Mentre leggevo questo libro – che è un dipinto amaro ma divertito dell’editoria contemporanea (non ho ancora capito se più amaro o più divertito..) mi sembrava di essere insieme allo scrittore fittizio Marcus Goldman (il protagonista de “La verità sul caso Harry Quebert”, romanzo eccezionale) mentre beve il suo caffè mattutino nel patio della sua casa di fronte all’Oceano, nel New Hampshire, e pensa alle complesse dinamiche dell’editoria americana.
Il mondo dell’editoria oggi è una bestia ammaliante e feroce, ma lucidissima, e questo libro te lo fa capire molto chiaramente, facendo i nomi e i cognomi, raccontando le storie degli scrittori (di libri, di racconti, di sceneggiature, di tv..) di ieri ma soprattutto di oggi. Non ci si annoia per nulla, non c’è retorica e neanche quella sorta di coaching che dà pure fastidio.. sono solo storie (vere) e intanto il quadro prende colore.
È bene avere coscienza di come funziona quest’industria.
Non mi intendo per nulla di cinema, per cui tante osservazioni su specifici registi non le ho colte, ma mi sono comunque goduta lo sguardo acuto ma pacato di Goffredo Fofi in questo breve libro, le sue argute riflessioni intorno al concetto di pensiero anarchico e autarchico sul compito dell’arte.
Il pensiero (tutto sommato militante) di Fofi è chiaro: l’arte non può che essere anarchica, nel senso di espressione di una “disperazione creativa”. Solo questo impegno dell’artista nell’esprimere una disperazione creativa può far sì che l’arte riesca ad assolvere al proprio compito, che è alla fine fine quello di “contrastare il presente e le sue mistificazioni difendendo il vero e il giusto e il bello”. Per questo abbiamo bisogno di più arte, un’arte che non sia solo comunicazione.
Con questi occhiali Fofi esamina gli esiti del cinema del secolo scorso, continente per continente.
Alcuni passaggi interessanti:
«Mai fidarsi troppo dei dizionari e delle loro perentorie definizioni di questo e di quello. […] E di dizionario in dizionario i lemmi si consolidano, si fissano, le definizioni si fanno luogo comune, opinione corrente, giudizio inappellabile. […] per definizione i dizionari definiscono e per un bel lasso di tempo la loro sarà vox populi, veridica spiegazione, sintesi piena, scienza».
«La definizione di anarchia che mi pare più consona ai nostri tempi è quella che ci dette un pomeriggio di qualche anno fa, in un incontro con pochi giovani che sapevano chi era e ammiravano i suoi scritti, Colin Ward, il mite e saldo Colin […] Gli chiedemmo: cos’è in primo luogo e in definitiva, per te e proprio per te l’anarchia? La sua risposta ci sconcertò e mi entusiasmò, e ancora mi entusiasma: una forma di disperazione creativa».
«C’è un’arte astuta e una ingenua, una finta dominata soltanto dall’ambizione dell’artista e dalle febbri del mercato, e una vera, che si inquieta e si interroga sullo stare al mondo, sul senso da cercare e da dare al nostro passaggio».
«In un mondo in cui la scienza è ricattata dal denaro e ne è a servizio, la politica è serva e schiava dell’economia, e ancora di più lo sono l’urbanistica e l’educazione. Di arte abbiamo bisogno, più che mai, per contrastare il presente e le sue mistificazioni difendendo il vero e il giusto e il bello».
«Che cos’è l’arte di Tolstoj, con la sua idea di un’arte che non può e non deve essere che arte popolare, espressa dal basso e con lo sguardo rivolto all’alto».
«La Woolf rispose dicendo che tra cultura alta e bassa c’era stato sempre uno scambio, da Shakespeare a Dante, da Rabelais a Boccaccio, da Dickens a Tolstoj, e che il nemico di entrambe era la cultura media, la cultura piccolo borghese che non sa più considerare l’elevatezza straordinaria che può raggiungere l’arte, l’arte come ricerca di verticalità, l’arte come possibilità di cercare o dare un senso alla propria esistenza, né sa tener conto del basso, lontana dal basso per i suoi pregiudizi classisti».
«Nel mondo in cui viviamo l’oppio dei popoli non è più la religione, l’oppio dei popoli è la cultura».
“Porta di Lampedusa — Porta d’Europa” Un monumento per i migranti deceduti e dispersi in mare di Mimmo Paladino (Flickr: Vito Manzari)
«A essere chiamata in causa è la filosofia, il cui compito è decostruire l’ovvietà, far implodere ciò che pretende di essere normativo e che ricorre alla forza del diritto per ammantarsi di legittimità». Questo è il solco entro cui si snoda “Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione” (Bollati Boringhieri, 2017) scritto da Donatella Di Cesare, filosofa, docente di Filosofia teoretica all’Università “La Sapienza” di Roma.
Un libro prima di tutto politico, e in questo senso filosofico, che ha come punto di partenza il fatto che la migrazione non è una “questione” da risolvere ma un’epica che accade e con cui siamo chiamati a confrontarci. Un fenomeno che richiede uno sguardo che sappia andare oltre la “logica dei flussi”, per porsi invece come ridefinizione semantica delle categorie linguistiche e politiche a cui siamo abituati. “Per inquadrare il fenomeno delle migrazioni oggi risultano fuorvianti sia i parametri statistico-quantitativi, che i canoni socio-economici. È tempo — chiosa l’autrice — di una prospettiva politico-esistenziale” tramite cui osservare prima ancora di catalogare.
