Stranieri più sani di noi ma prevengono meno

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Se agli stranieri residenti in Italia capita di ammalarsi, non è per una maggiore incidenza di comportamenti a rischio, quanto piuttosto per le stesse ragioni per cui capita di ammalarsi a chiunque di noi: perché abbiamo perso il lavoro, o perché non abbiamo più una casa, un riparo. Di Daniel Blake, per citare l’ultimo toccante film di Ken Loach, in Italia ce ne sono molti, e non certo solo nella popolazione straniera. La differenza principale fra gli stranieri e gli italiani è che i primi in molti casi provengono da aree del mondo dove sono endemiche malattie che da noi Stranieri più sani di noi, ma prevengono meno non rappresentano più un problema per la salute pubblica, come la tubercolosi, patologie che possono ripresentarsi con tutta la loro virulenza in casi di indigenza, che costringe gli immigrati, anche quelli regolari, a vivere in condizioni igienico-sanitarie precarie. In ogni caso, anche nelle situazioni più difficili, le premesse non sono allarmanti. Secondo i dati riferiti, per esempio, da una sorveglianza sindromica condotta tra maggio 2011 e giugno 2013 dall’Istituto Superiore di Sanità su oltre 5.000 persone ospitate presso centri di accoglienza, sono state riferite solo 20 allerta statistiche: 8 infestazioni, 5 sindromi respiratorie febbrili, 6 gastroenteriti e 1 caso di sospetta tubercolosi polmonare. Non si tratta dunque di untori, anche se monitorare lo stato di salute della popolazione immigrata, regolare e non, per paese di provenienza rimane importantissimo.

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Meno salute, meno lavoro

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Salute e lavoro. Su questo apre il corposo rapporto OCSE sulla salute 2016 Health at a Glance 2016. Fra i 50-59 enni europei, i malati cronici – dove con questo termine si intendono anche gli obesi e i forti fumatori – hanno tassi di disoccupazione considerevolmente più alti della media. Presentano inoltre una minore produttività, cioè più giorni di malattia rispetto agli altri, che si traduce in minori guadagni e – come insegna Michael Marmot nel suo ultimo libro – minor status.

I dati elaborati da OCSE provengono dal progetto SHARE (Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe), una banca dati multidisciplinare e transnazionale che copre 27 paesi, e che raccoglie dati sulla salute, sullo status socio-economico e sullele reti sociali e familiari di circa 123.000 individui di oltre 50 anni.

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Contro le catastrofi conviene investire sui più poveri

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Che le calamità naturali influenzino l’aumento della povertà, e in particolare che abbiano un impatto maggiore sulle popolazioni più povere, è noto. Meno noto è ciò che emerge da un recente rapporto della World Bank in occasione del meeting sul cambiamento climatico di Marrakech, è cioè che l’impatto reale di questi eventi avversi sul benessere delle popolazioni più povere è maggiore di quanto comunemente stimiamo. Dal rapporto della Banca Mondiale emerge anche che lavorare per potenziare la resilienza delle comunità più povere può produrre a un risparmio nell’ordine di grandezza di 100 miliardi di dollari ogni anno, riducendo l’impatto di questi avvenimenti sul benessere dei cittadini del 20%.

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