L’israeliana uMoove cattura i movimenti oculari e secondo Forbes cambierà il mondo

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Forbes l’ha definita come una delle 10 “health tech” companies che cambieranno il mondo: si chiama uMoove ed è una startup israeliana fondata nel 2010, che commercia app per trasformare un semplice smartphone in un dispositivo di eye-tracking.Grazie a una serie di algoritmi, uMoove è in grado di catturare e analizzare i nostri movimenti oculari.

Le applicazioni di questa tecnologia sono molte, ed essa è attualmente concessa in licenza a decine di produttori di hardware e software per giochi, sistemi di pubblicità, applicazioni di realtà aumentata wearable. Al momento, secondo quanto si apprende dal loro sito web, sarebbero una ventina i brevetti depositati.
All’inizio del 2014 uMoove ha lanciato il primo gioco su App Store, che consente ai giocatori di controllare i loro movimenti muovendo semplicemente la testa. In altre parole l’avatar si dirige dove l’utente in quel momento sta guardando. Secondo quanto raccontato dal giornale GeekTime nel gennaio 2014, uMoove avrebbe usufruito di un finanziamento di un milione di dollari.

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Malattie non trasmissibili: ecco gli obiettivi per il 2025

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Nel 2012 le cosiddette malattie non trasmissibili (NCD), come cancro, diabete o malattie cardiocircolatorie, hanno mietuto 38 milioni di vittime, il 68% di tutte le morti registrate nel mondo nello stesso anno. Fra queste, 16 milioni le persone con meno di 70 anni e oltre l’80%, nei paesi poveri. A riportare questi dati è l’Organizzazione mondiale della sanità, all’interno del Global Status Report on noncommunicable diseases 2014, pubblicato di recente, che presenta i numeri delle NCD su scala mondiale e propone nove obiettivi che è necessario perseguire da qui al 2025.

PREMESSA: NOI RICCHI CE LA PASSIAMO DAVVERO MEGLIO?

Guardando i dati ci rendiamo conto che vi è un’importante distinzione preliminare da fare: quella fra i numeri della mortalità, che evidenziano senza mezzi termini la più banale delle intuizioni, e cioè che più un paese è povero, meno strumenti ha per far fronte anche all’assistenza sanitaria più semplice; e i dati invece che raccontano i diversi stili di vita degli abitanti del pianeta. Riguardo a questi ultimi, che comprendono per esempio il consumo di alcol, il fumo e l’alimentazione, il binomio “ricco è bene” va decisamente rivisto. In altre parole, i dati sulla mortalità non raccontano solo l’incidenza della malattia, ma anche la presenza o l’assenza di misure sanitarie adeguate a gestirla. Diverso è invece considerare la prevalenza di una patologia come per esempio il cancro, o stimare il numero di obesi o fumatori in percentuale sulla popolazione.
In molti casi non è nemmeno semplice classificare in maniera univoca se un paese è ricco o povero. A questo proposito l’OMS fa propria la definizione della World Bank, che il 1 luglio di ogni anno calibra i parametri quantitativi che identificano un paese rispettivamente come “high income”, con un RNL superiore a 12,7 dollari per persona, “low income”, con un RNL inferiore a 1 dollaro pro capite, e fra questi estremi “upper-middle income” e “low-middle income”.
Secondo questa classifica, i paesi considerati “ricchi”, fra cui figura l’Italia, per quanto mostrino un bassa probabilità di morire di NCD prematuramente, cioè fra i 30 e i 70 anni di età, stanno decisamente peggio se si osserva l’incidenza di alcol e fumo o la pressione sanguigna, in media molto più elevata nei paesi ricchi.

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Salute, ecco cosa cambierà con la legge di Stabilità 2015

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È notizia di questi giorni: secondo la Corte dei conti, senza importanti investimenti nel comparto sanitario, soprattutto per quanto riguarda l’assistenza domiciliare e territoriale, sarebbero a rischio addirittura i Lea, i Livelli essenziali di assistenza, in particolare nelle regioni del Sud. Risparmiare infatti non basta: è necessario – afferma la corte dei conti – reinvestire questi risparmi per riassorbire definitivamente il deficit.

A questo proposito la legge di Stabilità per il triennio 2015-2017, che ha visto la luce in Gazzetta ufficiale il 29 dicembre scorso, contiene molti punti che riguardano proprio l’ambito sanitario, dai contributi alle vittime da amianto ai finanziamenti per il potenziamento della salute pubblica. Un impegno ancora certamente sulla carta e non certo banale, dal momento che implica il dispiegamento e il coordinamento di molte forze in gioco, dai ministeri, all’Aifa, ad Agenas, solo per citarne alcuni.

Ecco le principali disposizioni.

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Farmaci, 3 milioni di italiani non possono permetterseli

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La povertà in Italia cresce e con lei il bisogno di assistenza, cure, farmaci. I medicinali però costano, e il Sistema Sanitario Nazionale ne passa solo alcune tipologie. Sono più di 3 milioni gli italiani che non riescono a permettersi i farmaci di cui hanno bisogno, ed è sempre di più chi anno dopo anno ricorre al Banco Farmaceutico, che oggi comprende circa 1600 enti territoriali di assistenza, e che solo nei primi sei mesi del 2014 ha aiutato 400 mila persone. Poche in realtà, se pensiamo che i poveri potenziali in Italia sarebbero 6 milioni. Solo nell’ultimo anno il numero di persone che non riescono ad acquistare i medicinali di cui hanno bisogno è cresciuto del 3,8%, e il 40% è composto da italiani.

La buona notizia è dunque che se la coperta rappresentata dal sistema sanitario non riesce a coprire i piedi di un’Italia sempre più povera, una rete di mutuo aiuto c’è e macina numeri sempre maggiori, come racconta il rapporto “Donare per curare”dell’Osservatorio sulla Donazione dei Farmaci del Banco Farmaceutico Onlus in collaborazione con Acli Caritas Nazionale.

Una povertà che pesa anche sulla salute

Dal 2007 al 2013, raccontano i dati Istat, la povertà assoluta è cresciuta di circa il 93%, e oggi interessa l’8% della popolazione, ovvero oltre 6 milioni di persone. Le famiglie povere sono passate da 1725 nel 2012 a 2028 nel 2013 e spendono parecchio di meno in cure sanitarie rispetto alle famiglie non povere. Nel 2012 una famiglia povera spendeva in media 15 euro al mese per i medicinali, a fronte dei 93 euro medi delle famiglie non povere. Il 50% di quelli che usufruiscono dei servizi di enti caritatevoli richiede solo l’accesso ai farmaci che non riesce ad acquistare, un quarto del totale assistenza sanitaria e solo il rimanente quarto entrambe le cose.

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