Cingolani ce l’ha fatta: parte Human Technopole

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Il grande progetto per un “Umanesimo” tecnologico italiano ha levato ufficialmente le ancore. Oggi a Milano il Premier Renzi presenta ufficialmente la versione definitiva di Human Technopole, che riceverà un finanziamento di circa 150 milioni di euro l’anno per 10 anni, e che sorgerà nei luoghi di Expo Milano, coinvolgendo 1.500 persone in 30 mila metri quadri di laboratori.

Il grande polo scientifico tecnologico milanese che si focalizzerà sulla comprensione della correlazione fra nutrizione, genomica, invecchiamento e aspettativa di vita, nella direzione di quella che viene definita “medicina di precisione”. L’obiettivo generale del progetto è infatti quello di utilizzare la genomica, i Big Data e le nuove tecniche di diagnostica per sviluppare approcci personalizzati, sia mediche sia nutrizionali, per affrontare in particolare tumori e malattie neurodegenerative. E per metter capo a nuovi approcci di nutraceutica e di biotecnologie applicate all’agricoltura.

Il progetto si propone di realizzare, ogni anno, circa 2.000 screening genomici di individui sani per la prevenzione di malattie; altri 2.000 screening genomici di paziente con tumori per mettere a punto una stratificazione e individualizzazione delle cure; infine 1.000 screening genomici post mortem di pazienti con malattie neurodegenerative e 1.000 screening di biomaracatori per scopi diagnostici.

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Apple e IBM insieme nel mercato della sanità elettronica (e-health)

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Solo nel 2014 sono state lanciate 100.000 app per la salute all’interno di un mercato ancora piuttosto ristretto. Ma è senza dubbio una buona ragione per destare l’interesse di colossi come Apple e IBM. Secondo Statista, a marzo del 2015 le app di salute e fitness rappresentavano il 2,7% delle applicazioni presenti nell’Apple Store, mentre le app medicali vere e proprie hanno raggiunto il 2%. Poco, se pensiamo che il settore Gaming occupa il 21% del mercato. Ma alcuni fatti ci dicono che le cose cambieranno in fretta.

È notizia di qualche giorno fa che IBM e Apple hanno deciso di unire le forze nell’ambito della cosiddetta “mobile health” (m-health), partendo dalle esigenze degli infermieri, quelli che stanno più tempo vicino ai pazienti.

I servizi in questione sono 4 e sono rivolti agli operatori sanitari di base sia nella loro attività ospedaliera che domiciliare: infermieri che usano iPhone e iPad.

La prima è Hospital RN, che dà la possibilità di accedere alla cartella clinica di ogni paziente da mobile all’interno dell’ospedale. Permette inoltre di ricevere notifiche circa le richieste dei pazienti, lo stato delle loro analisi di laboratorio e le chiamate d’emergenza.

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30 anni di vaccini, ecco come ci hanno salvato la vita

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Il vaccino è servito. Come ha mostrato in maniera graficamente evidente il Wall Street Journal proprio qualche giorno fa, la diffusione dei vaccini negli Stati Uniti è stata decisiva per l’abbattimento di numerose malattie, specie infantili, a partire dagli anni Trenta fino a oggi.

Wired ha provato a prendere spunto dal noto giornale americano per raccontare l’impatto dei vaccini nel nostro vecchio continente, durante gli ultimi trent’anni, e una cosa è certa: i casi di morbillo, parotite, rosolia, pertosse, epatite A e B si sono quasi azzerati nella maggior parte degli stati europei. Per non parlare di malattie come la polio o la difterite, il cui impatto era già stato fermato in modo decisivo nei decenni precedenti. Certo, non in tutti i paesi si può dire di aver vinto, ma i grafici qui proposti mostrano molto chiaramente un abbattimento dei casi delle principali malattie infettive infantili, in particolare a partire dai primi anni 2000.

I dati sono quelli forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità(OMS) attraverso il database CISID, che permette di filtrare i dati che si desidera consultare per anno e per malattia. Noi abbiamo deciso di considerare qui i casi per 100 mila abitanti, in modo da fornire un termine di paragone più efficace fra i diversi stati europei.

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Malattie non trasmissibili: ecco gli obiettivi per il 2025

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Nel 2012 le cosiddette malattie non trasmissibili (NCD), come cancro, diabete o malattie cardiocircolatorie, hanno mietuto 38 milioni di vittime, il 68% di tutte le morti registrate nel mondo nello stesso anno. Fra queste, 16 milioni le persone con meno di 70 anni e oltre l’80%, nei paesi poveri. A riportare questi dati è l’Organizzazione mondiale della sanità, all’interno del Global Status Report on noncommunicable diseases 2014, pubblicato di recente, che presenta i numeri delle NCD su scala mondiale e propone nove obiettivi che è necessario perseguire da qui al 2025.

PREMESSA: NOI RICCHI CE LA PASSIAMO DAVVERO MEGLIO?

Guardando i dati ci rendiamo conto che vi è un’importante distinzione preliminare da fare: quella fra i numeri della mortalità, che evidenziano senza mezzi termini la più banale delle intuizioni, e cioè che più un paese è povero, meno strumenti ha per far fronte anche all’assistenza sanitaria più semplice; e i dati invece che raccontano i diversi stili di vita degli abitanti del pianeta. Riguardo a questi ultimi, che comprendono per esempio il consumo di alcol, il fumo e l’alimentazione, il binomio “ricco è bene” va decisamente rivisto. In altre parole, i dati sulla mortalità non raccontano solo l’incidenza della malattia, ma anche la presenza o l’assenza di misure sanitarie adeguate a gestirla. Diverso è invece considerare la prevalenza di una patologia come per esempio il cancro, o stimare il numero di obesi o fumatori in percentuale sulla popolazione.
In molti casi non è nemmeno semplice classificare in maniera univoca se un paese è ricco o povero. A questo proposito l’OMS fa propria la definizione della World Bank, che il 1 luglio di ogni anno calibra i parametri quantitativi che identificano un paese rispettivamente come “high income”, con un RNL superiore a 12,7 dollari per persona, “low income”, con un RNL inferiore a 1 dollaro pro capite, e fra questi estremi “upper-middle income” e “low-middle income”.
Secondo questa classifica, i paesi considerati “ricchi”, fra cui figura l’Italia, per quanto mostrino un bassa probabilità di morire di NCD prematuramente, cioè fra i 30 e i 70 anni di età, stanno decisamente peggio se si osserva l’incidenza di alcol e fumo o la pressione sanguigna, in media molto più elevata nei paesi ricchi.

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