Mobilità sostenibile, il Sud è maglia nera

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Sono Viterbo, Sassari e Ragusa i tre capoluoghi di provincia italiani con meno km di piste ciclabili rispetto alla superficie comunale, mentre Carbonia, Imperia e Barletta chiudono la fila per quanto riguarda la presenza di trasporti pubblici.

Certo, non ha molto senso paragonare metropoli come Milano e Napoli alle piccola città, e inoltre la presenza di un servizio non implica che quest’ultimo sia efficiente, così come un servizio poco esteso può essere potenzialmente molto ben organizzato. Tuttavia qualcosa questi dati ce lo raccontano ugualmente: al sud mancano infrastrutture, specie nei piccoli centri.

Ancora una volta a raccontarci questi dati è il rapporto Urbes di Istat, pubblicato di recente, sulla base del quale abbiamo già raccontato (mettere link) nella scorsa puntata il meglio dell’Italia per quanto riguarda piste ciclabili, servizi alla mobilità sostenibile e aree pedonali.

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Le start up innovative crescono secondo Istat e Infocamere, ma la presenza femminile è ancora bassa

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Le recenti statistiche Istat sono chiare su questo punto: nonostante qualche nota positiva, per le imprese italiane la crisi non è finita, tanto che a marzo 2015 la disoccupazione è aumentata dello 0,3% rispetto ad aprile dell’anno prima. Tuttavia, se da un lato le aziende italiane stentano a risollevarsi, la maggior parte di chi investe in startup innovative, punta proprio sul settore dei servizi all’industria. Ricerca e sviluppo in testa. I numeri del fenomeno sono chiaramente illustrati nel blog di StartUpItalia.

Ma ci sono altri dati che si possono estrapolare in questa situazione. Intanto sono 3711 le startup innovative nei primi 3 mesi del 2015, il 16,7% in più rispetto a dicembre 2014, e la fetta più grossa, circa 3 nuove imprese su 4, ha scelto di occuparsi appunto di servizi per le imprese: produzione di software e consulenza, attività e servizi per la formazione, e ricerca e sviluppo.
Un bell’incremento questo degli ultimi mesi che ha coinvolto 192.047.966 € di capitale sociale, circa 52 mila euro a impresa, il 25% in più rispetto a dicembre 2014. Nonostante questo però le startup innovative rappresentano una fetta sempre minuscola dell’universo imprenditoriale italiano: lo 0,25% delle società di capitale italiane, che toccano oggi quasi quota 1,5 milioni.
La maggiore densità di startup innovative sul totale delle imprese di capitale si concentra nelle province del centro-nord, Trento, Trieste e Ancona in testa.

Sono gli ultimi dati forniti da InfoCamere, aggiornati al 6 aprile scorso. Un dato che emerge prepotentemente sugli altri è lo spiccato orientamento al settore Ricerca e Sviluppo. Secondo i dati InfoCamere, ben il 18,3% delle società di capitali che operano nelle attività di R&S sono startup innovative, una percentuale che appare significativa se pensiamo che esse rappresentano in realtà lo 0,25% del totale delle società di capitale italiane. La ragione di questo dato però è presto detta. Secondo quanto riportato nel decreto legge 18 ottobre 2012 n. 179, una startup innovativa per poter essere definita tale deve far sì che le spese in ricerca e sviluppo siano uguali o superiori al 15 per cento del maggiore valore fra costo e valore totale della produzione.

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Ciclabili e aree pedonali, Padova è la migliore città d’Italia

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I dati Istat parlano chiaro: il nostro è un paese fortementedisomogeneo dal punto di vista delle infrastrutture per la mobilitàsostenibile, prime fra tutte le piste ciclabili, dove la distanza nord-sud si coglie a colpo d’occhio.

Anche se comprensivamente dal 2008 a oggi i km di piste ciclabilidei capoluoghi di provincia italiani sono passati da 13,6 a quasi 19 km su 100 km2 di superficie comunale, in molte province del sud infatti, tutto questo è ancora un miraggio

Le prime 10 città d’Italia per km di piste ciclabili nel 2013 sono tutte nel nord Italia, e anche fra le successive 10 fra le città sotto il Po troviamo solo Firenze.
Certo, è importante tenere in considerazione anche l’orografia del territorio e la struttura dei centri abitati, che non sempre permettono di utilizzare agevolmente la bicicletta, ma fatti salvi alcuni casi particolari, possiamo dire che è in particolare il nord-est a pedalare di più e soprattutto in condizioni migliori. In testa Padova, con 174,1 km per 100 km2 di superficie comunale, seguono Torino, Brescia, Modena, Mantova, Pordenone, Treviso, Bergamo e Bolzano.

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Un secolo fa il genocidio armeno

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Per interpretare le fotografie scattate da Armin Wegner non c’è bisogno di semiotica. È un’osservazione muta, come la lettura de La Masseria delle allodole di Antonia Arslan, il best seller che ha fatto conoscere al mondo la tragedia armena in tempi recenti.

Il 24 aprile si celebrano i 100 anni dai fatti che oggi vengono quasi universalmente indicati come genocidio armeno. Scriviamo quasi, perché nonostante anche Papa Francesco abbia individuato nel genocidio armeno il primo capitolo delle persecuzioni del XX secolo, c’è chi ancora lo nega.

La data del 24 aprile è stata scelta per la commemorazione perché proprio quel giorno del 1915 vennero eseguiti i primi arresti da parte delle forze turche fra gli esponenti dell’élite armena della capitale, Costantinopoli. Si tratta del primo atto di quella che diventerà una vera e propria deportazione di massa di un popolo, vent’anni prima del nazismo.

È sufficiente però scartabellare fra le carte (reperibili online sul sito dell’Armenian National Insitute) per capire immediatamente che il genocidio armeno non è stato solo il 24 aprile, e soprattutto non si è trattato di un fenomeno circoscritto al 1915. Gli episodi di violenze, stupri, saccheggi, deportazioni, impiccagioni, torture e marce della morte nel deserto sono durati almeno per un decennio. L’apice va registrato tra il 1915 e il 1917, come ben testimonia l’obiettivo attento di Wegner, ma ci sono stati anche episodi precedenti.

Come nel 1909, quando circa 30 mila armeni vennero massacrati nella regione della Cilicia, nella parte meridionale dell’odierna Turchia. Ma episodi di violenza contro la popolazione armena si erano verificati già dieci anni prima in Turchia, fra il 1894 e il 1896, per un totale – si stima – di circa 50 mila vittime. L’ultimo fatto riportato negli annali ufficiali risale invece al 1920, quando su 10 mila abitanti della regione di Hadjin, 9500 vennero uccisi dalle forze nazionaliste turche.

Provare a raccontare un episodio storico con i dati è particolarmente delicato perché, come sempre quando si lavora sulla storia, di dati certi non ce ne sono. Inoltre, in ragione del fatto che quello del riconoscimento del genocidio è un problema aperto, non esistono stime ufficiali che mettano d’accordo la popolazione armena e le autorità turche. La tesi del governo di Ankara è che non si sia trattato di genocidio, ma di uno scontro che ha visto perdite da ambo le parti. I numeri, però, rendono difficile sostenere questa linea: gli armeni stimano fino a oltre 2 milioni di vittime, i turchi 300 mila. Numeri che presentano una certa variabilità e che rendono difficile la possibilità di indicare statistiche certe.

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