AMS Prize to Bottazzini: “History of mathematics is modern”

Reblogged from Science on the Net

Another international scientific award that speaks Italian. Umberto Bottazzini, Full Professor at the University of Milan and Fellow of the American Mathematical Society, was recently awarded the 2015 Whiteman Prize “For His many works in the history of mathematics, notably on the rise of modern mathematics in Italy and on analysis in the 19th and early 20th centuries.”

His activity concerning history of mathematics is wide and varied, both as a researcher and as a communicator. We interviewed Professor Bottazzini on what it means to study history of mathematics today and what are the most important paths to be covered. The answer he has given to us is simple: nowadays the history of mathematics should serve first of all to the mathematicians themselves, and to do this it is necessary to especially focus on the mathematics of the last two centuries, which is not yet studied enough.

Although they have been very wide, in fact, Bottazzini’s studies have always followed a precise direction: “history must serve primarily to the present, and possibly to the future.” An idea that has been translated over the years into the choice to focus on the mathematics developed after the French Revolution, in particular on the history of real and complex analysis. “If you take any book concerning the history of mathematics, you realize it has a ‘pyramidal structure’ (with very rare exceptions): a wide base devoted to the mathematics in the Antiquity, the works of Euclid, Apollonius and Archimedes. Conversely, as the centuries pass, the pages dedicated to the most recent contributions are always less. I believe that we must reverse the pyramid and investigate what happened in the last centuries, for instance since Napoleonic age.”

Read More

Pubblicità

Ottant’anni di falsificazione

Reblogged from Scienza in Rete

Nella prefazione all’edizione Einaudi della Logica della scoperta scientifica, il filosofo della scienza Giulio Giorello definisce Karl Popper un “buon soldato” riprendendo la storia, già citata dallo stesso Popper, di quel soldato che scoprì che tutto il suo battaglione tranne lui non marciava al passo. Un soldato – dice Giorello – che non marcia con gli altri.

Quest’anno ricorrono gli 80 anni esatti dalla pubblicazione a Vienna della più celebre tra le opere popperiane, e i 40 anni della sua Autobiografia intellettuale, che hanno rappresentato, specie la prima delle due, un giro di volta nella filosofia della scienza. Un volume corposo la Logik der Forschung che include le principali tesi popperiane, poi riviste in opere successive come il celebre Poscritto, primo fra tutte quello che passerà alla storia come falsificazionismo.
La Logica della scoperta scientifica non ci interessa oggi dopo 80 anni dalla sua pubblicazione come opera innovativa: la filosofia della scienza successiva di Imre Lakatos e Paul Feyerabend solo per citarne alcuni esempi, ha messo in evidenza i limiti e le debolezze di questo sistema. Rimane al contrario un esempio folgorante per chi riflette non solo sui risultati della scienza ma sul suo procedere, di rivoluzione del modo di concepire il problema della conoscenza, dell’episteme, cioè per l’epistemologia.
L’epistemologia per Popper è infatti teoria del metodo; detto in altri termini, porsi la domanda “come l’uomo conosce” significa interrogarsi sul metodo attraverso cui quella che definiamo conoscenza procede.
“È un errore enorme teorizzare a vuoto. Senza accorgersene, si comincia a deformare i fatti per adattarli alle teorie, anziché il viceversa.” A pronunciare questa frase non fu un filosofo della scienza, ma uno dei più celebri investigatori mai tratteggiati da una mente umana: Sherlock Holmes, anche se questo pensiero potrebbe essere attribuito senza sforzo al filosofo viennese.
Il compito della logica della conoscenza – spiega Popper – è quello di fornire un’analisi logica di questa procedura, ovvero analizzare il metodo delle scienza empiriche. Insomma, la teoria della conoscenza è teoria dell’esperienza.
Il che non è affatto banale se pensiamo a qual era il pensiero filosofico dominante nei primi anni Trenta del secolo scorso, ovvero il Neopositivismo del Circolo di Vienna, secondo cui la logica dell’induzione rappresentava lo strumento conoscitivo per eccellenza.

Read more