Un secolo fa il genocidio armeno

Reblogged from datajournalism.it

Per interpretare le fotografie scattate da Armin Wegner non c’è bisogno di semiotica. È un’osservazione muta, come la lettura de La Masseria delle allodole di Antonia Arslan, il best seller che ha fatto conoscere al mondo la tragedia armena in tempi recenti.

Il 24 aprile si celebrano i 100 anni dai fatti che oggi vengono quasi universalmente indicati come genocidio armeno. Scriviamo quasi, perché nonostante anche Papa Francesco abbia individuato nel genocidio armeno il primo capitolo delle persecuzioni del XX secolo, c’è chi ancora lo nega.

La data del 24 aprile è stata scelta per la commemorazione perché proprio quel giorno del 1915 vennero eseguiti i primi arresti da parte delle forze turche fra gli esponenti dell’élite armena della capitale, Costantinopoli. Si tratta del primo atto di quella che diventerà una vera e propria deportazione di massa di un popolo, vent’anni prima del nazismo.

È sufficiente però scartabellare fra le carte (reperibili online sul sito dell’Armenian National Insitute) per capire immediatamente che il genocidio armeno non è stato solo il 24 aprile, e soprattutto non si è trattato di un fenomeno circoscritto al 1915. Gli episodi di violenze, stupri, saccheggi, deportazioni, impiccagioni, torture e marce della morte nel deserto sono durati almeno per un decennio. L’apice va registrato tra il 1915 e il 1917, come ben testimonia l’obiettivo attento di Wegner, ma ci sono stati anche episodi precedenti.

Come nel 1909, quando circa 30 mila armeni vennero massacrati nella regione della Cilicia, nella parte meridionale dell’odierna Turchia. Ma episodi di violenza contro la popolazione armena si erano verificati già dieci anni prima in Turchia, fra il 1894 e il 1896, per un totale – si stima – di circa 50 mila vittime. L’ultimo fatto riportato negli annali ufficiali risale invece al 1920, quando su 10 mila abitanti della regione di Hadjin, 9500 vennero uccisi dalle forze nazionaliste turche.

Provare a raccontare un episodio storico con i dati è particolarmente delicato perché, come sempre quando si lavora sulla storia, di dati certi non ce ne sono. Inoltre, in ragione del fatto che quello del riconoscimento del genocidio è un problema aperto, non esistono stime ufficiali che mettano d’accordo la popolazione armena e le autorità turche. La tesi del governo di Ankara è che non si sia trattato di genocidio, ma di uno scontro che ha visto perdite da ambo le parti. I numeri, però, rendono difficile sostenere questa linea: gli armeni stimano fino a oltre 2 milioni di vittime, i turchi 300 mila. Numeri che presentano una certa variabilità e che rendono difficile la possibilità di indicare statistiche certe.

Read More

 

Annunci

Ecco dove le mine antiuomo continuano a uccidere

Reblogged from datajournalism.it

Ci sono state 3308 persone morte a causa di una mina solo nel 2013, e uno su due era un bambino. L’80% delle vittime sono state civili, il 18% militari e il 3% di chi ha perso la vita stava cercando di rendere innocua una mina. Il 4 aprile di ogni anno si celebra l’International Day for Landmine Awareness, perché anche se oggi i morti sono circa un terzo rispetto al 1999, il problema è lungi dall’essere risolto.

I dati sull’argomento sono deficitari per definizione, ma comunque esistono delle statistiche che fotografano con buona precisione il fenomeno. Le fornisce un report intitolato Landmine monitor 2014 pubblicato dall’International Campaign to Ban Landmines – Cluster Munition Coalition, che include dati aggiornati, dove possibile, all’ottobre 2014. Un esempio concreto è il recente conflitto fra le forze governative ucraine i e separatisti russi scoppiato nei primi mesi del 2014. Qui secondo il dossier sarebbe stata documentata la presenza di mine, ma non è stato possibile entro ottobre 2014 determinare se e da chi sono state utilizzate. La stessa cosa è accaduta con gruppi armati in Afghanistan, Colombia, Libia, Myanmar, Pakistan, Siria e Yemen.

