«Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo» di Emmanuel Levinas

IMG_20180726_155420_BURST002.jpgCondivido qui l’incipit di questo piccolo libro, inteteressantissimo, che è «Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo» scritto dal grande filosofo Emmanuel Levinas, e che ho riletto in questi giorni (Quodlibet, lo trovate qui, con una prefazione nientemeno che di Giorgio Agamben).

Questo articolo è apparso in “Esprit”, rivista del cattolicesimo progressista d’avanguardia, nel 1934, pressappoco all’indomani dell’arrivo di Hitler al potere.

«La filosofia di Hitler è rudimentale. Ma le potenze primordiali che vi si consumano fanno esplodere la fraseologia miserabile sotto la spinta di una forza elementare. Destano la nostalgia segreta dell’animo tedesco. Ben più di un contagio o una follia, l’hitlerismo è un risveglio di sentimenti elementari.

Ma allora, spaventosamente pericoloso, diventa filosoficamente interessante. Perchè i sentimenti elementari racchiudono una filosofia; esprimono la prima attitudine di un animo di fronte all’insieme del reale e al suo destino. Predeterminano e prefigurano il senso della sua avventura nel mondo.

Così la filosofia dell’hitlerismo va ben oltre la filosofia degli hitleriani. pone in questione i principi stessi di una civiltà. Il conflitto non si gioca solamente tra il liberalismo e l’hitlerismo. Il cristianesimo stesso è minacciato, malgrado le precauzioni o i concordati di cui si avvalgono le chiese cristiane dall’avvento del regime.

Ma non basta distinguere, come certi giornalisti l’universalismo cristiano dal settarismo razzista: una contraddizione logica non potrebbe giudicare un avvenimento concreto. Il significato di una contraddizione logica che oppone due correnti di idee non appare pienamente se non la si riconduce alla fonte, all’intuizione, alla decisione originale che le rende possibili. È in questo spirito che esporremo qui alcune riflessioni.»

 

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«L’innominabile attuale» di Roberto Calasso

Finalmente. Finalmente. Finalmente.

Forse è una condanna per chi negli anni della formazione liceale e universitaria ha studiato il pensiero dei Grandi del passato, quelli che hanno dato nome e corpo a correnti di pensiero, non trovare oggi altrettanta profondità nel pensiero sull’attualità. Io spesso mi chiedo (certo, fra le letture che ho fatto finora): ma come è possibile che ci siano studiosi che pubblicano cose così mirabili sul passato, mentre rarissimi sono coloro che si mettono in gioco allo stesso livello sul presente? Vedo, più spesso, da una parte gli entusiasti a priori verso qualsiasi progresso, dall’altra i disfattisti che urlano ai ragazzi di mettere via quel benedetto cellulare. Quasi mai si usano gli strumenti della filosofia per discutere i fondamenti del pensiero di fondo, ci si inoltra nel sottosuolo, che è ben al di sotto dei singoli eventi storici. Pochi tentano il passaggio dal discreto al continuo.

Ecco, L’Innominabile attuale di Roberto Calasso (Adelphi, 2017) è qualcosa che cercavo da diverso tempo. Una riflessione profonda sul fondamento degli eventi che ci scuotono oggi. Senza fare accostamenti forzati, penso sia come aver letto Sartre negli anni Sessanta e Settanta, mentre fuori dalla finestra quelle categorie da lui tracciate stavano prendendo forma. Oggi quello che possiamo intravedere fuori dalla finestra, o meglio, nella home di Facebook, è proprio Homo saecularis come lo racconta Calasso, alfiere della democrazia formale.

Calasso sceglie due modi per dipingere l’oggi – ed è geniale secondo me questa scissione. La prima metà del libro contiene le sue considerazioni su diversi aspetti dell’attualità. Qui parla lui, mentre nella seconda metà l’autore sparisce dietro il sipario, lasciando spazio ai personaggi veri vissuti fra il 1933 e il 1945 in Germania, attraverso spezzoni di lettere, scritti, diari. Uno zibaldone che letto nella sua interezza diventa la più organica delle opere e la scelta di questo specifico periodo per parlare di attualità è già di per sé il nocciolo della narrazione.

Credo valga davvero la pena ripartire dalle considerazioni di Calasso, anche per noi giornalisti, per noi che cerchiamo di stare online in maniera sensata e positiva.

