Nuovo rapporto OMS: inquinamento oltre i limiti per nove persone su dieci

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Qualche giorno fa l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato gli ultimi dati sull’inquinamento dell’aria, aggiornati a dicembre 2015, e ancora una volta l’allarme è netto: meno di una persona su 10 nel mondo respira un’aria che rispetta le più recenti linee guida in materia di inquinamento da PM10 e PM2.5.

Una situazione che porta con sé conseguenze importanti per la salute della popolazione: oltre 3 milioni di morti nel 2012 dovute a malattie croniche riconducibili all’inquinamento ambientale e se si considera anche l’inquinamento “indoor” cioè quello domestico, il numero di morti annue sale a 6.5 milioni. Un dato quest’ultimo che apparentemente può sembrare “confortante”, dal momento che qualche mese fa sempre l’OMS parlava di 7 milioni di morti annue, ma – precisa l’OMS – la differenza è dovuta solamente a una migliore quantificazione proposta in quest’ultimo rapporto, che per la prima volta raccoglie i dati paese per paese. Niente a che vedere dunque con un miglioramento della qualità dell’aria.

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Crisi e salute: quello che sappiamo non basta

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Il rapporto fra condizioni economiche e occupazionali e salute è ben documentato in letteratura. Sono numerosi i casi di studio presi in esami dai ricercatori, in particolare in riferimento alla recente crisi economica, ma a quanto pare fare una sintesi che tracci delle linee comuni a partire dai singoli casi di studio non è così semplice. Lo mette in luce una recentissima review pubblicata sul British Medical Journal – che annovera fra gli autori anche John Ioannidis, direttore dello Stanford Prevention Research Center – che evidenzia che i 41 studi pubblicati dal 2008 al 2015 che hanno esaminato l’impatto della crisi economica sulla salute della popolazione europea, mostrano in realtà risultati antitetici fra di loro.

Dei 41 studi analizzati infatti, ben 30 (cioè il 73%) sono considerati ad alto rischio di bias, 9 (il 22%) a rischio moderato, e solo due (il 5% del totale) sono a basso rischio di bias. Insomma, ancora non abbiamo gli strumenti – chiosano i ricercatori – per delineare con precisione gli effetti della crisi sulla salute fisica e mentale degli europei in generale. Non possiamo dire per esempio con certezza se la mortalità è aumentata oppure no in Europa in relazione alla crisi economica: sono necessari ulteriori studi empirici più approfonditi.

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Privatizzare i dati sanitari ci renderà più disuguali?

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I dati sanitari stanno muovendo interessi enormi all’interno del mercato dell’industria dell’innovazione. Avere accesso e possedere l’informazione sanitaria significa intercettare le esigenze dei consumatori, progettare servizi e beni più in linea con le loro richieste, studiare trend e anticipare tendenze. Insomma: predire. Un lavoro che sembrerebbe a prima vista differente rispetto all’attività di ricerca in ambito sanitario, che ha come scopo primario il benessere della popolazione, ma il mercato stesso ci sta mostrando una sempre maggiore convergenza fra i due mondi, e la parola chiave di questo fenomeno è algoritmo. Produrre algoritmi di raccolta, ricerca e analisi sempre più accurati e targettizzati.

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Epidemiologia ambientale: cosa dobbiamo imparare dal caso di Gela

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«Tra le cose che ci ha insegnato l’esperienza trentennale sull’epidemiologia ambientale nelle aree contaminate non trascurerei il fatto che se essa non si accompagna a strategie mirate di prevenzione primaria, rimane zoppa e non riesce ad andare lontano». Con queste parole Fabrizio Bianchi, responsabile dell’unità di epidemiologia ambientale dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR, apre la riflessione sullo stato dell’arte intorno al caso di Gela, in occasione della ventottesima edizione della Conferenza Internazionale di Epidemiologia Ambientale che si è tenuta a Roma nei giorni scorsi.
Il caso di Gela, in Sicilia, è emblematico di una situazione che accomuna diverse aree del nostro Paese, dove dopo cinque decenni di contaminazioni documentate ad un certo punto si sono interrotti i processi produttivi inquinanti ma non sono state attuate misure di bonifica definitive per invertire la rotta. È stata a lungo richiamata la necessità di studi eziologici e di azioni di prevenzione primaria ma poco o niente è stato fatto su questo piano.

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