A Roma la sensualità femminile nel Novecento

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Alla Galleria d’Arte Moderna cinque percorsi per raccontare come la seduzione femminile si è evoluta durante l’incedere del Novecento. Tra Dalì e Picasso, fra Mirò e De Chirico.

Quello appena trascorso è stato forse il secolo più contraddittorio e controverso per quanto riguarda il concetto di seduzione, specie quello femminile. La rapidità che ha caratterizzato il 1900, il susseguirsi senza sosta di forme e concezioni, il fagocitante incalzare del nuovo e il costante superarsi di stereotipi obsoleti, hanno in meno di un secolo stravolto completamente i canoni estetici della seduzione.

Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (GNAM) una mostra di 130 opere dal 5 giugno fino al prossimo 5 ottobre racconta il corpo femminile per come è stato recepito dagli artisti nel corso del Novecento.

È assai complesso raccontare come è cambiato il concetto di seduzione femminile nell’arte del Novecento, semmai è possibile dipingerne i tratti principali, e anche in questo caso il percorso è più che duplice. Più in particolare i percorsi in cui la mostra si articola sono cinque e raccontano ai visitatori cinque declinazioni che la seduzione ha assunto nel corso del secolo: seduzione come belle apparenze, come seduzione/sedizione, come oggetto del desiderio, Bella e la Bestia e infine come Bella Addormentata.

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Industria alimentare: le Big10 campioni per emissioni di CO2

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L’impronta delle prime dieci multinazionali del “food and beverage” supera quelle di Norvegia, Svezia e Finlandia messe insieme. La sfida è contenerle senza penalizzare la filiera

Emettono più CO2 le dieci multinazionali dell’industria alimentare rispetto a Norvegia, Svezia e Finlandia messe insieme. Questo in sintesi quello che emerge dal recente report redatto dall’Oxfam chiamato Standing on the sidelines, secondo cui se i dieci marchi più influenti del mercato del Food&Beverage si costituissero in un solo grande stato, sarebbero il 25mo paese al mondo per emissioni di gas serra.

Associated British Foods, Coca-Cola, Danone, General Mills, Kellogg’s, Mars, Mondelēz Internazionale, Nestlé, Pepsico e Unilever, emettono infatti, secondo i dati riportati da Oxfam, ogni anno una media di 263,7 milioni di tonnellate di GHG, un dato significativo se pensiamo che secondo dati ISPRA l’Italia intera si assesta intorno alle 460 milioni di tonnellate di CO2 equivalente.

Quello alimentare è un settore chiave per quanto riguarda le politiche climatiche del pianeta, e i cosiddetti Big10 con i loro 1,1 miliardi di dollari giornalieri di fatturato, hanno un peso significativo dal punto di vista del global warming e senza il loro contributo concreto gli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto sono certamente più lontani. Secondo i dati Oxfam infatti, le emissioni di Co2 equivalente – che è stata fissata proprio dal Protocollo come “unità di misura” delle emissioni di GHG – il settore alimentare è responsabile di un quarto delle emissioni globali, e di questo 25% poco meno della metà è dovuto alla produzione agricola, un terzo circa al trattamento delle terre per uso agricolo e il quarto rimanente per l’energia che alimenta la catena del food system.

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