Donne sfruttate, troppa miseria e malattie Così l’umanità ha fallito i suoi obiettivi

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Anche solo guardando i numeri che riguardano la popolazione femminile a livello mondiale, dall’accesso all’istruzione, alle cure mediche, al lavoro, è chiaro che abbiamo fallito. Una persona su due in Africa Subsahariana vive ancora oggi in una slum e un lavoratore su due al mondo opera in condizioni cosiddette “vulnerabili”, senza la certezza di un salario o di diritti.
Un bambino su 4 soffre la fame e dal 2000 a oggi gli “orfani di AIDS” sono molti di più rispetto a 15 anni fa. E ancora, 57 milioni di bambini sono oggi esclusi da un programma di formazione primario, la metà rispetto a 10 anni fa, ma pur sempre un numero enorme, pari come ordine di grandezza all’intera popolazione italiana.Va detto: molto è stato fatto dal 1990 a oggi riguardo ai famosiMillennium Development Goals, gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, ma globalmente e soprattutto localmente, pare abbiamo poco da esultare. I dati li racconta un report pubblicato in questi giorni dalle Nazioni Unite, che fa il punto sugli 8 macro obiettivi, proprio nell’anno della resa dei conti, quello che nel 1990 era stato fissato come un momento di svolta per il mondo.

Mancano ancora troppi dati
Abbiamo fallito non solo perché nella maggior parte dei casi non abbiamo raggiunto i target che ci eravamo prefissati 25 anni fa, ma soprattutto perché per molti paesi, per molte persone, non abbiamo ancora dati. Se ci sconcertano le cifre riportate nel report infatti, dovrebbero lasciarci ancora più allibiti quelle che mancano: in molti casi per esempio i dati sono raccolti per famiglia, e non a livello individuale, il che rende difficoltoso avere il polso reale della popolazione femminile. Secondo quanto riportato nel report, in Oceania, Africa, Sudest asiatico e in Centro America oltre il 50 per cento dei paesi non avrebbero dati sulle cause di morte delle donne durante il parto.

Migrazione e salute, oltre i luoghi comuni

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Si pensa che i migranti portino nel paese d’arrivo malattie come la tubercolosi, insidiando la salute degli “autoctoni”. Ma è davvero così? Gli studi condotti dall’Istituto nazionale salute migrazioni provertà (INMP) smentiscono questo luogo comune. “Lo raccontano i dati recentemente pubblicati nel report OsservaSalute2014, e lo confermano anche i risultati delle attività sul campo che facciamo quando andiamo di persona a visitare i profughi che arrivano a Lampedusa o transitano nelle nostre città, la maggior parte dei quali soffre di malattie come la scabbia e non certo di tubercolosi o ebola” spiega l’epidemiologo dell’INMP Giovanni Baglio. “Nel 2014, secondo i dati raccolti nell’ambito del progetto Praesidium dalla Croce Rossa Italiana, sono sbarcate sulle nostre coste circa 170 mila persone, ma al 31 dicembre scorso le richieste di regolarizzazione sono state circa 63 mila. Questo significa che oltre 100 mila fra quelli che sono arrivati nel 2014 hanno attraversato il nostro Paese diretti altrove.”

VULNERABILI, NON UNTORI

A quanto pare le condizioni sanitarie di chi migra verso l’Europa peggiorano all’arrivo, per le condizioni difficili, talora estenuanti, in cui è avvenuto il viaggio, e le condizioni precarie della permamnenza (spesso in clandestinità) nella terra ospite. Chi decide di partire per un’avventura simile, spesso è in realtà più sano della media, e ha una speranza di vita maggiore della popolazione locale. Secondo i dati riportati dal Ministero della Salute infatti, negli ultimi 15 anni il numero di casi di tubercolosi è rimasto invariato, circa 4500 segnalazioni annue, con un aumento degli stranieri colpiti dovuto al maggior numero di arrivi.
Secondo i dati della sorveglianza sindromica effettuata tra maggio 2011 e giugno 2013 dall’Istituto superiore di sanità su oltre 5.000 persone ospitate presso centri di accoglienza, si sarebbero evidenziate solo 20 allerte statistiche: fra le quali, 8 infestazioni, 5 sindromi respiratorie febbrili, 6 gastroenteriti e 1 caso di sospetta tubercolosi polmonare. In ogni caso lo studio non ha messo in evidenza cluster epidemici, ad eccezione di 3 allarmi statistici rilevati nei mesi di novembre 2012, dicembre 2012 e giugno 2013 per la sindrome “infestazione” che altro non erano che focolai di scabbia.

