Unioni civili, matrimoni e adozioni gay: dove e da quando

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Il 28 gennaio il decreto Cirinnà sulle unioni civili tornerà in aula, e alla vigilia di questa nuova discussione, la politica si mostra ancora divisa.

La maggior parte del dibattito avviene spesso senza che si conoscano i dati precisi del fenomeno o le definizioni utilizzate dalle legislazioni dei diversi paesi riguardo a termini come “civil union” o “marriage”. Basta fare qualche ricerca in rete per renderci conto che spesso si parla erroneamente di “matrimonio gay” nell’uno o nell’altro paese, quando invece la legislazione si riferisce a unioni civili con diritti equiparabili a quelli del matrimonio.

Quanto sono diffuse dunque oggi le unioni civili nel mondo?
Rispondere non è facile, perché non esiste un report confezionato sull’argomento. Si tratta di andare a cercare paese per paese qual è la legislazione vigente in materia e le statistiche più aggiornate.

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Famiglia ok, ma quale?

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“Serve un’iniezione di famiglia per società disidratate” afferma Papa Francesco in questi giorni di Sinodo. Comunque la si pensi sulla questione, un nodo cruciale del dibattito è dare una definizione onnicomprensiva e attuale della famiglia. Se apriamo il dizionario etimologico leggiamo che la famiglia è il “nucleo fondamentale della società umana costituito da genitori e figli”, una definizione che risale addirittura al 1294. Negli ultimi decenni i grandi cambiamenti sociali hanno messo sul piatto la necessità di rivedere questo concetto, di ridefinirlo ispirandosi a una visione più inclusiva, laica e aperta di famiglia, più aderente alla società contemporanea, alle richieste delle coppie di fatto, della collettività LGBT, dei genitori single, delle famiglie ricostituite, allargate, delle grandi e piccole comunità di affetti che condividono vita e responsabilità quotidiane.

Ripartendo, com’è nostro uso, dai dati, vediamo quanto pesa e quanto è rappresentata oggi la famiglia intesa in senso tradizionale.

1 coppia convivente o sposata su 2 non ha figli
Istat definisce le famiglie come un “Insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune (anche se non sono ancora iscritte nell’anagrafe della popolazione residente del comune medesimo). Una famiglia può essere costituita anche da una sola persona. L’assente temporaneo non cessa di appartenere alla propria famiglia sia che si trovi presso altro alloggio (o convivenza) dello stesso comune, sia che si trovi in un altro comune.”

Seguendo questa definizione, in media in Italia le coppie conviventi o sposate rappresentano la metà delle famiglie, e la metà di questa fetta di famiglie non ha figli. La rimanente parte delle famiglie italiane è composta per il 31% da una sola persona e per il 5% da genitori single. Percentuali in linea con Francia, Germania, Gran Bretagna. Lo raccontano i dati OCSE relativi al 2014, confermati anche da Istat: nel 2011 le persone in coppia, sposate o conviventi, ma senza figli erano 10,4 milioni. Quantitativamente insomma, l’equivalenza matrimonio – procreazione non è più valida.

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Congedo di paternità, come cambia nel mondo

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Non è una di quelle notizie che si sentono tutti i giorni quella recentemente resa nota dal colosso Netfix, che ha deciso di permettere ai propri dipendenti che diventano genitori un congedo parentale fino a un anno dopo la nascita di un bambino o un’adozione. Genitori, cioè uomini e donne indistintamente.

Nonostante queste buone nuove, il congedo di paternità è infatti ancora poco diffuso, e dove c’è il più delle volte non prevede più di una settimana. Una disomogeneità che secondo gli esperti porta a lungo andare conseguenze anche sul fronte del gender gap economico. Come sottolinea Stéphanie Thomson in un recente post sull’argomento apparso sul World Economic Forum, le donne pagherebbero in media una penale del 4% sul loro salario per ogni figlio, proprio a causa delle lunghe interruzioni di carriera dovute alla maternità.

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