When excellence comes home

Reblogged from Science on the Net

Two aspects remain etched firmly after a talk with Andrea Lunardi and Graziano Martello, two “made in Italy” brains that have decided to return to work in Italy after years of research abroad. First, go abroad tout courtis not an essential step; the difference is choosing centres of excellence abroad. Second: a PhD in Italy is a great resource, not to be missed, as long as you choose a good group to work with.

These two young men, 43 years old Lunardi and 34 years old Martello, are certainly not the rule in our country. Two researchers that decide to bring their skills in Italy thanks to two grants from a private foundation, the Armenise Foundation, plus a Telethon grant for Martello, after spending years in centers of excellence worldwide, Lunardi at Harvard Medical School and Martello at the University of Cambridge.

Let us start from the end. What is the focus of your researches and why did you decide to come back?

AL: I am a biologist and in recent years I was involved in research on cancer, particularly prostate cancer, under the lead of Pier Paolo Pandolfi, Director of the Cancer Research Institute at the Beth Israel deaconess Medical Center and Harvard Medical School of Boston. Together with a team of American colleagues, I developed the Co-Clinical Trial Approach, a new translational platform based on the enrollment of faithful genetically engineered mouse models of human tumors in specific treatments that perfectly mirror the clinical trial in human patients. I worked in the United States for years, knowing that I would be back in Italy after a few years, and now I had the opportunity to do so, bringing in my country the skills acquired in a center of excellence like the Harvard Medical School. I then tried to obtain funding and I won the Armenise scholarship, which allowed me to come back. Trento seemed to be the best destination for me at the moment, since it is a dynamic reality that is recruiting many new resources focusing on quality.

GM: My research combines experimental and computational methods to understand what controls the behavior of embryonic stem cells. I decided to return to Italy after four years in Cambridge because it was my desire since I started my activity abroad, and I think that if you want to return, once arrived at a certain moment you should try.  I was very lucky because I had the opportunity to go back to the University where I studied, which is an excellent research center at both Italian and international level. The funding I have obtained have been obviously fundamental: I got both the Armenise and the Telethon Scholarships, which will cover my project for five years.

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Tina Modotti: a Torino fino al 5 ottobre

Reblogged from PJ Magazine

Quando si pensa agli albori della fotografia, spesso la memoria va ai sassosi squarci di vita quotidiana dell’Italia del sud resi immortali da Henri Cartier Bresson, oppure ai baci postbellici parigini firmati da Robert Doisneau.  Lo sviluppo dell’arte della fotografia nella prima metà del secolo scorso però non è solo Europa, e non è solo Francia. È anche i ritratti di intensa ed emblematica rassegnazione di Frida Kalho o gli spaccati di vita levigata delle donne del Centro America raccontati da Tina Modotti (1896-1942), attrice e insieme fotografa e musa italiana, indubbiamente tra le figure femminili più interessanti della prima metà del Novecento.

Per raccontare l’artista si è aperta il 1 maggio e sarà visitabile fino al 5 ottobre 2014 nelle sale di Palazzo Madama a Torino TINA MODOTTI. Perché non muore il fuoco, una retrospettiva dedicata alla storia e alle opere dell’artista udinese naturalizzata messicana. La mostra nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Torino Musei, l’associazione culturale Cinema Zero e la casa editrice Silvana Editoriale.

“Ogni volta che si usano le parole ‘arte’ o ‘artista’ in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sensazione sgradevole dovuta senza dubbio al cattivo impiego che si fa di tali termini. Mi considero una fotografa, e niente altro […] io cerco di produrre non arte, ma oneste fotografie, senza distorsioni o manipolazioni”

scriverà la Modotti di se stessa nello scritto Sulla fotografia. Una percezione molto pratica del proprio lavoro, quasi realista, forse proprio perché fin da giovane la sua vita fu dura, segnata dall’emigrazione, prima in Austria, poi il rientro a Udine, dove ancora dodicenne Tina lavorerà come operaia in una filanda, fino alla definitiva emigrazione in America, per raggiungere il padre a San Francisco. Qui la Modotti si guadagna da vivere lavorando come tessitrice e calcando qualche scena nei teatri della zona, oltre che aiutare lo zio in un piccolo studio fotografico, fino a quando conosce il pittore Roubaix “Robo” de l’Abrie Richey, che la porta con sé a Los Angeles. Tina ha solo 22 anni e scopre il cinema, diventando Jean Ogilvie, la fidanzata messicana di un facoltoso uomo d’affari in The Tiger’s coat, che nel novembre 1920 riempirà le sale hollywoodiane. Ma la bellezza esotica della Modotti non tarderà quindi a colpire il fotografo Edward Weston, di cui Tina diventa presto musa, compagna e collaboratrice.

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Un “GPS” per ricostruire il nostro albero genealogico

Reblogged from PJ Magazine

“Ho trovato compagni trovando me stesso” scriveva Cesare Pavese nella poesia Antenati.

Probabilmente Pavese non avrebbe pensato che questo suo verso così evocativo potesse ottant’anni dopo rivelarsi così calzante per introdurre una nuova frontiera in campo scientifico.

Oggi invece nuovi risultati sembrano dimostrare che proprio guardando in quello che forse è l’antro più intimo e caratterizzante di noi stessi, cioè il nostro profilo genetico, l’uomo potrebbe riuscire a trovare le sue origini fino a oltre 1000 anni fa e in questo modo rintracciare i suoi compagni “biologici”.

La ricerca di un metodo che utilizzi informazioni biologiche per prevedere il luogo di origine di un essere umano ha occupato gli scienziati per secoli. In particolare dopo la scoperta del DNA, numerosi ricercatori hanno continuato a studiare il problema attraverso l’analisi dei dati genetici, anche se con scarso successo.

Oggi però uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Communication, sembra aprire la strada a nuove possibilità, grazie a un test in grado di analizzare il DNA degli individui di una popolazione e confrontarlo con le aree geografiche in cui questo popolo ha vissuto, fino a raggiungere, nella migliore delle ipotesi, addirittura il villaggio originario di provenienza.

Secondo lo studio la percentuale di successo si attesterebbe intorno all’80%, con picchi maggiori nel caso delle popolazioni del Sud Est Asiatico.

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