Frasi che mi sono segnata:

Ci si può credere se la società secolare è una società che crede in qualcosa, oltre che in se stessa.

La meraviglia della democrazia sta nel suo essere vuota, senza contenuto. È una dottrina per la quale è essenziale la regola, prima ancora di ciò che la regola prescrive. E il pericolo è che questo carattere essenziale della democrazia possa essere considerato troppo astratto per suscitare rispetto e ammirazione.

All’opposto dell’uomo vedico. che nasceva gravato da quattro debili, verso gli dei, verso gli antenati e verso gli uomini in genere, Homo saecularis non deve nulla a nessuno. Sta per sé. Non ha nulla dietro, se non ciò che fa.

E venne il momento in cui i secolaristi si ribellarono. Si accorsero che non erano soli. E che non occupavano tutto il mondo. Le procedure si applicavano ovunque, ma is ecologisti vivevano solo in una certa parte del pianeta – e neppure la maggior parte. Si sentirono improvvisamente assediati da stranieri, che chiamavano migranti. I quali volevano usare le loro procedure, ma continuavano a guardarli con l’occhio infido di chi si sente altrove.

Il secolarismo si definisce per va negativa, in quanto ignora e esclude da sé ciò che è il divino, il sacro, gli dei o l’unico dio. Una volta compiuta questa rescissione, tutto può essere incluso nel secolarismo.Ma se c’è una sua forma eminente, che si distingue e vuole distinguersi nettamente da ogni altra. è il secolarismo umanista, una modalità del pensiero che tiene ai propri principi non meno delle religioni che l’hanno preceduta.

Homo saecularis è un raffinato e complicato prodotto dell’evoluzione e della storia. Ma ciò non vuol dire che sappia chi è né che cos’è il mondo davanti a lui.

Il mondo secolare ignora la grazia, ma continua a sentire un acuto bisogno di salvarsi. E l’unica altra via è quella dei meriti, che vanno dall’educazione di bambini nativi al salvataggio delle tartarughe e culminano in una donazione. Così si eviterà l’imbarazzo dell’elemosina, data a ignoti. Mentre ora la donazione è destinata a nativi che si conoscono. Tutto deve essere significativo. Altrimenti il puro svago, a cui però viene comunque dedicata una parte del viaggio, risulterebbe squilibrati, riprovevole e insapore.

A distanza di un secolo esatto si è passati dal dadaismo al dadaismo, da Dada a Big Data. […] Evidentemente c’è qualcuno che agogna una nuova religione e su sente appagato se gli viene detto che il valore supremo di questa nuova religione è il “flusso di informazione”.

Oggi avere potere significa sapere cosa ignorare. È una glossa a un nuovo Machiavelli – e come tale va presa sul serio.

Contrabbandare elementi di ciò che si è venuti a sapere in seguito insinuandoli nella descrizione dello stato mentale delle persone in un periodo precedente è per gli scrittori una tentazione frequente q cui dovrebbe resistere.

La domanda usuale è se gli uomini al potere sono altrettanto sinceri quanto la massa che a loro sottostà.

Stranieri residenti. Per una filosofia della migrazione

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“Porta di Lampedusa — Porta d’Europa” Un monumento per i migranti deceduti e dispersi in mare di Mimmo Paladino (Flickr: Vito Manzari)

«A essere chiamata in causa è la filosofia, il cui compito è decostruire l’ovvietà, far implodere ciò che pretende di essere normativo e che ricorre alla forza del diritto per ammantarsi di legittimità». Questo è il solco entro cui si snoda “Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione” (Bollati Boringhieri, 2017) scritto da Donatella Di Cesare, filosofa, docente di Filosofia teoretica all’Università “La Sapienza” di Roma.

Un libro prima di tutto politico, e in questo senso filosofico, che ha come punto di partenza il fatto che la migrazione non è una “questione” da risolvere ma un’epica che accade e con cui siamo chiamati a confrontarci. Un fenomeno che richiede uno sguardo che sappia andare oltre la “logica dei flussi”, per porsi invece come ridefinizione semantica delle categorie linguistiche e politiche a cui siamo abituati. “Per inquadrare il fenomeno delle migrazioni oggi risultano fuorvianti sia i parametri statistico-quantitativi, che i canoni socio-economici. È tempo — chiosa l’autrice — di una prospettiva politico-esistenziale” tramite cui osservare prima ancora di catalogare.

