Congedo di paternità, come cambia nel mondo

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Non è una di quelle notizie che si sentono tutti i giorni quella recentemente resa nota dal colosso Netfix, che ha deciso di permettere ai propri dipendenti che diventano genitori un congedo parentale fino a un anno dopo la nascita di un bambino o un’adozione. Genitori, cioè uomini e donne indistintamente.

Nonostante queste buone nuove, il congedo di paternità è infatti ancora poco diffuso, e dove c’è il più delle volte non prevede più di una settimana. Una disomogeneità che secondo gli esperti porta a lungo andare conseguenze anche sul fronte del gender gap economico. Come sottolinea Stéphanie Thomson in un recente post sull’argomento apparso sul World Economic Forum, le donne pagherebbero in media una penale del 4% sul loro salario per ogni figlio, proprio a causa delle lunghe interruzioni di carriera dovute alla maternità.

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L’economia dei Millennials

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Sono ragazzi e ragazze che nel 2025 costituiranno il 75% della forza lavoro del pianeta. Quelli che spesso vengono etichettati come dei narcisisti, pigri e indecisi, che vivono ancora con i genitori. La loro cultura digitale minaccia di fare perdere il 35% dei ricavi all’intero sistema bancario mondiale da qui al 2020. Quando impugnano lo smartphone o anche se soltanto usano uno spazzolino da denti, consapevoli o meno, detteranno le regole dell’economia nei prossimi decenni. Sono i «superpoteri» dei millennials, i ragazzi nati tra il 1980 e il 2000. Dopo una recessione storica, questa è la loro “new economy”.

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Sindacati, le buste paga dei segretari generali restano un segreto

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Hanno il compito di discutere gli stipendi dei lavoratori, ma a quanto ammontano i loro stipendi, in molti casi non è dato sapere, e in alcuni pare non sia lecito nemmeno chiedere. I Sindacati italiani, fustigati dal premier Renzi a più riprese e recentemente sfidati anche dal presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, si chiudono a riccio quando gli si chiede trasparenza.

Un mese fa Wired ha chiesto ai sindacati italiani, in particolare dei quattro principali, CGIL, CISL, UIL e UGL, i dati sulle retribuzioni dei segretari generali nazionali delle federazioni nazionali, federazione per federazione. Una settantina in totale, fra grandi, medie e piccole. Risultati però al momento ne abbiamo ottenuti pochi: solo una federazione su cinque ci ha già inviato senza problemi i suoi dati, mentre qualcun’altro ci ha risposto che se ne sta occupando. Per altri invece non sono affari nostri, sebbene non più tardi di qualche mese fa lo stipendio record da 336 mila euro lordi di Raffaele Bonanni, riempiva le cronache.

Quello che è emerso in questa prima fase è infatti che a seconda del singolo interlocutore (intendendo singolo interlocutore di singolo ufficio stampa) le risposte sono molto diverse fra di loro, anche all’interno della stessa confederazione.

Inoltre, fra coloro che ci hanno al momento risposto fra email e telefonate, solo tre federazioni hanno dichiarato di aver pubblicato online gli stipendi dei loro segretari generali, e sono la FISAC-CGIL, la FP-CGIL, oltre alla FIOM-CGIL di Maurizio Landini.
Certo, non vi è nessun obbligo di legge, ci mancherebbe, così come non c’è l’obbligo per i sindacati di presentare un bilancio consolidato, ma le risposte negative ci sorprendono, dal momento che, ad oggi, nessuna cifra fra quelle che ci sono state comunicate colpisce negativamente.

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Illegalità fra le imprese in aumento, cosa dicono i numeri

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Una su cinque. È la proporzione di imprese italiane che si sente limitata da una qualche forma di illegalità nella propria attività, mentre sono due terzi gli intervistati che affermano che la corruzione è la principale forma di distorsione del mercato. A raccontarlo sono i dati raccolti dallo studio I fenomeni illegali e la sicurezza percepita all’interno del sistema economico italiano pubblicato a maggio da Unioncamere, che ha coinvolto 2000 aziende in tutta Italia, e che rappresenta forse il primo tentativo di mettere a fuoco attraverso i dati la portata dell’illegalità a livello imprenditoriale nel nostro paese.

Una misura difficile
Certo, va detto che misurare un fenomeno sommerso come l’illegalità è di per sé un’operazione parziale, e i numeri in casi come questi vanno letti unicamente come uno spaccato interessante sul quale soffermarsi. Tuttavia emerge chiaramente il fatto che gli imprenditori percepiscono un netto aumento delle pratiche illegali e criminali: solo due su 100 ritengono che negli ultimi cinque anni il fenomeno si sia attenuato. E anche fra gli amministratori pubblici in molti casi non si dormono sonni tranquilli: nel periodo 2010 – 2013, l’8,4% delle intimidazioni ad amministratori locali viene perpetrata a Reggio Calabria, il 7,5% a Cosenza e il 6,4% a Palermo, solo per citare i primi tre della lista.

Eppure l’illegalità non paga, almeno in termini di fatturato delle imprese e quindi di sviluppo socio-economico di un’area. Quattro aziende su dieci affermano che se si debellassero le dinamiche criminali il loro fatturato crescerebbe, e non di poco. Una grossa fetta stima addirittura un possibile aumento di oltre 25% del proprio fatturato. Utopia? Forse, ma è bene ricordare che siamo di fronte a un fenomeno a più dimensioni: quando si parla di illegalità infatti non si intende solamente la criminalità organizzata, ma qualsiasi processo irregolare: corruzione, peculato, frodi fiscali, riciclaggio, estorsioni, lavoro sommerso e contraffazione, che nel complesso tirano parecchio indietro il carro dell’economia nazionale.

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