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Misura il dolore dei pazienti con un software e la startup israeliana vola

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Medasense Biometrics, una società biomedicale israeliana, ha messo a punto un dispositivo che si chiama PMD100™, in grado di misurare l’intensità del dolore provato da una persona. La forma dello strumento ricorda quella di un manicotto ed è sufficiente infilarlo sul dito per ottenere la misura di pressione sanguigna, pulsazioni, sudorazione e temperatura. Le informazioni vengono raccolte attraverso una sonda che monitora i cambiamenti nei parametri fisiologici, sia prima che dopo l’assunzione di farmaci. Successivamente, un algoritmo, frutto di oltre 7 anni di ricerche, elabora i dati fisiologici e li converte in un “Index Pain”, un indice del dolore. Il tutto in maniera totalmente non invasiva, un processo semplicissimo.

Un’idea femminile

Dietro alla fondazione di Medasense c’è una donna: Galit Zuckerman, oggi CEO della società, laureata con lode in ingegneria all’università di Tel Aviv e con 15 anni di esperienza alle spalle nel campo dell’industria high-tech, passando per piccole startup e colossi come Nokia-Siemens. Durante questo suo percorso lavorativo certamente non comune, Galit si rende conto che il monitoraggio e la valutazione del dolore sono due ambiti assai promettenti nel settore del biomedicale, poichécapire con precisione quanto dolore sente il paziente aiuta gli operatori sanitari a inquadrare meglio le condizioni di salute del malato. Non è un caso se un dolore persistente è il motivo principale per il quale ci rechiamo dal medico. È così che nel 2008 nasce Medasense, che oggi, dopo 7 anni, è stata nominata “Innovative Medical Device Company of the Year”, per il 2015 del noto concorso “WOW” rivolto alle startup e promosso dalla Israel Advanced Technology Industries (IATI) Biomed Conference.

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Infermieri sempre più in crisi. Ma la domanda non mancherebbe

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Decennio dopo decennio viviamo sempre più a lungo, e nella maggior parte dei casi non in perfetta salute. Nel 2013, 4 over 65 su 10 presentavano tre o più patologie croniche, al sud quasi un anziano su 2. Persone costrette a vivere in casa, costantemente, o quasi, sotto controllo medico.
Tuttavia, anche se a rigor di logica di infermieri ce ne è sempre più bisogno, pare che le famiglie italiane per quanto riguarda iniezioni, bendaggi, o assistenza ai malati preferiscano rivolgersi a non infermieri, con la conseguenza che la categoria ha cominciato a sentire i morsi della crisi. In particolare fra i più giovani, quelli che risentono maggiormente del blocco delle assunzioni degli ultimi anni.

Domanda e offerta non si incontrano

A evidenziare questo paradosso è un recente report Censis, dal titolo Infermieri e nuova sanità: opportunità occupazionali e di upgrading. Le prestazioni infermieristiche nella domanda di assistenza sul territorio, che racconta un fatto che non può passare inosservato. Un paradosso che vede da una parte una domanda crescente di assistenza e dall’altra una disoccupazione che aumenta. Da un lato pile di curricula di giovani infermieri che si accumulano sulle scrivanie di ospedali e cooperative, e dall’altro famiglie che nel momento del bisogno hanno difficoltà a trovare un professionista per i loro cari. “Si tratta di categorie di pazienti che una volta esaurito il momento della diagnosi e della scelta di una eventuale terapia, si ritrovano a casa loro a dover fare i conti con un’assistenza territoriale che non c’è e con bisogni sempre crescenti di assistenza e di salute insoddisfatti a livello di strutture pubbliche” spiega Barbara Mangiacavalli, PresidenteIPASVI (Federazione Nazionale Collegi Infermieri).

Una domanda e un’offerta che spesso non si incontrano. Un paradosso che fa sì che alla fine oltre 4 milioni di italiani ogni anno decidano di ricorrere a prestazioni infermieristiche da parte di persone che non sono infermieri professionali. Il 77% delle famiglie afferma che opterebbe per un non infermiere per la gestione di terapie farmacologiche, il 72% per la misurazione di parametri vitali, il 53% per assistenza notturna e il 42% per iniezioni e medicazioni. Cifre tutt’altro che irrilevanti.

Per contro, circa 8,7 milioni di persone si sarebbero rivolte nel 2014 a un infermiere privatamente, circa un terzo di essi per prestazioni continuative. Se sembrano molti, basti pensare che, sempre secondo quanto riporta Censis, in Italia vi sarebbero più di 3 milioni di persone non autosufficienti, più di 9 milioni con patologie croniche e oltre 5 milioni e mezzo di anziani in multicronicità. Anche considerando che una parte di essi vive presso strutture preposte, la domanda è tutt’altro che esigua, e spinge a chiedersi a quanto ammonti il fenomeno del lavoro sommerso in questo settore.

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