Flo, bastano 3 dollari per cambiare la vita di una giovane donna

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Un pacchetto con 10 assorbenti usa e getta costa a una ragazza africana circa 1,2 dollari. Un costo enorme in paesi dove grosse fette della popolazione vivono con meno di 2 dollari al giorno. Con il risultato che una ragazza su 10 durante il ciclo mestruale non va nemmeno a scuola, e che 9 ragazze su 10 utilizzano assorbenti riutilizzabili, che altro non sono che pezzi di stoffa che vengono poi lavati.

Viene da pensare che anche le nostre nonne non utilizzavano assorbenti igienici usa e getta, e sopravvivevano, ma c’è in realtà una profonda differenza: nei paesi a basso reddito – pensiamo alle condizioni di vita di una slum – è spesso difficile, se non impossibile trovare acqua pulita o detergenti adeguati per disinfettare i tessuti da germi e batteri.

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Il lavoro è ancora una questione di “genere”

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Se sei donna sei un “capitale umano” che, a parità di costo, renderà di meno a lungo termine. Viviamo in una società in cui una donna laureata produce nel corso della propria vita lavorativa 1,2 volte quanto è costato istruirla, mentre un uomo 2,5 volte tanto. In termini di denaro, si intende, ma sono numeri, questi, che colpiscono se vogliamo parlare di gender gap professionale. Specie alla luce del fatto che le donne nei Paesi ricchi oggi studiano almeno quanto gli uomini. Sono gli ultimi dati OCSE, contenuti all’interno dell’edizione 2015 di Education at a Glance, che si riferiscono alla media dell’area OCSE.
E in Italia? Nel nostro Paese una donna laureata renderà allo Stato di meno di quello che ritorna da aver istruito un uomo. Almeno – magra consolazione – una laureata produce più guadagno per un Paese in termini ancora una volta meramente economici, rispetto a una donna diplomata: 65 mila dollari in media, contro i 48 mila di una donna diplomata. Un uomo laureato – per contro – rende allo stato 127 mila dollari, un diplomato 70 mila. Questo perché un laureato in media guadagnerà più di un diplomato, e quindi pagherà più tasse rispetto a una persona dal reddito inferiore.

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Europei addio, sempre meno figli nella UE

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In Italia si fanno meno figli rispetto a un paio di decenni fa, lo dicono tutte le statistiche, ma secondo gli ultimi dati Istat, pare che dal 2000 a oggi qualche bambino in più lo abbiamo fatto. Se all’inizio del secolo la media era 1,26 figli per donna, nel 2010 la media è salita a 1,46 – la più alta del decennio – per poi scendere a1,42 nel 2012. In particolare, dal 2009 al 2012 abbiamo avuto 42 mila nati in meno rispetto agli anni precedenti. Qualche figlio in più e un’età via via sempre maggiore alla prima gravidanza, 31 anni nel 2012, mentre solo l’8,7% delle italiane ha il primo figlio entro i 25 anni.

Anche l’Europa però, secondo quanto emerge dagli ultimi dati, non mostra una tendenza di molto dissimile. Nella maggior parte degli altri paesi si fanno un po’ più figli rispetto al Bel Paese, ma sempre meno di qualche anno fa.

Se osserviamo la mappa costruita con i dati Eurostat relativi al 2013, notiamo che l’Europa mediterranea è l’area dove si fannomeno figli. In Spagna nel 2013 sono nati 9,1 bambini ogni 1000 abitanti, in Italia meno ancora, 8,5, così come in Germania e in Grecia. Nei paesi nordici invece pare che la maternità abbia sentito decisamente meno la crisi. Che sia merito di un welfare meglio organizzato e che mette più al centro la donna nel suo essere madre ma anche lavoratrice, fatto sta che sono quasi 12 i nati ogni 1000 abitanti in Norvegia e Svezia, oltre 12 nel Regno Unito e addirittura 13,4 in Islanda e 15 in Irlanda.

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Le start up innovative crescono secondo Istat e Infocamere, ma la presenza femminile è ancora bassa

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Le recenti statistiche Istat sono chiare su questo punto: nonostante qualche nota positiva, per le imprese italiane la crisi non è finita, tanto che a marzo 2015 la disoccupazione è aumentata dello 0,3% rispetto ad aprile dell’anno prima. Tuttavia, se da un lato le aziende italiane stentano a risollevarsi, la maggior parte di chi investe in startup innovative, punta proprio sul settore dei servizi all’industria. Ricerca e sviluppo in testa. I numeri del fenomeno sono chiaramente illustrati nel blog di StartUpItalia.

Ma ci sono altri dati che si possono estrapolare in questa situazione. Intanto sono 3711 le startup innovative nei primi 3 mesi del 2015, il 16,7% in più rispetto a dicembre 2014, e la fetta più grossa, circa 3 nuove imprese su 4, ha scelto di occuparsi appunto di servizi per le imprese: produzione di software e consulenza, attività e servizi per la formazione, e ricerca e sviluppo.
Un bell’incremento questo degli ultimi mesi che ha coinvolto 192.047.966 € di capitale sociale, circa 52 mila euro a impresa, il 25% in più rispetto a dicembre 2014. Nonostante questo però le startup innovative rappresentano una fetta sempre minuscola dell’universo imprenditoriale italiano: lo 0,25% delle società di capitale italiane, che toccano oggi quasi quota 1,5 milioni.
La maggiore densità di startup innovative sul totale delle imprese di capitale si concentra nelle province del centro-nord, Trento, Trieste e Ancona in testa.

Sono gli ultimi dati forniti da InfoCamere, aggiornati al 6 aprile scorso. Un dato che emerge prepotentemente sugli altri è lo spiccato orientamento al settore Ricerca e Sviluppo. Secondo i dati InfoCamere, ben il 18,3% delle società di capitali che operano nelle attività di R&S sono startup innovative, una percentuale che appare significativa se pensiamo che esse rappresentano in realtà lo 0,25% del totale delle società di capitale italiane. La ragione di questo dato però è presto detta. Secondo quanto riportato nel decreto legge 18 ottobre 2012 n. 179, una startup innovativa per poter essere definita tale deve far sì che le spese in ricerca e sviluppo siano uguali o superiori al 15 per cento del maggiore valore fra costo e valore totale della produzione.

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