Gli ospedali milanesi visti attraverso gli occhi del Programma Nazionale Esiti

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Secondo i dati appena pubblicati relativi al 2015 del Programma Nazionale Esiti (PNE) − lo strumento del Ministero della Salute nato per valutare gli esiti degli interventi sanitari su base nazionale e regionale − gli ospedali milanesi non se la cavano affatto male rispetto alla media nazionale. Sia nella gestione delle criticità, a livello di pronto soccorso ma anche di trattamento di pazienti in emergenza da infarto o ictus, sia per quanto riguarda i volumi di prestazioni erogate, le strutture milanesi si collocano in posizioni migliori rispetto alla media nazionale. Rimangono tuttavia alcune criticità rispetto alla media nazionale in alcune strutture per esempio nella percentuale di parti cesarei primari, ancora troppo elevata in molte aziende milanesi, mentre rimangono poche le cliniche dove si propone un parto naturale a donne con pregresso parto cesareo. Così restano alti rispetto alla media nazionale i tassi di ospedalizzazione per alcune condizioni, come la gestione delle conseguenze a lungo termine del diabete, l’asma negli adulti, la gastroenterite pediatrica e le arteriopatie.

Si osserva inoltre una certa disomogeneità fra una struttura e l’altra nella gestione delle emergenze, nella classificazione dei codici di ingresso in pronto soccorso e nei tempi d’attesa che in alcuni casi possono superare le 3 ore per un codice giallo. Va detto che confrontare i risultati dei singoli ospedali tramite gli indicatori PNE richiede accortezza. Non tutti gli indicatori presentano lo stesso grado di validità e solidità e per questa ragione in alcuni casi accostare una struttura a un’altra non è appropriato. Un possibile criterio per giudicare il valore di un indicatore è quello della significatività statistica: “Il senso di parlare di significatività statistica di un certo risultato riguardante un certo evento in una data struttura è quello di stimare la probabilità che ha quell’evento possa essere dovuto al caso” spiega Mario Braga, coordinatore delle attività PNE di Agenas.

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Un fiume di droghe, dagli USA all’Europa

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Sebbene in Europa il consumo di sostanze stupefacenti sia sostanzialmente stabile da 20 anni, la mortalità, specie per overdose, è in aumento. Secondo i dati appena pubblicati dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Emcdda), nel 2015 abbiamo assistito a 8.441 morti correlate con l’abuso di sostanze stupefacenti, nella maggior parte dei casi overdose, anche se si tratta pur sempre di stime al ribasso. Si tratta di un incremento del 6% rispetto al dato del 2014 che contava 7.950 decessi, con aumenti segnalati in quasi tutte le fasce d’età. Secondo le stime in Europa nel 2015 sono morte per problemi di droga circa 20 persone per milione. Dati anche peggiori si riscontrano a livello mondiale, come segnalato nell’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, con una vera e propria epidemia di morti da overdose in corso negli Stati Uniti, che nel 2016 ha registrato un picco di quasi 60mila morti per overdose, quadruplicati rispetto al 2000.

L’epidemia americana – che riempie le pagine dei giornali d’oltre oceano – è dovuto non solo alla recrudescenza dell’uso di eroina e affini, ma anche all’esplosione del consumo illegale di potentissimi oppiacei sintetici come fentanile, ossicodone e idrocodone conseguente alla dipendenza di massa dagli antidolorifici oppiacei da parte della popolazione americana, indotta negli anni Novanta dalle autorità sanitarie, dalle aziende farmaceutiche e dalle società scientifiche che hanno spinto verso un uso indiscriminato degli oppiacei per controllare il dolore.

La campagna di sensibilizzazione di medici e infermieri perchè riducessero le prescrizioni inappropriate di antidolorifici lanciata dal Surgeon General nell’aprile 2016, e le restrizioni decise da diverse autorità sanitarie non hanno per ora arrestato l’onda di piena di questa dipendenza di massa che colpisce anche la classe media bianca e che s’interseca con il grande aumento di consumo di alcol e il picco di suicidi registrato negli ultimi anni. Su questo fenomeno la sociologa rurale Shannon Monnat ha tenuto una interessante lezione al Festival di Trento intitolata “Paesaggi della disperazione”.

Di fatto, come ha riportato il New York Times, l’epidemia di oppioidi statunitense ha superato il tasso di crescita dell’epidemia di AIDS degli anni ottanta, e i morti per overdose sono attualmente di più di quelli da arma da fuoco e da incidente stradale. Secondo i dati di Monnat, 95 milioni di americani hanno consumato antidolorifici nel 2016 e due milioni di persone sono dipendenti da oppiacei da prescrizione.

Nello Stato dell’Ohio, che ha portato in tribunale diverse case farmaceutiche (Teva, Purdue, Johnson & Johnson, etc.) con l’accusa di aver spinto medici, società scientifiche e associazioni di malati a propagandare il consumo di questi potenti antidolorifici, si consumano in media 68 pillole a testa all’anno. Il giro di vite in atto da un paio d’anni nelle prescrizioni ha determinato un aumento di consumo illegale di oppiacei sintetici di produzione prevalentemente cinese acquistati anche via dark web, facendo schizzare alle stelle le morti per overdose.

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