si interfaccia con il cervello registrando l’attività neurale e collegandola agli arti, che possono essere arti bionici oppure esoscheletri. In altre parole invia gli ordini di movimento prodotti dal cervello a gambe e braccia.

Il lato innovativo di questa tecnologia è la sua bassissima invasività, dato che non richiede alcuna operazione al cervello, ma prevede solo un piccolo taglio sul collodel paziente. Si tratta infatti di un sensore di appena 3 cm di lunghezza pochi millimetri di diametro che viene impiantato nei vasi sanguigni vicino al cervello, e che come hanno dimostrato i primi risultati ottenuti in studi pre-clinici condotti su pecore e pubblicati su Nature Biotechnology, è in grado di registrare i segnali provenienti dalla corteccia cerebrale senza bisogno di operazioni al cervello.

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