Il migrante è colui che ci minaccia nella misura in cui “smaschera lo stato” per usare una felice espressione dell’autrice, perché accoglierlo prevede un’implicita decostruzione del concetto di stato-nazione e di tutta la sua iconografia, fondata da millenni sul diritto all’appartenenza geografica.

Il primo e più immediato motivo per cui questo testo è necessario è che non esiste ancora una filosofia della migrazione vera e propria — spiega Di Cesare — nonostante le premesse promettenti dell’ultimo secolo: dalla fenomenologia di Husserl, al pensiero di Hannah Arendt, a partire da quel saggio We Refugees dato alle stampe nel 1943, fino a Derrida, il cui approccio decostruttivo pare in qualche modo assunto come metodo strutturale.

Il solco entro cui si può muovere una filosofia delle migrazioni è quello di una fenomenologia dell’alterità. Anche se l’autrice non li nomina mai esplicitamente, sembrano percepirsi le trame di quella filosofia dell’empatia che connette Max Scheler ed Edith Stein, secondo cui l’emergere della propria individualità e di quella dell’altro avvengono contemporaneamente.

Tuttavia, leggendo i contributi della storia della filosofia più o meno recente in merito, si ha appunto l’impressione di avere davanti tante case ormai abitate, a cui manca però l’ultimo piano, che finisce per rimanere abbozzato, come nude strutture metalliche che si proiettano verso l’alto.

L’ultimo passaggio, quello che manca per tradurre i traguardi della fenomenologia dell’alterità in una filosofia della migrazione, è quello che si propone di compiere l’autrice, proponendo “una fenomenologia che senza cedere alla volontà di affermare, dominare, addomesticare lo straniero, neutralizzandone la carica esplosiva, si limiti a indicarne il luogo, una vera topografia che finisce per rivelarsi anche una topologia.” Il luogo, il suolo. Qui sta la dirompenza di questa nuova epica, che ci costringe a ripensare il nostro millenario rapporto con la terra lungo due direttive: da un lato come concepiamo la nostra identità in relazione al possesso di suolo; dall’altro il significato di sentirsi comunità.

Accettare di non poter scegliere con chi coabitare e accettare di non avere il diritto di pretendere questo diritto implica di re-imparare ad abitare e a co-abitare. “Dobbiamo svincolare l’abitare dall’avere — spiega l’autrice — […] sciogliendo il nesso cruciale e millenario fra nazione, suolo e monopolio.” Insomma, si tratta di mettere in discussione i pilastri ideologici su cui abbiamo fondato la nostra “democrazia” occidentale, basati sul fraintendimento fra diritto all’appartenenza, che pianta le sue radici nella democrazia ateniese, e diritto alla partecipazione.

La svolta — scrive l’autrice — non la scelta fra ius soli ius sanguinis, ora fulcro del dibattito politico in Italia, poiché sono entrambi criteri di appartenenza, che prevedono per definizione la presenza di “candidati” all’inclusione e di valutatori. Si tratta di concetti zavorra ereditati secondo l’autrice dalla polis ateniese, chiusa ed escludente nei confronti dello straniero.

Atene è uno dei tre modelli storici di cittadinanza assunti dall’autrice, accanto all’Impero Romano, fondatore della cittadinanza giuridica indipendente dal luogo di nascita, e infine al mondo ebraico, dove emerge la figura di Rut la moabita, l’estranea per eccellenza, la gher, la straniera residente, discendente delle figlie di Lot, e quindi figlia bastarda di figli bastardi, ma per questo origine della stirpe di Davide.

Rut è storicamente l’emblema del gher, di “colui che abita”, il luogo dove la cittadinanza coincide (finalmente) con l’ospitalità. Ed è un luogo che non presuppone i confini dello stato-nazione come fondativi di un’identità comunitaria.