Il primo fatto da non dimenticare è che di mine attive ve ne sono ancora moltissime, sebbene esista dal 1997 una convenzione internazionale per abolire l’uso, lo stoccaggio, la produzione e il trasporto di questi ordigni e che ne favorisca la definitiva distruzione. Si tratta del Trattato di Ottawa, noto anche come Convenzione internazionale per la proibizione dell’uso, stoccaggio, produzione, vendita di mine antiuomo e relativa distruzione. Al momento però 34 stati al mondo non hanno firmato il trattato e due l’hanno firmato ma non ratificato. E non stiamo parlando di pesci piccoli: fra i non firmatari troviamo la Cina, l’India, la Corea del Nord e la Russia. E anche gli Stati Uniti, che stando però, a quanto riporta il documento, avrebbero annunciato nuove politiche nel giugno dello scorso anno per bandire una volta per tutte la produzione, l’acquisto, lo stoccaggio e soprattutto l’uso di mine, tranne nella penisola coreana.

Read More

Attacchi ai cristiani: quanti sono davvero?

Reblogged from WIRED ITALIA

Nel 2013 in oltre 50 paesi si sono registrati scontri, ma c’è più della fede in ballo. In testa c’è la Corea del Nord e in quattro dei paesi il cristianesimo è riconosciuto come religione di stato

Quanti sono i cristiani vittime di attacchi per il loro credo religioso? La domanda è semplice, la risposta molto meno. Tnato che non è facile  Sebbene la classifica sembri assai precisa infatti, frutto di un sistema a punti minuzioso, il dato di fatto è che il numero di cristiani che hanno subito violenze, o più in generale come viene riportato nella mappa “perseguitati” non viene fornito. E meno che meno sono illustrati come i dati vengono raccolti e come vengono dati i punti che determinano la classifica. Ragione per cui non è certo semplice valutare l’esattezza di affermazioni come quella di Papa Francesco dello scorso marzo, secondo cui nel mondo oggi ci sarebbero più martiri cristiani che nei primi secoli della Chiesa. In realtà non ci sono dati attendibili per quantificare quello che succedeva 2mila anni fa, ma oggi la mappa preparata dall’associazione Open Doors mostra che sono almeno 50 i paesi dove negli ultimi 12 mesi persone di fede cristiana hanno subito violenze di qualche tipo, nella sfera privata o in quella pubblica.

 Read more

Prima guerra mondiale: dopo 100 anni i caduti rimangono un mistero

Reblogged from WIRED ITALIA

Un secolo dopo gli storici litigano ancora sulle stime dei caduti, ma un dato è chiaro: è stata davvero la guerra più grande

Non è passata alla storia come la Grande Guerra per caso. Secondo le stime più recenti che rimbalzano in rete la Prima Guerra Mondiale ha causato circa 26 milioni di morti tra militari e civili, un numero molto maggiore di qualsiasi altra guerra avvenuta in precedenza. Anche se la più sanguinosa guerra della nostra storia oggi rimane la seconda Guerra Mondiale con più di 50 milioni di vittime, il primo conflitto mondiale, del cui inizio oggi si celebrano i 100 anni, rimane un vero e proprio giro di boa per il modo di fare la guerra dell’uomo, sia per le armi utilizzate, che per il numero di paesi e di soldati coinvolti.

Parlare di numeri quando si tratta di un argomento complesso come una guerra e soprattutto risalente a molto tempo fa però è pericoloso, fondamentalmente per due ragioni: primo, perché i grandi numeri sono scarsamente significativi se non vengono contestualizzati, secondo, poiché quando si tratta di fonti storiche è quasi impossibile che lo scenario descritto sia univoco.

La conta dei morti durante il primo conflitto mondiale è un esempio calzante di questa masnada di numeri tra cui è difficile giostrarsi, specie perché le fonti molto spesso non distinguono tra morti e «vittime» ivi compresi i feriti, o ancora più sovente tra le morti tra i militari e tra la popolazione civile. La differenza però c’è, eccome. 26 milioni di morti sono una cifra tanto enorme quanto incontrollabile, poiché comprende morti in battaglia, morti civili, morti per epidemie scoppiate in seno o a causa della guerra, basti ricordare per esempio le ondate di influenza spagnola che decimarono l’Europa tra il 1917 e il 1918. Dinamiche queste difficilmente quantificabili, specie in un contesto storico dove il concetto di «banca dati» praticamente non esisteva. È bene sottolineare dunque che i numeri devono rappresentare in argomenti come questo non tanto la cifra precisa di quante croci dovrebbero essere piantate, ma la stima – seppur quanto più precisa possibile – di un ordine di grandezza.

Read More