Carne rossa cancerogena, troppi fraintendimenti. Sei punti per fare chiarezza

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Ancora una volta il problema è anzitutto linguistico. La questione della cancerogenicità della carne rossa è l’argomento della settimana, ma come accade spesso quando si parla di salute, basti pensare all’argomento vaccini, si sbaglia in partenza, perché si confondono le parole, e di conseguenza dati e risultati. A portare la questione alle cronache è una recente monografia dell’IARC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, che fa parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha mostrato come la carne rossa “processed” cioè lavorata (insaccati, salsicce, ecc) è cancerogena, mentre la carne rossa nel suo complesso potrebbe esserlo. (vedi qui )

Queste affermazioni che pure sono esplicitate molto chiaramente dall’OMS stessa, non significano però che la carne rossa causa il cancro, ma che una certa quantità di consumo giornaliero di carne rossa lavorata è associato a un certo rischio di contrarre il cancro al colon retto. La differenza fra queste due espressioni, e quindi fra le impressioni che ognuna di esse può indurre a chi legge, è evidente anche a un occhio non esperto.

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Italia, sette anni di stipendi per comprare casa

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L’Italia, il paese in Europa con il più alto numero di case per 1000 abitanti, 580 contro una media europea di 452, offre in questo momento un mercato residenziale decisamente in controtendenza rispetto al resto d’Europa. E per una volta non in senso negativo, perché se dal punto di vista della disoccupazione, specie quella giovanile, non siamo certo in una buona posizione rispetto al resto d’Europa, sul comprare casa sembra siamo competitivi.

Se negli altri paesi infatti i prezzi medi delle abitazioni sono saliti a un ritmo medio del 6,5%, nel nostro paese nel 2014 le case costavano il 4% in meno dell’anno precedente.

A Roma il prezzo medio è di 3561 Euro per mq, a Milano 3661 Euro/mq e a Torino 2086 Euro/mq. A Londra, la città più cara d’Europa, siamo sui 14.000 Euro/mq.

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Dissesto idrogeologico, ecco una fotografia dell’Italia (in costante emergenza)

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A pochi giorni dalla frana in Cadore che ha scosso la comunità bellunese, provocando tre morti, ci risiamo. Questa volta dall’altro capo dello stivale, in Calabria, dove 200 millimetri di pioggia hanno messo in ginocchio interi paesi, in particolare le zone diCorigliano Calabro e Rossano. Aree evacuate, linee ferroviarie bloccate, persone intrappolate, proprio a pochi giorni dalla presentazione a Palazzo Chigi, dei dettagli del piano per la messa in sicurezza delle principali città metropolitane italiane: 1,3 miliardi di euro per opere antialluvione, di cui 600 milioni già stanziati per quelle considerate più a rischio.

Per quanto violente siano queste calamità, non si tratta però di eccezioni e soprattutto non sempre sono le città metropolitane ad essere maggiormente colpite. Ogni anno si rilevano circa 1.000 frane in Italia, e il dissesto idrogeologico è ben distribuito lungo la penisola, tanto che secondo recenti stime dell’Ispra aggiornate a marzo 2015 sarebbero quasi 2 milioni le persone esposte a possibili alluvioni di grave entità, cioè con un tempo di ritorno fra 20 e 50 anni, oltre 5 milioni quelle esposte a un rischio medio alto, con un tempo di ritorno stimato cioè fra i 100 e i 200 anni, e oltre 8 milioni e mezzo di italiani sarebbero esposti a un rischio medio basso.

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Donne sfruttate, troppa miseria e malattie Così l’umanità ha fallito i suoi obiettivi

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Anche solo guardando i numeri che riguardano la popolazione femminile a livello mondiale, dall’accesso all’istruzione, alle cure mediche, al lavoro, è chiaro che abbiamo fallito. Una persona su due in Africa Subsahariana vive ancora oggi in una slum e un lavoratore su due al mondo opera in condizioni cosiddette “vulnerabili”, senza la certezza di un salario o di diritti.
Un bambino su 4 soffre la fame e dal 2000 a oggi gli “orfani di AIDS” sono molti di più rispetto a 15 anni fa. E ancora, 57 milioni di bambini sono oggi esclusi da un programma di formazione primario, la metà rispetto a 10 anni fa, ma pur sempre un numero enorme, pari come ordine di grandezza all’intera popolazione italiana.Va detto: molto è stato fatto dal 1990 a oggi riguardo ai famosiMillennium Development Goals, gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, ma globalmente e soprattutto localmente, pare abbiamo poco da esultare. I dati li racconta un report pubblicato in questi giorni dalle Nazioni Unite, che fa il punto sugli 8 macro obiettivi, proprio nell’anno della resa dei conti, quello che nel 1990 era stato fissato come un momento di svolta per il mondo.

Mancano ancora troppi dati
Abbiamo fallito non solo perché nella maggior parte dei casi non abbiamo raggiunto i target che ci eravamo prefissati 25 anni fa, ma soprattutto perché per molti paesi, per molte persone, non abbiamo ancora dati. Se ci sconcertano le cifre riportate nel report infatti, dovrebbero lasciarci ancora più allibiti quelle che mancano: in molti casi per esempio i dati sono raccolti per famiglia, e non a livello individuale, il che rende difficoltoso avere il polso reale della popolazione femminile. Secondo quanto riportato nel report, in Oceania, Africa, Sudest asiatico e in Centro America oltre il 50 per cento dei paesi non avrebbero dati sulle cause di morte delle donne durante il parto.