Il migrante è colui che ci minaccia nella misura in cui “smaschera lo stato” per usare una felice espressione dell’autrice, perché accoglierlo prevede un’implicita decostruzione del concetto di stato-nazione e di tutta la sua iconografia, fondata da millenni sul diritto all’appartenenza geografica.
Il primo e più immediato motivo per cui questo testo è necessario è che non esiste ancora una filosofia della migrazione vera e propria — spiega Di Cesare — nonostante le premesse promettenti dell’ultimo secolo: dalla fenomenologia di Husserl, al pensiero di Hannah Arendt, a partire da quel saggio We Refugees dato alle stampe nel 1943, fino a Derrida, il cui approccio decostruttivo pare in qualche modo assunto come metodo strutturale.
Il solco entro cui si può muovere una filosofia delle migrazioni è quello di una fenomenologia dell’alterità. Anche se l’autrice non li nomina mai esplicitamente, sembrano percepirsi le trame di quella filosofia dell’empatia che connette Max Scheler ed Edith Stein, secondo cui l’emergere della propria individualità e di quella dell’altro avvengono contemporaneamente.
Tuttavia, leggendo i contributi della storia della filosofia più o meno recente in merito, si ha appunto l’impressione di avere davanti tante case ormai abitate, a cui manca però l’ultimo piano, che finisce per rimanere abbozzato, come nude strutture metalliche che si proiettano verso l’alto.
L’ultimo passaggio, quello che manca per tradurre i traguardi della fenomenologia dell’alterità in una filosofia della migrazione, è quello che si propone di compiere l’autrice, proponendo “una fenomenologia che senza cedere alla volontà di affermare, dominare, addomesticare lo straniero, neutralizzandone la carica esplosiva, si limiti a indicarne il luogo, una vera topografia che finisce per rivelarsi anche una topologia.” Il luogo, il suolo. Qui sta la dirompenza di questa nuova epica, che ci costringe a ripensare il nostro millenario rapporto con la terra lungo due direttive: da un lato come concepiamo la nostra identità in relazione al possesso di suolo; dall’altro il significato di sentirsi comunità.
Accettare di non poter scegliere con chi coabitare e accettare di non avere il diritto di pretendere questo diritto implica di re-imparare ad abitare e a co-abitare. “Dobbiamo svincolare l’abitare dall’avere — spiega l’autrice — […] sciogliendo il nesso cruciale e millenario fra nazione, suolo e monopolio.” Insomma, si tratta di mettere in discussione i pilastri ideologici su cui abbiamo fondato la nostra “democrazia” occidentale, basati sul fraintendimento fra diritto all’appartenenza, che pianta le sue radici nella democrazia ateniese, e diritto alla partecipazione.
La svolta — scrive l’autrice — non la scelta fra ius soli e ius sanguinis, ora fulcro del dibattito politico in Italia, poiché sono entrambi criteri di appartenenza, che prevedono per definizione la presenza di “candidati” all’inclusione e di valutatori. Si tratta di concetti zavorra ereditati secondo l’autrice dalla polis ateniese, chiusa ed escludente nei confronti dello straniero.
Atene è uno dei tre modelli storici di cittadinanza assunti dall’autrice, accanto all’Impero Romano, fondatore della cittadinanza giuridica indipendente dal luogo di nascita, e infine al mondo ebraico, dove emerge la figura di Rut la moabita, l’estranea per eccellenza, la gher, la straniera residente, discendente delle figlie di Lot, e quindi figlia bastarda di figli bastardi, ma per questo origine della stirpe di Davide.
Rut è storicamente l’emblema del gher, di “colui che abita”, il luogo dove la cittadinanza coincide (finalmente) con l’ospitalità. Ed è un luogo che non presuppone i confini dello stato-nazione come fondativi di un’identità comunitaria.
È ben evidente l’afflato anarchico, quasi utopistico, di una rivoluzione anzitutto linguistica che stando alla situazione attuale, ben esemplificata dagli haters che popolano il web e dalla difficoltà di dialogare su questioni complesse, sembra essere ancora molto lontana. Anarchico deve iniziare a essere il nostro sguardo — spiega Di Cesare — così come anarchiche sono le rotte di chi viene dal mare, che cercano di trapassare le frontiere nazionali, già rese instabili dalla globalizzazione. Eppure nel mondo reale aumentano i muri, a partire da quelli fisici. Siamo di fronte al naufragio della filosofia dell’alterità, se l’Altro in questione arriva su di un barcone.
Per questo l’immenso pregio di questo libro è averci obbligato a mettere alla prova i risultati della nostra filosofia di fronte a un’epica che mette in discussione la nostra millenaria storia delle idee e le strutture politiche basate sul possesso di suolo.
E in questo senso i versi di quest’epica si rivolgono a noi come un richiamo che proviene da queste rotte anarchiche e sembrano riecheggiare il passo del Libro di Isaia «Sentinella, a che punto è giunta la notte? Sentinella, a che punto è giunta la notte?». La sentinella risponde: «Vien la mattina, poi anche la notte. Se volete interrogare, interrogate pure; ritornate, venite».