Rapporto GreenItaly 2016: in aumento le imprese “verdi”

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Il quadro che emerge dal rapporto GreenItaly 2016, redatto da Unioncamere e dalla Fondazione Symbola, giunto oramai alla settima edizione, è complessivamente positivo. Un’impresa su 4 dal 2010 al 2015 (il 26% del totale) ha investito in tecnologie green (o intende farlo nel 2016) per ridurre l’impatto ambientale, per il risparmio energetico e per una riduzione di CO2. Un terzo dell’industria manifatturiera (con particolare impeto – si legge – nell’industria petrolchimica e della gomma e plastica – e un quarto delle imprese di costruzioni). 134 mila imprese (il 9,3% del totale) dichiara di voler investire nel 2016, anche se a ben vedere si tratta di un trend in crescita dal 2013, ma in calo rispetto al 2011.

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Quanto costa all’Africa l’inquinamento dell’aria? Più vite della malnutrizione

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Se nel secolo scorso una delle piaghe più grandi del Continente africano, che causava la morte prematura di civili era la malnutrizione, oggi questa piaga si chiama inquinamento atmosferico. L’inquinamento dell’aria uccide oggi in Africa più dell’acqua contaminata e più della malnutrizione, secondo quanto riporta un working paper pubblicato in questi giorni dall’OCSE dal titolo – appunto – The cost of air pollution in Africa. 712mila vite perse e 364 miliardi di costo economico, che potrebbe trasformarsi, secondo gli autori, in una vera e propria crisi sanitaria e climatica non dissimile alla situazione drammatica di Cina e India. Secondo le stime, sarebbero invece 542mila le morti premature attribuibili all’acqua contaminata, 275mila quelle legate alla malnutrizione e 391mila quelle dovute a condizioni igienic-sanitarie precarie.
Una mortalità figlia del progresso, potremmo dire, di un progresso che non tiene conto del proprio impatto sulla salute pubblica, dal momento che i paesi dove si muore di più sono quelli al momento maggiormente in crescita, a livello economico.

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Medicina: quegli eventi avversi non riportati in letteratura

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Comunicare il rischio in medicina è un elemento cruciale, così come l’equilibrio fra efficacia e sicurezza per un nuovo trattamento o un nuovo farmaco. Sulla base di ciò che viene reso noto dalla letteratura, i cosiddetti “decisori” stabiliscono quale trattamento implementare, quale farmaco utilizzare, quali pazienti coinvolgere, che tipo di follow upseguire nel tempo e, soprattutto, sono in grado di effettuare delle stime del rischio per questi effetti avversi a livello di popolazione. Si tratta però di una catena di decisioni che parte dal presupposto che la conoscenza degli effetti avversi sia completa.
Negli anni, diversi studi hanno mostrato che molto spesso non è così: numerosi effetti “avversi”, in gergo tecnico AEs, non vengono riportati in letteratura, un dato confermato da una revisione sistematica pubblicata in questi giorni su PLOS, che ha rilevato come la maggior parte dell’informazione sugli effetti avversi di farmaci o terapie si “perda” nella versione definitiva del paper che viene poi sottomesso alle riviste scientifiche per la pubblicazione. Lo studio ha analizzato 28 precedenti ricerche che avevano esaminato il problema dell’omissione dei dati sulla sicurezza di alcuni trattamenti – per lo più si trattava di farmaci – confrontando le versioni precedenti la pubblicazione di questi studi, con quelle effettivamente pubblicate. Sebbene i ricercatori stessi evidenzino le ridotte dimensioni del campione, i risultati sono stati netti: il 95% degli studi preliminari alla pubblicazione riportavano gli effetti avversi del farmaco in questione, contro il 46% dei paper effettivamente pubblicati. Una differenza enorme.

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Nuovo rapporto OMS: inquinamento oltre i limiti per nove persone su dieci

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Qualche giorno fa l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato gli ultimi dati sull’inquinamento dell’aria, aggiornati a dicembre 2015, e ancora una volta l’allarme è netto: meno di una persona su 10 nel mondo respira un’aria che rispetta le più recenti linee guida in materia di inquinamento da PM10 e PM2.5.

Una situazione che porta con sé conseguenze importanti per la salute della popolazione: oltre 3 milioni di morti nel 2012 dovute a malattie croniche riconducibili all’inquinamento ambientale e se si considera anche l’inquinamento “indoor” cioè quello domestico, il numero di morti annue sale a 6.5 milioni. Un dato quest’ultimo che apparentemente può sembrare “confortante”, dal momento che qualche mese fa sempre l’OMS parlava di 7 milioni di morti annue, ma – precisa l’OMS – la differenza è dovuta solamente a una migliore quantificazione proposta in quest’ultimo rapporto, che per la prima volta raccoglie i dati paese per paese. Niente a che vedere dunque con un miglioramento della qualità dell’aria.

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