Bansky, Calais Jungle http://www.ufunk.net/en/artistes/banksy-calais-migrants/

È ben evidente l’afflato anarchico, quasi utopistico, di una rivoluzione anzitutto linguistica che stando alla situazione attuale, ben esemplificata dagli haters che popolano il web e dalla difficoltà di dialogare su questioni complesse, sembra essere ancora molto lontana. Anarchico deve iniziare a essere il nostro sguardo — spiega Di Cesare — così come anarchiche sono le rotte di chi viene dal mare, che cercano di trapassare le frontiere nazionali, già rese instabili dalla globalizzazione. Eppure nel mondo reale aumentano i muri, a partire da quelli fisici. Siamo di fronte al naufragio della filosofia dell’alterità, se l’Altro in questione arriva su di un barcone.

Per questo l’immenso pregio di questo libro è averci obbligato a mettere alla prova i risultati della nostra filosofia di fronte a un’epica che mette in discussione la nostra millenaria storia delle idee e le strutture politiche basate sul possesso di suolo.

E in questo senso i versi di quest’epica si rivolgono a noi come un richiamo che proviene da queste rotte anarchiche e sembrano riecheggiare il passo del Libro di Isaia «Sentinella, a che punto è giunta la notte? Sentinella, a che punto è giunta la notte?». La sentinella risponde: «Vien la mattina, poi anche la notte. Se volete interrogare, interrogate pure; ritornate, venite».

@CristinaDaRold

Scienza e religione: prove tecniche di intesa

Reblogged from Scienza in Rete

Che un gruppo di eminenti scienziati ed ecclesiastici si ritrovi per confrontarsi sull’evoluzione del dialogo fra scienza e religione è un evento raro, ma che era nell’aria. Non a caso, più di un anno fa Giuseppe Remuzzi e Richard Horton avevano auspicato dalle pagine di Lancet – e di scienzainrete – una ripresa del dialogo fra scienza e religione dopo il segnale di grande attenzione verso le potenzialità della ricerca scientifica lanciato da Papa Francesco con l’Enciclica “Laudato si'”.

Ed ecco che l’incontro proposto in quella occasione ha finalmente avuto luogo pochi giorni fa presso il Nobile Collegio Farmaceutico con il titolo The Future of Humanity through the Lens of Medical Science: Rewriting the Contract. A 400 anni dal processo di Galileo si ritenta quindi un dialogo per provare a dirimere le attuali controversie etiche poste dalla scienza. Insomma, nientemeno che la domanda delle domande, cui hanno cercato di rispondere, fra gli altri, gli stessi Richard Horton e Giuseppe Remuzzi, il Cardinale Gianfranco Ravasi, i Premi Nobel Eric Chivian e Mario Capecchi, la senatrice Elena Cattaneo e Silvio Garattini dell’Istituto Mario Negri.

Già nel 1927, all’indomani del Quinto Congresso Solvay che consacrò la meccanica quantistica, Bohr, Heisenberg e colleghi discutevano animatamente sul dialogo fra scienza e religione in un mondo che la scienza si accingeva a cambiare, come racconta dettagliatamente lo stesso Heisenberg in un suo scritto raccolto in “Fisica e oltre” (qui). Novant’anni dopo abbiamo assistito alle drammatiche conseguenze di alcune applicazioni della scienza. La ricerca progredisce ponendo nuovi dilemmi morali, ma offrendo anche nuove soluzioni ad alcune emergenze contemporanee. Parliamo per esempio delle conseguenze dei cambiamenti climatici, degli sviluppi possibili dell’editing genetico, e dell’intelligenza artificiale per le generazioni future.

Il convegno si è strutturato intorno a quattro perni principali. Si è iniziato parlando dei cambiamenti climatici e delle conseguenze sulla vita dell’uomo, dalle cosiddette “migrazioni ambientali” ai numerosi problemi di salute per la popolazione, fra la globalizzazione delle nuove malattie infettive e l’incidenza crescente della multicronicità, che da un lato è fisiologica, dovuta all’invecchiamento della popolazione, dall’altro è gravata dall’inquinamento. Un dato su tutti per esempio – messo in luce da John Sweeney – è il seguente: se la temperatura dovesse aumentare di 1,5 gradi centigradi nei prossimi decenni, il 40% delle città del mondo sarebbe da considerarsi “stressed”; se i gradi in più dovessero essere 4, allora sarebbe l’80% delle zone urbane del mondo a dover convivere – troppo tardi – con le conseguenze dei nostri errori.

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