I migranti? Non portano malattie, ma sono traumatizzati. Il problema è la salute mentale

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Sono oltre 500 mila le persone sbarcate sulle coste italiane negli ultimi anni: 170 mila nel 2014, 154 mila nel 2015 e 170 mila circa nel 2016. Una cifra che corrisponde, grosso modo, agli abitanti di una città come Genova, anche se per una grossa fetta di coloro che arrivano nel nostro Paese l’Italia è solo un paese di passaggio.

C’è chi ha parlato addirittura di “sesto continente” riferendosi ai movimenti migratori, volontari e non, che interessano l’intero pianeta; anche se nel caso italiano più che a un sesto continente siamo di fronte alla Terra dei fraintendimenti. Il più grave, quello per cui la vulnerabilità sanitaria dei migranti viene interpretata come un problema che può mettere a repentaglio la salute degli autoctoni.

“Il vero problema che dobbiamo affrontare oggi riguardo alla salute di chi sbarca sulle nostre coste non è rappresentato dalle gravi malattie infettive e diffusive, la cui incidenza è assai contenuta per il fenomeno del “migrante sano” ormai ampiamente dimostrato dai dati, ma dal disagio psicologico di queste persone” spiega all’Espresso Giovanni Baglio, epidemiologo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM).

“Dal punto di vista della salute mentale, l’effetto migrante sano tende a esaurirsi rapidamente, già prima dell’arrivo, a seguito delle condizioni spesso estreme in cui il percorso migratorio si compie: coloro che arrivano, donne, uomini e bambini, sono estremamente vulnerabili e manifestano forme reattive quali depressione, disturbi di adattamento, disordini post-traumatici da stress, stati d’ansia”.

Non si tratta di nascondersi dietro a un dito, di spostare l’attenzione da un problema a uno pseudoproblema, come sottolinea nientemeno che il prestigioso Karolinska Insitutet svedese sulle pagine dell’altrettanto prestigiosa rivista Nature , dove gli esperti hanno affermato senza mezzi termini che “I paesi ospitanti devono affrontare i livelli elevati di disordini della salute mentale nei migranti, nell’ottica di far sì che essi si integrino il meglio possibile”.

Mentre nel nostro paese si fa politica intorno alle millantate conseguenze epidemiologiche dell’accoglienza, il focus sulla salute mentale è entrato oramai a pieno titolo nelle agende internazionali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità per esempio ha dedicato la giornata mondiale della salute 2017 proprio alla salute mentale, anche in relazione al fenomeno delle migrazioni. Tuttavia, una primo passo l’abbiamo fatto anche in Italia: il 3 aprile scorso sono state pubblicate in Gazzetta Ufficiale  le Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale

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Fa bene camminare in un ambiente sano

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Ognuno di noi almeno una volta avrà pensato di iniziare ad andare al lavoro a piedi o in bicicletta per guadagnare in termini di salute, e alcuni magari sono anche riusciti a cambiare abitudini.Recentemente, anche le città si stanno attrezzando, incentivando anche economicamente chi sceglie la bici e lascia a casa l’auto, come è successo per esempio a Milano e a Torino. Parola d’ordine: mobilità sostenibile. Ma ci guadagniamo davvero in salute, e in che termini? È cosa nota infatti, che mezz’ora di camminata al giorno, anche una semplice passeggiata, ci può regalare fino a tre anni di vita in più. Un guadagno non solo in termini di perdita di peso corporeo – anche se l’obesità è un accertato fattore di rischio per le malattie cardiache, respiratorie e per i tumori – ma di qualità della vita, dal punto di vista relazionale e sociale, come ampiamente dimostrato in letteratura.

Camminare tuttavia non basta, bisogna camminare in luoghi salubri, dove il rischio di inalazioni dannose per l’organismo, come per esempio l’inquinamento atmosferico da smog, non vada ad azzerare gli effetti positivi dell’attività fisica. O addirittura, a peggiorare le condizioni di salute di chi va a piedi o in bicicletta rispetto a chi prende l’auto. Sempre secondo i dati pubblicati dall’OMS qualche mese fa, solo meno di un individuo su dieci al mondo respira un’aria che rispetta le più recenti linee guida in materia di inquinamento da PM10 e PM2,5, e sarebbero oltre 3 milioni le morti (dato 2012) dovute a malattie croniche riconducibili all’inquinamento ambientale, aria compresa.

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